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Mirai – La famiglia vista attraverso gli occhi di un bambino, recensione

Mirai – La famiglia vista attraverso gli occhi di un bambino, recensione

Di Marlen Vazzoler

Per pochi giorni arriva anche in Italia il lungometraggio animato Mirai, in giapponese Mirai no Mirai (Mirai del futuro), presentato al Festival di Cannes e a quello di Annecy, diretto dal regista Mamoru Hosoda che abbiamo imparato a conoscere con il suo lavoro come animatore (Digimon Adventure, One Piece, Dragon Ball Z, Slam Dunk) e poi regista (Digimon – Il film, One Piece: L’isola segreta del barone Omatsuri).

Il filmaker è poi salito alla ribalta grazie ai tre film prodotti dalla Madhouse: La ragazza che saltava nel tempo, Summer Wars e Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo (quest’ultimo co-prodotto dallo studio Chizu co-fondato da Hosoda e dal produttore di tutti i suoi film più personali, Yuichiro Saito), caratterizzati dalla presenza dello stesso gruppo creativo: Saito alla produzione, Satoko Okudera alla sceneggiatura e Yoshiyuki Sadamoto come character designer.

In Mirai secondo film realizzato interamente dallo studio Chizu, scritto e diretto da Hosoda, seguiamo la storia di una famiglia di tre persone la cui vita viene messa sottosopra dalla nascita della secondogenita. La struttura del film si distingue ben presto da molti altri prodotti d’animazione per due particolari approcci scelti da Hosoda.

Sebbene il titolo e il materiale promozionale siano focalizzati sul personaggio di Mirai, è Kun l’assoluto protagonista della storia che viene raccontata dal suo punto di vista. Hosoda usa un approccio realistico, sia caratterialmente, sia nelle gesta che nella voce, per portare in vita il bambino. È viziato, fa i capricci in continuazione, la sua gelosia lo porta a commettere anche atti violenti portando all’esasperazione sia i genitori sia il pubblico. Un lavoro rimarchevole è stato fatto per quanto concerne la sua animazione, era dai tempi di La principessa Kaguya di Isao Takahata che non venivo così colpita dall’attenzione e accuratezza nel ricreare le movenze di un bambino.
L’ultimo tocco finale è rappresentato dalla prova di doppiaggio della diciottenne Haru Kuroki che fa un lavoro a dir poco eccellente nel riprodurre la voce di un bambino di quattro anni, tant’è che per la fine del film avrete dei sentimenti contrastanti nel confronti di Kun-chan, e alcuni si troveranno ad odiarlo profondamente.

La narrazione si svolge per buona parte all’interno della casa progettata, secondo le indicazioni di Hosoda, dall’architetto Makoto Tanijiri. Ma non si tratta di un’abitazione qualsiasi, la struttura a piani separa idealmente le zone pubbliche abitate principalmente da Kun-chan (la stanza dei giochi e il giardino) da quelle private (la cucina, il soggiorno e la camera da letto) dove si muovono i genitori e dove si trova Mirai. Inoltre il giardino interno diventa la porta attraverso la quale Kun intraprende i suoi viaggi fantastici che gli permetteranno ogni volta di venire a termini con un lato della sua nuova vita che fatica ad accettare.

Passato, presente e futuro si intersecano in un modo così fluido che lo spettatore riesce a seguire il tutto senza sforzo, e questo crea quella che all’apparenza è una storia molto semplice, ‘troppo’ se la confrontiamo con le pellicole precedenti del regista.
Mirai racconta come Kun arriva ad accettare la presenza della sorellina, grazie a quattro incontri: con lo spirito in versione umana del suo cane (presente); due viaggi nel passato, nel primo incontra il bisnonno ventenne, nel secondo la madre quando aveva la sua stessa età; e infine incontra sia nel presente sia nel futuro l’adolescente Mirai.
Ci troviamo di conseguenza di fronte a una struttura episodica dove ogni episodio si conclude con una lezione di vita, senza essere pedante. Questi incontri o meglio questi viaggi nello spazio-tempo, ad alcuni potranno far venire in mente la storia del Canto di Natale, in realtà sono un tema tipico della filmografia di Hosoda che li usa per esplorare le dinamiche famigliari e la loro evoluzione dopo l’arrivo di Mirai.

In un mondo dove la parità di genere diventa un argomento sempre più sentito, è rinfrescante seguire la transizione dei genitori, la madre mentre si prepara a tornare al lavoro e il padre che ha lasciato il posto in ufficio per fare il freelance e il casalingo. Hosoda ci mostra le difficoltà che i due si trovano a superare e la loro crescita parallelamente a quella del figlio.
Da una parte seguiamo il percorso realistico degli adulti e dall’altra quello ‘magico’ del piccolo Kun, che rischiano brevemente di incrociarsi nell’episodio delle bambole, quando il padre scorge brevemente la mano della figlia adulta in cucina.

Per quanto concerne l’animazione, l’uso della computer grafica è ben integrato a quello realizzato a mano, Hosoda usa delle angolazioni aeree interessanti quando usa la telecamera per chiudere sulla casa di Kun-chan. Il character design è stato affidato questa volta a Hiroyuki Aoyama che ricorda quello delle passate opere del regista.

La colonna sonora di Masakatsu Takagi è orecchiabile, delle due theme song cantate da Tatsuro Yamashita quella usata nei titoli di testa ‘Mirai no Theme‘ è quella che tende a rimanerti dentro dopo la fine del film.

In conclusione ci troviamo di fronte a un buon film ma il suo ritmo lento e la storia raccontata dal punto di vista di Kun risultano dei deterrenti per una buona parte del pubblico, ricordiamo che in Giappone il film ha incassato la metà di The Boy and The Beast nonostante gli elogi della critica. Se si riescono a superare questi due scogli, il film è davvero apprezzabile, anche se non il migliore della filmografia di Hosoda.

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