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Bohemian Rhapsody: un biopic che si limita alla superficie, la recensione

Bohemian Rhapsody: un biopic che si limita alla superficie, la recensione

Di Adriano Ercolani

Il biopic dedicato alla vita e all’arte del leggendario Freddie Mercury è finalmente arrivato nelle sale statunitensi dopo una gestazione a dir poco travagliata, minata prima dai conflitti sul set tra il protagonista Rami Malek e il regista Bryan Singer e successivamente dal licenziamento di quest’ultimo a causa delle note accuse di abusi sessuali. È probabilmente questo il motivo principale per cui il lungometraggio, le cui riprese sono state terminate da Dexter Fletcher (Eddie the Eagle), rimane un prodotto che lavora sullo spettatore soltanto in superficie, senza enormi difetti che ne minano l’efficacia ma allo stesso tempo senza una vera anima cinematografica in grado di scuotere veramente. A parte ovviamente i momenti in cui la straordinaria musica dei Queen invade lo schermo: alla sua potenza emotiva non si può ancora oggi davvero resistere, a prescindere da tutto il resto.

Un primo problema di Bohemian Rhapsody sembra essere rappresentato dalla sceneggiatura scritta da Anthony McCarhern, che segue la vita di Mercury dai suoi inizi con la band fino alla storica performance al concerto Live Aid organizzato da Bob Geldof. Anche se a livello narrativo tutto è organizzato con estrema lucidità ciononostante la trama si sviluppa in maniera prevedibile, fornendo il “solito” profilo di genio artistico che perde la propria identità cedendo a una vita di eccessi, rovinando così il rapporto con le persone che veramente contano. Sotto questo punto di vista Bohemian Rhapsody non diventa un film noioso da seguire, ma guizzi di originalità davvero non se ne trovano. È come se Singer, Fletcher e tutti quelli che hanno partecipato al film si siano intimoriti di fronte al mito di Freddie Mercury, e lo avessero messo in scena senza avere il coraggio di “interpretarlo”, di dare la loro visione del personaggio e del suo estro incontenibile. Il biopic va così incontro in maniera forse addirittura compiacente alle aspettative del pubblico, attraverso una messa in scena glamour nel senso purtroppo più didascalico del termine, luccicante e precisa per piacere ma non scuotere. Per quanto riguarda le interpretazioni degli attori il protagonista Rami Malek sfrutta piuttosto bene una somiglianza fisica indiscutibile con Mercury, soprattutto quando nella seconda parte del lungometraggio entra in scena il look con i capelli corti e il mitico baffo. Oltre questo però Malek non va quasi mai, non trasforma il suo Freddie in qualcosa di viscerale, realmente doloroso. Difficile dire se sia principalmente una sua responsabilità o di uno script tutto sommato ordinario. Alla fine paradossalmente a restare più impressa nella memoria è la composta saggezza di Brian May e del suo contenuto ma efficacissimo interprete Gwilym Lee.

Non scriveremo in questa recensione che andare a vedere Bohemian Rhapsody significa buttare i soldi del biglietto, perché la storia dei Queen e soprattutto la loro musica sono emozionanti. Allo stesso modo però dobbiamo constatare che la visione del film non aggiunge nulla o quasi rispetto alla lettura di una biografia di Freddie Mercury o alla visione in DVD di qualche concerto della band. A voi la scelta dunque…

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