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05 ottobre 2018 • 09:00 • Scritto da Roberto Recchioni

Venom, il cinecomic che arriva da un mondo alternativo

Venom sembra provenire da un mondo alternativo ed è girato come uno spin-off dei primi anni 2000, con un ritmo abbastanza sostenuto e, a tratti, diverte.
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Correva l’anno 2004.

Sam Raimi era sulla cima del mondo perché, dopo un buon primo capitolo cinematografico sull’amabile tessiragnatele di quartiere, ne aveva sfornato un secondo eccezionale, merito anche dell’apporto in fase di scrittura di quel genio letterario (e premio Pulitzer) di Michael Chabon.
Tra le molte cose buone contenute in Spider-Man 2, c’erano anche i semi per introdurre Venom, che sarebbe dovuto essere il cattivone del terzo capitolo. Nell’idea originale di Raimi, il simbionte sarebbe dovuto essere portato sulla terra accidentalmente da John Jameson, figlio astronauta di J.J. Jameson, lasciato sull’altare da Mary Jane in favore di Peter Parker e salvato da una umiliazione pubblica da Spider-Man. Due buoni motivi per odiare il fotoreporter e il suo alter ego rosso e blu.
Sostanzialmente si trattava di una variazione di elementi presenti in altra forma nel fumetto originale, combinati con altri presi dalle precedenti pellicole di Raimi. Il tutto avrebbe dato vita a una trama molto organica e ben architettata. Le cose però non andarono così: Raimi, la Sony e non si sa chi, scelsero all’ultimo momento di prendere un’altra via, decisamente più insensata, per il terzo capitolo dello spara ragnatele e il risultato fu un tale disastro che segnò una nuova battuta di arresto per il genere supereroistico al cinema.

Poi arrivarono i Marvel Studio e la storia è nota.

Adesso, immaginate un mondo alternativo dove le cose, invece, andarono in maniera diversa.

Dove si decise di seguire, almeno in parte, la storia concepita originariamente e di darle sviluppo in una pellicola autonoma, da mettere in mezzo agli Spider-Man 2 e 3 di Raimi.
Ecco, quella pellicola di un mondo alternativo, sarebbe il Venom appena arrivato nelle sale.
Che, infatti, ci mostra un astronauta di nome Jameson che rientra da un disastroso viaggio nello spazio, infettato da un terribile simbionte alieno.

E che è girato proprio nella maniera in cui sarebbe stato girato uno spin-off nei primi anni 2000, ovvero con un regista anonimo, effetti speciali inferiori e meno costosi della saga originale e poche pretese.
Per farla breve, Venom racconta la storia un giornalista tipo delle Iene (cioè uno che la deontologia professionale non sa nemmeno dove sta di casa) che se la prende con l’Elon Musk sbagliato e viene, sorprendentemente, licenziato. Ora, il fatto che il film basi le sue premesse su di giornalista bufalaro che viene punito per le sue azioni, pone la pellicola nel genere fantasy, e infatti non c’è da sorprendersi quando, nel seguito della vicenda, arrivano gli alieni mangiatori di teste ma simpaticoni.

Ok, ma il film in quanto tale, com’è?

Vecchio.
Vecchio nell’impostazione, nella regia, negli effetti ma, soprattutto, nel tono.
Mi permetto una digressione.
Ci sono due modi per portare a schermo i supereroi in maniera efficace.
La prima maniera, è crederci fino in fondo, e fare robe serissime e molto, molto, drammatiche ed epiche. La trilogia di Batman di Nolan, per capirci. O del Logan di Mangold. Dove tutti sono così seri che ad un certo punto ci credi pure tu che vedere un tizio vestito da pipistrello nella sala interrogatori di una centrale di polizia sia una cosa normale.
La seconda maniera è quella di raccontare la storia con un certo distacco ironico e post-moderno.
Ovvero, il metodo Marvel Studios o, portato ai suoi estremi, il metodo Deadpool, definito da Leo Ortolani: “l’occhiolino”.
Questo approccio permette a dei quarantenni come me di non sentirsi dei completi idioti nel guardare una battaglia di cosplayer in mezzo al parcheggio dell’Ikea ma, piuttosto, di credere di essere arguti e consapevoli.

Ecco, tra questi due approcci, Venom ne sceglie un terzo: quello sbagliato.

Non ci crede nemmeno un pizzico nella storia che racconta (e lo si nota da una sceneggiatura piena di MACCOSA talmente grandi da non poter essere altro che intenzionali…almeno lo spero) ma, allo stesso tempo, non è capace di prendere le distanze dalla materia trattata.
A tratti ha un tono da commedia, è vero, ma è una commedia diegetica, legata alle situazioni del film e che non sfonda mai la quarta parete per dare di gomito allo spettatore e renderlo complice della scemenza perpetrata. Cerca di essere scorretta e sopra le righe come Deadpool, ma non ha mai il coraggio di mettere in scena la violenza. Prova a essere drammatica come Batman, ma è troppo puerile in ogni aspetto per aver una minima credibilità. In più, la pellicola non può nemmeno godere di quel minimo di benevolenza che il pubblico nerd concede ai film che contribuiscono alla ramificazione e al consolidamento di un universo narrativo perché questo Venom non è collegato a nulla e avrebbe l’ambizione di essere lui il cuore di qualcosa.

Tutto da buttare, quindi?
A conti fatti, no.

Ci sono almeno quattro elementi positivi:


- Tom Hardy.

Sempre e comunque.
L’unico che ci mette l’anima davvero.
Anche se vederlo in imbarazzo intento a duettare con un pupazzo che sembra uscito dai tagli di montaggio dello Spawn cinematografico del 1997 e che è realizzato con lo stesso gusto di un disegno sul serbatoio di una Harley Davidson, fa davvero male al cuore.

Il ritmo del film.
Che perlomeno è abbastanza sostenuto e, a tratti, diverte.

È come avere una macchina del tempo e delle dimensioni.

Che purtroppo ci porta solamente in un cinema del 2005 di una realtà parallela, a vedere un brutto filmetto.

La scena post-post titoli di coda.
Non la prima, che non vi rovino per amor di spoiler ma che è di una banalità e di un didascalismo raro, ma la seconda, che è semplicemente un estratto del futuro Spider-Man – Un nuovo universo, che sembra un film magnifico.

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