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Seconda Occasione: l’impenetrabile necessità di The Fog (2005)

Seconda Occasione: l’impenetrabile necessità di The Fog (2005)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: perché proporre ai teenagers il Carpenter più atmosferico?

SVOLGIMENTO
Il rapporto che ha John Carpenter con i remake delle sue opere è contemporaneamente il migliore e il peggiore possibile: se ne sbatte ampiamente le palle.
Lo dice chiaramente da anni: sono soldi che incassa per non fare nulla, è meraviglioso. Se lo pagano, è a favore; se non lo pagano, è contrario.
È il migliore: è un rapporto sano, improntato al vivere bene contro l’inevitabile. Ed è il peggiore perché ovviamente ci ritroviamo con delle ciofeche impunite a piede libero.
E c’è da capirlo, il John: ha passato quasi tutti gli anni ’80 a dirigere costosissimi flop che poi venivano puntualmente rivalutati.
Ci pensate?
Negli anni ’80, ve lo giuro, Carpenter aveva la fama di quello che “eh, sì, genio, però non sa gestire i grandi budget, funziona solo in un contesto indipendente“.
Questo si diceva di lui.
E per colpa di quali film?
Sostanzialmente, La cosa e Grosso guaio a Chinatown.
Andarono malissimo al botteghino, per motivi circostanziali che esploreremo prima o poi nei prossimi numeri, e solo dopo vennero recuperati e riconosciuti come due tra i migliori film in assoluto della loro epoca e/o di sempre.
Dopo non aver visto un centesimo con dei maledettissimi capolavori, volete quindi che si faccia degli scrupoli a batter cassa con film orribili senza manco bisogno di alzare le chiappe dalla poltrona?
Se l’è meritato, mi azzarderei a dire.
Sono i primi anni del 2000 quando la gente inizia a intuire la sua influenza, soprattutto in Europa, e iniziano a volare omaggi più o meno espliciti (il migliore: il francese Nido di vespe, 2002, di Florent-Emilio Siri).
Ed è il 2005 quando escono ben due film contemporaneamente tratti da un suo vecchio classico: Distretto 13 e questo The Fog.
Per quanto riguarda quest’ultimo, tutto parte dalla traccia di commento per il dvd del The Fog originale, registrata da John Carpenter e dalla sua produttrice, co-sceneggiatrice ed ex-fidanzata Debra Hill, in cui entrambi esprimono interesse in un possibile remake. The Fog di suo ha in effetti una storia particolare: trattasi dell’unica volta che Carpenter si ritrovò insoddisfatto di un suo film e dovette ingegnarsi per correggerlo in corsa e riscriverlo e rigirarlo quasi per un terzo. Il risultato fu un successo commerciale, ma mai esattamente il suo film preferito in carriera.
Nel 2004 Debra Hill coglie l’occasione per produrre il remake: John accetta di mettere il nome in cartellone, ma non fa letteralmente nient’altro.
Prodotto dalla Revolution Studios e distribuito da Columbia, il nuovo The Fog si presenta con 18 milioni di budget e il mirino puntato su un target di adolescenti: al posto di Tom Atkins c’è il ben più giovane Tom Welling di Smallville, al posto di Jamie Lee Curtis c’è la Maggie Grace di Lost (e poi Taken), e al posto di Adrienne Barbeau – che all’epoca dell’originale era la signora Carpenter – c’è Selma Blair (Cruel Intentions, Hellboy).

Insomma: nell’anno in cui finalmente Hostel darà una scossa al filone di horror anemici post-Scream con una sana ondata di vero gore, il nuovo The Fog è ancora bloccato a giocare ancora con le stesse regole di patinatura estrema, belle facce televisive, assenza totale di ambizione.
The Fog 2005 è forse un perfetto esempio di quello che è il peggior cinema possibile, a partire dal fatto che prima di ripassarmelo per questa rubrica non ricordavo nemmeno se l’avevo già visto a suo tempo oppure no. Un film può essere bello o brutto, può lasciarti ricordi piacevoli o spiacevoli, ma non può farsi dimenticare subito: due ore che non ti lasciano nulla, neanche uno straccio di fastidio, sono lo spreco di tempo definitivo e il peccato più grave. E The Fog è talmente anonimo che vanta appena un 4% di apprezzamento su Rotten Tomatoes ma quasi nessuno si ricorda di lui quando si tratta di stilare la classifica dei film più brutti degli ultimi vent’anni.
In effetti a riguardarlo tocca tutto quello che si può fare di sbagliato con un film del Carpenter più atmosferico, dal popolarlo di giovani e bellissimi cagnacci senza carisma – Selma Blair pare Cate Blanchett a confronto, pur non valendo la metà della Barbeau – al buttare con nonchalance Sugar, We’re Going Down dei Fall Out Boy in colonna sonora dopo appena tre minuti senza un perché, tranne accattivarsi i teenagers dell’epoca.
In cabina di regia non c’era per forza l’ultimo dei cretini: Rupert Wainwright veniva da Stigmata, che è un film che ho sempre trovato stupidissimo ma che aveva il suo perché, aveva il suo piglio, aveva energia. Ma qui il Rupert sembra avere un’idea un po’ troppo vaga di cosa sta facendo, e scarsa voglia di farlo: in una situazione in cui né storia né soprattutto i personaggi riescono a mantenere vivo l’interesse, sostanzialmente il suo contributo è riempire tutto di slow motion e fare sfoggio degli effetti digitali di (pen)ultima generazione.
È il più classico dei remake senz’anima, in cui l’unico motivo di esistere sembra essere la facilità con cui gli effetti speciali moderni aiutano a rendere visivamente la nebbia, i fantasmi che la popolano e l’effetto letale che ha sulle sue vittime, cosa su cui Carpenter non poteva contare. Ma è inutile sottolineare quanto i virtuosismi patinati di cinepresa siano puramente l’unica carta di cui Wainwright dispone per tenere sveglio se stesso e il pubblico nel momento in cui non ha idea di come gestire l’atmosfera e adattarla al target, e nemmeno troppa voglia di farlo.
Com’è triste prassi per operazioni di questo tipo, in cui si vuol far sperimentare ai ragazzini una piccola e innocua botta di vita senza traumatizzare gli impreparati, gli unici momenti “horror” sono la quantità indecorosa di finti jump scare e di tensione costruita unicamente con la musica che sale e poi si ferma all’improvviso. E il solo momento di vaga simpatia è quello in cui l’unico personaggio di colore, forzosamente inserito da questo remake in una storia che parla degli abitanti di un piccolo villaggio di pescatori al confronto con misfatti compiuti dai loro antenati, al momento della resa dei conti dice “non guardate me, io sono di Chicago” come a voler sottolineare la sua estraneità dalla vendetta ma anche da tutta la sceneggiatura.
Il film è infine dedicato alla memoria di Debra Hill, scomparsa a produzione ancora in corso a causa di un cancro diagnosticatole un anno prima. Alla sua uscita incassa decorosamente, prima di scivolare nell’oblio. Meglio ricordare Debra per la sceneggiatura dell’originale, per quella di Halloween e per le sue altre leggendarie collaborazioni con Carpenter.

IL VERDETTO: brutto, e della peggior specie di brutto. Talmente brutto da non farsi nemmeno ricordare come film brutto. Meglio perdere tempo con cose davvero sbagliate ma almeno convinte, tipo Catwoman.

COS’HO IMPARATO: niente. Totale. Perdita. Di tempo.

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