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ScreenWEEK intervista il cast di Alita: Angelo della battaglia

ScreenWEEK intervista il cast di Alita: Angelo della battaglia

Di Adriano Ercolani

Il San Diego Comic Con 2018 ha ospitato la presentazione di uno degli sci-fi più attesi della stagione, Alita: Angelo della battaglia. Un progetto che il grande James Cameron ha pensato di dirigere per anni, dovendo poi rinunciare soltanto perché troppo impegnato con i sequel di Avatar. Ma il grande James ha passato il testimone a un degno erede, Robert Rodriguez. E lo stesso regista è venuto alla manifestazione californiana per presentare il film, accompagnato dalla protagonista Rosa Salazar, dall’altro membro del cast Keenan Johnson e dal produttore del film Jon Landau, fedelissimo collaboratore di Cameron. Ecco cosa ci hanno raccontato della realizzazione di Alita: Angelo della battaglia.

Quanto hanno contato la performance capture e quanto l’attore dietro di essa nella realizzazione del film?

Jon Landau – Alita è un personaggio completamente generato al computer, ma le fondamenta sono costituite dalla grande performance di Rosa Salazar. Come Zoe Saldana in Avatar o Andy Serkis nella trilogia de Il pianeta delle scimmie abbiamo adoperato attori di talento, in grado di produrre l’empatia necessaria perché l’animazione al computer funzioni veramente.

Rosa Salazar – È stata una sfida all’inizio, ma come ogni aspetto dell’essere attore è qualcosa che devi imparare, giorno dopo giorno. All’inizio tutto mi sembrava estraneo, dal vestito alle batterie che indossavo per le microcamere. Soprattutto il registratore in testa ha reso la scena del bacio piuttosto complessa! Penso che in qualche modo la performance capture possa elevare la performance di un attore, perché devi lavorare maggiormente con l’immaginazione, devi rendere concreta un’idea attraverso il linguaggio del corpo. In particolar modo adesso che puoi vedere immediatamente in 3D ciò che stai facendo, il frutto del tuo lavoro, rende questo tipo di esercizio mentale e fisico davvero entusiasmante. E questo grazie alla Weta, che ha perfezionato la tecnologia in maniera incredibile.

Come avete scelto Rosa Salazar per dare corpo ad Alita?

Robert Rodriguez – Non avevo mai pianto in carriera durante un’audizione. Avevo dato a Rosa alcune scene sparse del film per creare un minimo di arco narrativo di Alita, quando è entrata per sostenere il provino era già totalmente entrata nella sua psicologia. Così ho chiamato Jon Landau e James Cameron e ho detto: “Lo so che dobbiamo ancora vedere molte attrici ma questa è davvero prodigiosa, è speciale.” Questo è davvero uno di quei casi in cui la performance capture riesce a carpire la prova di un attore. Rosa si è immersa totalmente nel personaggio di Alita, quando guardavo nello schermo vedevo soltanto la protagonista del mio film. È stato emozionante.

Come ha lavorato con Robert Rodriguez per creare il personaggio di Hugo?

Keenan Johnson – La prima cosa che mi ha mostrato Robert quando ci siamo incontrati è stato un fermo-immagine di 1997: Fuga da New York. Kurt Russell nei panni di Pissken sembrava furioso, implacabile. Mi ha detto di ispirarmi a lui per preparare la parte di Hugo. Mi sono allenato per settimane con lo stunt coordinator che ha lavorato anche ad Avatar, alla fine ho capito la fisicità del mio ruolo e ho affrontato le scene d’azione con più sicurezza.

Cosa ha reso Alita: Battle Angel così speciale agli occhi di James Cameron?

Jon Landau – James voleva realizzare il film perché per lui rappresentava in qualche modo una risposta a Terminator. Nell’altro una macchina veniva spedita sulla Terra per annientare la razza umana, in Alita invece è l’umanità che prevale, anche se dentro il corpo di un cyborg. Il messaggio è esattamente l’inverso. Per Alita è un viaggio alla scoperta della sua anima più interna, capire chi è e cosa la avvicina a essere una vero essere umano.

Lei è abituato a ricoprire molti ruoli quando gira in film. Come è stato lavorare con un cast tecnico al completo e di tale livello?

Robert Rodriguez – Sia ben chiaro, a me piacerebbe sempre avere un direttore della fotografia, un montatore o un produttore. Spesso faccio tutto io semplicemente per risparmiare denaro! Io sono il compositore dei miei film perché è il primo reparto da cui togli fondi se vai oltre il budget stabilito. Molte volte mi sono trovato a fine riprese a pensare: “OK, sono di nuovo il musicista del mio film!” Mi piace lavorare con persone che sono migliori di me, ti spingono a produrre il meglio delle tue possibilità come cineasta. Avere qualcuno come Bill Pope alla fotografia è un lusso incredibile, ho capito così tante cose vedendo come prepara le luci o attraverso i consigli che mi ha dato per alcune inquadrature. In Alita: Battle Angel mi sono potuto concentrare quasi esclusivamente sulla regia, perché ho avuto dei collaboratori che sono maestri in quello che fanno. Lo stesso posso dire della Weta, che ha realizzato degli effetti speciali sbalorditivi. Nei miei film precedenti quando mi chiedevano come avremmo fatto a far apparire un effetto speciale migliore, la mia risposta invariabilmente era: “Scurisci l’immagine! Rendi tutto più oscuro!”

E invece cosa può raccontare della collaborazione con Cameron? Come ha utilizzato il materiale che lui aveva già scritto?

Robert Roderiguez – James mi ha spedito un contenitore con una scheda per ogni scena, e ce ne erano più di centosettanta. Le ho messe sul pavimento e ho iniziato a cercare quello che unisce ogni storia in un film di Jim fin dal primo Terminator: la componente umana. Così ho iniziato a togliere tutto quello che non riguardava il percorso umano di Alita, e alla fine ho ottenuto un primo draft della sceneggiatura che miracolosamente era lungo soltanto sessanta pagine. Ma non è che James non avesse capito come scrivere il film, è solo che è stato preso da altri progetti, dal girare i sequel di Avatar. Altrimenti lo avrebbe fatto lui. E non mi ha dato solo il suo script ma anche le note personali, più di seicento pagine!

Pensa di aver imparato molto da lui?

Robert Rodriguez – James è un ingegnere come formazione, ama sezionare a capire ogni problema. Quando gli chiedevo consigli via email le risposte erano veri e propri trattati, che ho stampato e racconto il un faldone intitolato “Cosa ho imparato da Jim”. Ricordo la prima volta che l’ho incontrato ventisei anni fa, stavo per girare Desperado. Volevo impressionarlo, cosi gli ho detto: “Ho appena fatto un corso di tre giorni di steady-cam perché voglio essere io ad adoperarla per girare il film!” E lui mi ha risposto: “Io ne ho comprata una. Ma non farò l’operatore: la smonterò per costruirne una migliore.” Questo è James Cameron.

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