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Seconda Occasione: come bruciarono The Wicker Man – Il prescelto (2006)

Seconda Occasione: come bruciarono The Wicker Man – Il prescelto (2006)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: essere involontariamente ridicolo. Gli accusatori: gente che ha visto clip decontestualizzate di Nicolas Cage su Youtube.

SVOLGIMENTO
Cercatevi qualche Top 10 dei migliori film horror di sempre, e facilmente vi imbatterete in questo titolo, The Wicker Man, che in Italia non uscì nemmeno.
Parlo ovviamente dell’originale del 1973 di Robin Hardy, con Edward Woodward e Christopher Lee.
Com’è possibile che in Italia viene distribuita in sala roba come Donnie Darko 2 e non esce un film che parecchia gente considera fra i migliori mai realizzati?
Dovessi davvero provare a rispondere a questa domanda se ne andrebbe tutto il mio spazio a disposizione: per ora limitatevi a digerire questa informazione e a recuperarlo il prima possibile (sempre Google, mi dice che nel 2004 finalmente sbarcò sulla nostra tv). Ma vi dò un possibile indizio: parla di un poliziotto, fervente cattolico, che si trova a dover indagare su una bambina scomparsa in un’isola dominata da neo-pagani, e nel conseguente scontro fra credenze inconciliabili lui non ci fa una gran figura.
Quando nel 2006 la Universal organizza un remake e lo affida a Neil LaBute, sa di metterlo in mani abili e controverse.
Neil, noto drammaturgo americano che spesso flirta col cinema, riscrive il plot originale e non si limita ad ambientarlo negli Stati Uniti, ma cambia la natura del culto pagano convertendolo in una congrega interamente femminile.
La controversia, insomma, sarebbe servita su un piatto d’argento, se non fosse per un paio di elementi di cui vi parlerò dopo.
Soffermiamoci prima sulla teoria.
The Wicker Man, l’originale, non è un horror classico: è un’esperienza stregonesca, quasi psichedelica. Il vero cuore della questione non è prendere posizione sul paganesimo, quanto piuttosto raccontare di un uomo dai forti e inscalfibili valori morali che di colpo si ritrova in minoranza, anzi da solo, contro una maggioranza che si comporta secondo regole comunemente accettate a lui completamente estranee, e che di colpo mette in discussione anche gli aspetti più basilari su cui aveva fondato il suo intero sistema di comportamento. È la storia di un uomo incredulo, incapace di comprendere il diverso ma soprattutto – in quanto il suo stesso mestiere consiste nel difendere e far rispettare un determinato e consolidato sistema di valori – privo della benché minima voglia di farlo. Nell’originale è uno spettacolare scontro tra religioni in cui da una parte i pagani offrono una serie di pacate superstizioni che (è comunque un horror dove loro sono i “cattivi”) sfociano nel tributo di sangue, e dall’altra il protagonista si dimostra incapace di controbattere e spiegarsi con particolare efficacia, ma nonostante tutto sente la ragione indiscutibilmente dalla sua parte e si comporta di conseguenza.
Dovreste intuire che un remake fatto oggi, allargando lo scontro religioso ad altri campi dell’incomunicabilità, sarebbe forse la trovata più attuale dell’Universo.
Ora ripensate alla mossa di Neil LaBute di trasformare il culto pagano in una società matriarcale: sembra scritta ieri l’altro.
Rimane una provocazione, una sicuramente non priva di una cinica dose di ambiguità, ma allo scontro religioso si aggiunge la sfumatura di un uomo che non capisce le donne e vigliacco se retrocede dalla sua posizione di superiorità e ragione assoluta.
Peccato fosse il 2006 e non il 2018.
Il 2006 non era altrettanto ricettivo alla tematica.
Nel 2006 Harvey Weinstein era un ammirabile filantropo che teneva a galla la carriera di Terry Gilliam.
Forse però va anche detto a questo punto che Neil LaBute è famoso soprattutto per In compagnia degli uomini, dramma teatrale poi diventato film diretto da se stesso: la storia di due uomini d’affari che per vendicarsi delle loro recenti disavventure sentimentali decidono di sedurre una sordomuta al puro scopo di godere della sua sofferenza nel momento in cui la mollano – una roba di una violenza psicologica immane in cui l’ego e le debolezze maschili ne escono condannati, ma non dopo una sospettosa dose di humiliation porn, per chi apprezza “inconsciamente” il genere.

Apriamo quindi il capitolo Nicolas Cage: Nicolas Cage, con un ruolo come il protagonista di The Wicker Man, ci va a nozze.
Nic è abbastanza sicuramente uno degli attori più incompresi di sempre: intensissimo e dedicato come pochi, è dotato di carisma strabordante e istinto costantemente allerta. Eccelle in ruoli eccentrici, caratteristica dovuta alla sua passione per il famigerato espressionismo tedesco, ma è riduttivo confinarlo a quello: ha interpretato più volte l’uomo medio, ha dimostrato sensibilità nei panni del timido, ha avuto diversi successi come eroe classico. Ha vinto un Oscar, se è il tipo di cosa che vi impressiona.
Sentirlo parlare nelle interviste del suo mestiere, la passione, la ricerca e la creatività che ci mette, è uno spettacolo che non manca mai di affascinare.
Sono mille gli aneddoti sia sui suoi metodi per entrare nel personaggio, sia sulle sue stesse idee al riguardo che fa aggiungere in sceneggiatura, spesso piccoli dettagli apparentemente (o senza “apparentemente”, nel peggiore dei casi) strampalati.
Esempio: è idea sua che il protagonista di The Rock fosse un collezionista di vinili dei Beatles.
Altro esempio: è idea sua che il protagonista di Ghost Rider fosse appassionato di documentari sugli animali.
Altro esempio: ha rinunciato alla parte del cattivo in Green Hornet perché secondo lui doveva fare l’accento giamaicano, e Michel Gondry non era d’accordo. Il ruolo poi è andato all’austro-tedesco Christoph Waltz, per non correre rischi, visto che il personaggio si chiamava “Chudnofsky”.
Se Nic ha un pregio, è che per ogni ruolo che interpreta si forma l’intero film nella testa e diventa un vulcano di idee che spesso aggiungono piccoli tocchi insospettabili che rendono i suoi personaggi più ricchi.
Se Nic ha un difetto, è che una volta che si è formato il film nella testa, poi bisogna che il film sia quello. Bisogna che il regista abbia in testa la stessa cosa, o che sappia guidarlo verso la stessa cosa. Altrimenti Nic si mangia il film e non c’è verso di riprenderselo indietro.
The Wicker Man sembra fatto apposta per lui: un personaggio fuori dal suo elemento, costretto reagire a situazioni e comportamenti che lo mandano nei matti, fino a che il suo senso di superiorità morale non gli fa perdere il controllo. Un tono surreale, un ampio range di emozioni, un regista non nuovo a un certo black humour.
Edward Malus, il personaggio di Nic, all’apice delle indagini molla ogni freno e non gliene frega più niente: è stufo di vedersi nascondere le cose da chiunque, lui ha ragione, gli altri sono pazzi, non c’è verso di ragionare, da lì in poi ogni inibizione è un ostacolo e vale tutto. Vale stendere signore a cazzotti e ragazze a calci in faccia. Vale minacciare con la pistola per rubare una bicicletta e vale travestirsi da orso per mischiarsi ai cultisti – e in entrambe le scene l’assurdità è plateale, però la gente in giro parla di comicità “involontaria”. Capito? Certo, il tono è serio, ci si sta avvicinando al climax, è una corsa contro il tempo per evitare il sacrificio di una bambina. Ma secondo qualcuno impossessarsi forzosamente di una bicicletta e travestirsi da orso è un’idea “sbagliata”, “riuscita male”, invece che un tocco di humour cinico atto a ridicolizzare il senso di superiorità del proprio protagonista. Come se ci fosse un modo non ridicolo di rubare una bicicletta e travestirsi da orso, o come se fosse accaduto per caso, stavano lì, costumista e scenografo non ne sapevano niente… È “comicità involontaria”, perché mancano i sottotitoli che ti spiegano che è un buon momento per distaccarti e ponderare l’idea che il protagonista non sia per forza un mitico eroe ma piuttosto un folle arrogante ottuso – o perché, di nuovo, hai visto la scena isolata su Youtube invece che inserita nel contesto di tutta la faccenda, e di conseguenza hai deciso da solo qual era la dinamica tra intenzioni e risultato.
Parliamo invece seriamente di cosa succede: succede che in effetti Neil LaBute è un bravissimo e intelligente drammaturgo, ma che il tono di un film come The Wicker Man è complesso. Deve intrigare, deve inquietare, e poi deve minare l’inquietudine e farti osservare la situazione dall’alto, suggerirti di analizzarla con maggiore imparzialità. Robin Hardy nell’originale sapeva ipnotizzarti, disorientarti, portarti letteralmente su un altro mondo, spiazzarti: LaBute non è Robin Hardy, non è un visionario alla David Lynch, ha una messa in scena troppo dritta e convenzionale e troppa poca confidenza con l’horror, e pur seminando le basi per un’esperienza meno lisergica ma più sarcastica non è nemmeno un Paul Verhoeven capace di darti capolavori che sanno essere efficaci su più livelli. Le sue intenzioni si leggono, ma la gestione del tono e dell’atmosfera è eccessivamente fredda e piatta, non coinvolge sempre come dovrebbe e sebbene molti tocchi stranianti funzionino a dovere, i picchi più assurdi girano effettivamente a vuoto.
Nicolas Cage fa esattamente quel che deve fare, ha in testa la cosa giusta e la esegue con energia e coerenza, ma viaggia più forte del film e il film gli arranca dietro.
Finisce che il peso della situazione poggia un po’ troppo sulle sue spalle, e – mettici anche il carico di pregiudizi nei suoi confronti – quando va sopra le righe non solo non ha sempre il sostegno di tono necessario, ma finisce per sembrare “il solito Cage che dà di matto” e distrarre dal fatto che ciò che sta facendo ha senso. Ne avrebbe, se l’impalcatura di LaBute fosse all’altezza.
Finisce che il film intriga fino a un certo punto, e da quel punto in poi Nic se lo ruba e, siccome nessuno lo accompagna, non lo restituisce.
Nic, volenti o nolenti, ha un bagaglio ingombrante: se non sei un regista coi controcoglioni, o non sei matto come lui, il pubblico non ti seguirà. The Wicker Man – Il prescelto (questo il titolo completo italiano per il remake) ha intenzioni interessanti, ma un protagonista talmente migliore del suo regista da distrarre e confondere. E le potenziali controversie e discussioni si sono perse in un coro di “Not the bees! Not the beeeees!!!“.
Comunque: il film va malissimo già alle proiezioni di test, non c’è verso di correggerlo (tranne aggiungere un contro-finale inutilissimo e posticcio con James Franco, poi prontamente rimosso dalle edizioni homevideo) per cui la distribuzione rinuncia e non organizza nemmeno le proiezioni stampa, noto marchio di presagio che mal dispone i critici.

Ovviamente incassa male.
In compenso, il video “Best scenes from The Wicker Man” su Youtube ha 5 milioni di views.
Menzione finale per Ellen Burstyn che, nel ruolo del gender swap di Christopher Lee, sfoggia una classe infinita.

VERDETTO: frustrante. Film interessante, a suo modo coraggioso e tematicamente un po’ troppo avanti sui suoi tempi, non pienamente riuscito ma comunque ampiamente godibile, divorato suo malgrado dal suo stesso protagonista, trattato violentemente peggio di quello che si merita.

COS’HO IMPARATO: Nicolas Cage è un’arma nucleare che va trattata con cognizione, sicurezza, ed estrema cautela.

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