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Sigourney Weaver alla Festa del Cinema di Roma, la prima eroina del cinema

Sigourney Weaver alla Festa del Cinema di Roma, la prima eroina del cinema

Di Redazione SW

A cura di Sonia Serafini

Ripercorrere la carriera di un’attrice e una donna come Sigourney Weaver è praticamente impossibile: 69 anni, tantissimi film interpretati, alcuni fra i ruoli più iconici del cinema da protagonista, e ancora oggi sa sfilare sul tappeto rosso con grazia ed eleganza. Il suo sguardo è quello di una tigre, vivo, forte, profondo, pronta ad aggredire la vita e regalarci ancora emozioni.

Non si è mai tirata indietro davanti alle sfide che i registi le hanno proposto, ha rischiato Sigourney, ospite della Festa del Cinema di Roma per uno degli incontri con il pubblico, e non ha timore di raccontare le sue esperienze. Quando ha interpretato la scienziata Dian Fossey ha ammesso che aveva delle perplessità: “Non volevo rischiare di mancare di rispetto a una donna come lei, una figura tanto importante, però poi mi sono convinta. Alla fine è stata un’esperienza fantastica, lavorare in Africa, far parte del team della Fossey e lavorare con i gorilla, che sono animali profondamente umani.”

Quando ha lavorato nel film Una donna in carriera di Mike Nichols, cosa le ha lasciato?

Mike è stato il regista più dolce e brillante con il quale abbia avuto la fortuna di lavorare. Era sicuro e preciso sul set, per ottenere ciò che voleva faceva pochissimi ciak. È stato un piacere lavorare con lui e con quel cast grandioso. Il mio personaggio, Katharine, è stato strutturato come una persona prepotente, arrogante, che pensa di poter avere tutto ciò che vuole, in fondo era anche piacevole, purtroppo credeva di essere migliore di quanto non fosse.

Cosa ci dice invece di Roman Polanski?

Un film con Roman è sempre una grande esperienza, in quel caso poi, in La morte e la fanciulla, abbiamo girato il film in ordine cronologico e senza usare storyboard. Era un progetto molto personale per Roman, che modificò tantissimo il testo del dramma teatrale. Per quella che è stata la sua esperienza di vittima in Polonia, poi carnefice, un padre che ha perso tutto, era normale che volesse dare alla storia una sua impronta. Sul set del film mi diceva esattamente cosa fare. Talvolta non era facile ed ero a disagio, ma alla fine mi rendevo conto che aveva sempre ragione lui. Quando abbiamo fatto le prime prove di lettura, ha letto lui tutte le parti. È una cosa unica per un regista, non lo fa nessuno.

Affrontiamo il discorso della fantascienza.

La fantascienza oggi è un genere molto sofisticato, che affronta le grandi domande su noi stessi, e ormai fa parte del canone letterario americano. Ma non ho né programmato né basato la mia carriera nella fantascienza, io volevo semplicemente essere un’attrice di teatro. Il teatro è un’eccellente rodaggio per qualunque tipo di attore, ti fa avere più sicurezza e fiducia in quello che stai facendo. La critica dovrebbe avere un atteggiamento differente nei confronti del genere sci-fi, non è tutto effetti speciali, c’è molto altro!

Quando ha girato Avatar, si aspettava tutto quel successo?

Avatar esplora tematiche importanti sul nostro pianeta, su chi siamo, l’eterno confitto fra l’avidità e la compassione. Di sicuro nessuno si sarebbe mai aspettato un successo come questo, perfino la Fox! James Cameron poi è eccezionale, gestisce gli attori come un partner, dà loro dei suggerimenti ed è molto aperto al dialogo, girare il secondo e terzo capitolo della saga è stato divertentissimo, lui era rilassatissimo perché finalmente aveva finito di scrivere l’intera saga e questo gli ha donato serenità. Arrivava sul set e ogni giorno diceva: “Nessuno ha mai fatto qualcosa del genere, vediamo come andrà!”.

Anche con Alien andò così?

All’epoca Ridley era molto giovane e al suo secondo lavoro, mentre io mi ritrovavo nel mio primo vero ruolo importante. È stato una specie di battesimo per tutti e due. Come attrice di teatro l’approccio di Ridley sul set mi spaventò un po’, non amava fare prove, ci faceva sempre improvvisare e nessuno di noi sapeva cosa sarebbe successo dopo. Ho avuto però la sicurezza di rapportarmi con elementi esistenti, come l’alieno che era interpretato da un attore estremamente alto, non appena entrava nel costume diventava un mix tra il bellissimo e il terrificante. Tutto era una sorpresa, non sapevo da dove sarebbe sbucato, ma ho amato girare quel film, la libertà di avere abiti sporchi e fare ciò che volevo nelle pause. Ci ha pensato Cameron a riportarmi alla fantascienza, mi ero un po’ allontanata dal genere dopo Alien.

Di tutti i registi con i quali ha lavorato, quale è quello che le è rimasto più nel cuore?

Mi sono trovata bene con tutti, James Cameron in particolare, ma quello che è successo con Ang Lee è stato incredibile. Quando mi ha diretta in Tempesta di ghiaccio, quasi non ci siamo parlati, non ce n’era bisogno, bastava guardarci per capirci subito. In più voglio lodare il suo lavoro in Brokeback Mountain, un film incredibile e la più bella storia d’amore mai raccontata.

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