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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Wonder Woman

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Wonder Woman

Di DocManhattan

C’erano due cose che non riuscivi a comprendere, quando guardavi da bambino le puntate di Wonder Woman. La prima è come Diana Prince potesse trasformarsi in gran segreto in Wonder Woman senza che nessuno sentisse l’esplosione che accompagnava la sua giravolta magica. La seconda è come fosse possibile che esistesse una donna così splendida, che pur in una semplice fascinazione innocente da frequentatore dei banchi della scuola primaria ancien régime, ti sembrava fuori dal mondo. Una principessa delle amazzoni fatta e finita. Solo crescendo hai scoperto che il botto della trasformazione era un elemento non diegetico, udibile cioè solo dal pubblico come gli squilli di tromba che lo seguivano, piazzato lì per semplificare la transizione. E che Lynda Carter era una Miss USA semifinalista a Miss Mondo, venuta dall’Arizona, non davvero dall’Isola del Paradiso.

Era il 1975 e il film pilota di Wonder Woman e i due speciali da un’ora mandati in onda sulla sua scia erano andati BENISSIMO. Fregandosi le mani, i dirigenti della ABC ordinarono altri episodi, e la serie di Wonder Woman prese il volo come il suo aereo invisibile. Gli episodi alla fine saranno 59, spalmati in quattro anni e due network. Anni di storie semplici e molto ingenue per gli standard attuali, via via più comiche per tenersi stretto il pubblico. Ma proprio per questo dotate di un fascino vintage, da modernariato campy ed elegante allo stesso tempo. Se mai sia possibile.

Fa sorridere vedere Diana parlare con il suo amico robot IRAC (Information Retrieval Associative Computer), un elaboratore gigantesco, super-intelligente e ficcanaso che intuisce la sua identità segreta. È tenerezza televisiva d’altri tempi vedere al suo fianco la sorellina Drusilla, Wonder Girl. E ricordare che è una giovanissima Debra Winger. Anni e anni prima di Ufficiale e gentiluomo e Voglia di tenerezza. Ma pur con tutte le puntate sull’ambiente, i comprimari scemi come la segretaria Etta Candy (la Beatrice Colen di Happy Days) e i limiti da intrattenimento per famiglie di una TV che ora neanche in Don Matteo, Wonder Woman non sfociava mai nel demenziale voluto e trovato del Batman con Adam West. Nel ridicolo che ridicolizza il materiale di partenza.

E non a caso, l’avventura televisiva di Wonder Woman, come per Hulk, le ha ritagliato un posto nell’immaginario collettivo come eroina forte e rispettabile. Di Batman, del personaggio in generale, fino all’arrivo di Burton il grande pubblico continuerà a ricordare invece per anni solo la panza di West, vera o presunta che fosse, il balletto da meme e le gag dei muri scalati in orizzontale.

Era come se per quanto sempliciotta e risibile fosse la storia, per quanto infantili fossero i dialoghi, per quanto strano fosse vederla andare in giro con un aereo invisibile come nel cartone dei Superamici o farsi rubare il suo lazo della verità per l’ennesima volta, Wonder Woman non perdesse mai credibilità. Restava questo donnone alto quasi un metro e ottanta, avvolto nei colori della bandiera USA e in grado di suonarle ai cattivi e tornare alla sua vita in occhialini senza che nessuno se ne accorgesse. Non potevano sentire il botto, loro, dicevamo.

Un’eroina vera in un mondo semplice figlio di una TV molto più acerba, innocente. Il che fa strano, considerando che a creare Wonder Woman, nel ’41, era stato uno psicologo, tra le altre cose inventore della macchina della verità (ora sapete da dove arriva la storia del lazo), ma soprattutto fissato con il bondage e impegnato in una lunga relazione poliamorosa con due donne.

Ti affascinava all’epoca e continua ad affascinarti, inoltre, lo stacco temporale pazzesco tra la prima e la seconda stagione del telefilm. Si era passati dagli anni 40 agli anni 70, eppure Wonder Woman era sempre la stessa e il suo Steve Trevor pure: Lyle Waggoner aveva interpretato il padre nella prima serie e ora il figlio identico nella seconda, con la semplice aggiunta di un Jr in coda al nome. E pure qui, da ragazzino immaginavi complesse scelte narrative di fondo e… No, costava meno in termini di vestiti, auto e tutto il resto portare la baracca nel presente, avevano deciso i nuovi padroni di casa, alla CBS.

Sono passati più di quarant’anni, e trenta abbondanti dalle infinite repliche TV su Italia 1 nei primi anni 80. Dopo uno sfigatissimo episodio pilota per una nuova serie TV con Adrianne Palicki del 2011, gettato nel secchio della differenziata dalla NBC, Wonder Woman è oggi, per tutti, Gal Gadot. Regale e credibile come la Carter di allora, magari più snella e atletica (che è un modo elegante per dire che non porta una terza), ma comunque in grado di tradurre sullo schermo una Diana in grado di incarnare tutti i vari volti, le sfaccettature del personaggio DC Comics: una principessa guerriera, ingenua, determinata. E, soprattutto, incredibilmente, credibile in qualsiasi situazione. Con ogni probabilità una degli eroi meglio riusciti del tribolato nuovo DC Cinematic Universe, tra le crisi di identità dei suoi colleghi della Justice League.

Prendi questo, Batman. Di nuovo.

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