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22 ottobre 2018 • 17:10 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Halloween, generazioni: la recensione del film di David Gordon Green

Il nuovo Halloween di David Gordon Green riparte dalla mitologia originale di John Carpenter per costruire un efficace racconto di tensione, dove i conflitti generazionali hanno un ruolo basilare.
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Per certi aspetti, la dittatura dei fan è un elemento peculiare nella cultura pop contemporanea. I bambini e gli adolescenti degli anni Settanta/Ottanta – due decenni caratterizzati da un’alta concentrazione di film cult – sono gli adulti di oggi, capaci d’influenzare l’immaginario collettivo e l’industria cinematografica con precise scelte di campo: in altre parole, i fan hanno conquistato il potere, come stiamo vedendo nei nuovi capitoli di Star Wars. Non è un caso che gli attuali reboot, sequel e trasposizioni varie (sia al cinema sia in televisione) ambiscano sempre a un certo grado di fedeltà nei confronti delle opere originali, per render loro giustizia e cancellare il ricordo dei capitoli precedenti, spesso “apocrifi”. Tim Miller lo farà con Terminator, Neill Blomkamp avrebbe voluto farlo con Aliens, e ora David Gordon Green riesce nel medesimo intento con Halloween, sequel che si ricollega direttamente al classico di John Carpenter, senza nemmeno tenere in considerazione il pur legittimo Halloween II di Rick Rosenthal (scritto dallo stesso Carpenter e da Debra Hill). Così, rispetto al tentativo che fece Steve Miner nel 1998 con Halloween – 20 anni dopo, il film di Green cerca una correttezza filologica che sfiora il feticismo, proprio come un vero fan: i titoli di testa imitano quelli del 1978, mentre le citazioni e i rimandi interni si sprecano.

Ovviamente l’intera operazione è fondata sulla presenza di Jamie Lee Curtis nelle vesti di Laurie Strode, personaggio che ha codificato il ruolo della final girl. A quarant’anni dai Babysitter Murders – questo il nome che la stampa ha assegnato agli omicidi di Michael Myers (Nick Castle), ma è anche il titolo della prima sceneggiatura di Carpenter e Hill – la nostra Laurie vive da prepper nella sua grande villa fuori Haddonfield, dove si allena costantemente per prepararsi all’eventuale ritorno del maniaco, che intanto è rinchiuso nel carcere di Smith’s Grove. L’ossessione e la paura hanno trasformato Laura in una paria sociale, affetta da stress post-traumatico: sua figlia Karen (Judy Greer) le fu sottratta dai servizi sociali perché Laurie la faceva vivere da reclusa, e ora i rapporti con lei sono freddi, nonostante sua nipote Allyson (Andi Matichak) tenti di mediare fra di loro. Due giornalisti inglesi fanno visita a Myers per registrare un podcast investigativo, ma il Dr. Ranbir Sartain (Haluk Bilginer) spiega loro che il killer non ha mai aperto bocca con nessuno, e infatti rimane impassibile anche di fronte alla sua vecchia maschera. Quando però, durante un trasferimento, Michael riesce a fuggire, Haddonfield scopre che l’incubo non è finito, e l’unica possibilità di fermarlo risiede in Laurie.

Già da queste premesse si può capire come David Gordon Green cerchi di scorgere la verità dietro ai cliché del genere slasher, le cui regole sono state disciplinate proprio da Halloween. La sopravvivenza della final girl cela risvolti psico-sociali che solitamente non vediamo, dovuti a un trauma che incide lacerazioni profonde nella carne e nella mente dell’eroina: lo shock partorisce alcune ossessioni tipicamente statunitensi (il survivalismo, le armi da fuoco, l’isolazionismo domestico), radicando nella protagonista una visione binaria e manichea del mondo esterno, la stessa che viene propagandata dalle grandi istituzioni americane in tempo di crisi. Ciò che ne deriva è uno dei nuclei centrali del film, ovvero il conflitto generazionale tra due diversi “sguardi”. I giovani liberal – rappresentati dai reporter britannici – sono imbottiti di una Weltanschauung politicamente corretta, e vedono in Michael Myers un essere umano da indagare, analizzare, forse persino compatire; Laurie, invece, eredita l’inquietudine febbricitante del Dr. Loomis, e vede nel maniaco un’incarnazione del Male puro, più simile a un’entità metafisica che a una persona. Paradossalmente, Green recupera un’idea che è stata cementificata negli anni dai capitoli “spuri” della saga: quella che Myers sia una creatura sovrannaturale, immortale e inarrestabile. Non ci sono indicazioni esplicite in tal senso, ma il killer continua a essere dotato di una forza apparentemente sovrumana, e non sembra mai patire le ferite, che non servono nemmeno a rallentarlo. I fatti, insomma, potrebbero dare ragione a Laurie e Loomis: più che un uomo, Michael è una personificazione del Male primigenio.

Di conseguenza, questo Halloween non sfugge agli stereotipi dello slasher, ma li alimenta in virtù di una celebrazione affettuosa, a tratti quasi morbosa, che porta il regista a citare persino alcuni singoli dettagli degli episodi passati, come una scena specifica di Halloween II o le maschere di Halloween III, per non parlare dei numerosi riferimenti all’originale carpenteriano. Alcuni vengono ribaltati, certo, ma Green non è interessato alla decostruzione del genere, quanto al ritorno di una purezza cristallina e basilare, rintracciabile nel vero cuore del film: la paura. Dai ritratti di contorno (poco riusciti) emerge lo scanzonato regista delle commedie indie, ma Green prende tremendamente sul serio il suo impegno nei confronti della saga, e imbastisce sequenze horror tesissime, riuscendo a mantenere alto il livello della suspense per tutto il corso della narrazione. Il suo mestiere è indubbiamente più efficace rispetto alla maggior parte degli altri cineasti che lavorano con Blumhouse, anche perché dimostra di aver interiorizzato la lezione di Carpenter: l’orrore e il terrore risultano più intensi quando sono invisibili, fuori campo. Ci si spaventa di più nelle attese, quando Michael Myers è solo una presenza che aleggia in uno spazio chiuso, prima che la sua furia omicida si scateni sulle vittime. Halloween dà il meglio di sé in queste frazioni snervanti, dove il tempo resta bloccato in una sospensione crudele, archiviando i balbettii di una sceneggiatura che talvolta suona un po’ forzata o didascalica.

L’omaggio è quindi ben riuscito in termini sia filologici sia creativi, perché Green recupera la centralità assoluta del “mostro” come catalizzatore del Male, monolitico e spersonalizzato nelle sue movenze da automa. Fedelmente alla tradizione dello slasher, Halloween non è una conclusione ma un nuovo inizio: la ruota degli orrori non si ferma mai, e forse è vero che Michael Myers – in quanto icona della paura – non può essere confinato entro limiti umani.

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