Elite – Omicidio e lotta di classe, in classe: la recensione della serie Netflix

Elite – Omicidio e lotta di classe, in classe: la recensione della serie Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

Netflix continua a supportare le ambizioni internazionali delle produzioni locali, ed Elite – dopo il grande successo de La casa di carta – risponde all’esigenza primaria del servizio streaming: promuovere un linguaggio formale e narrativo che sia fruibile da tutti, in ogni angolo del mondo, anche partendo dalle peculiarità specifiche di un singolo territorio. Come vedremo, da questa unione scaturisce una creatura ibrida che cerca un difficile accordo tra due identità culturali, il gusto iberico da una parte e lo sguardo americano dall’altro.

Come lascia intendere il titolo, Elite si svolge in un liceo di grande prestigio, Las Encinas, dove studia la futura classe dirigente spagnola. Samuel (Itzan Escamilla), Nadia (Mina El Hammani) e Christian (Miguel Hérran) appartengono al ceto popolare, ma ottengono una borsa di studio per Las Encinas dopo che un terremoto distrugge la loro scuola, e si ritrovano immediatamente circondati da un clima ostile: i rampolli dell’alta società non amano la convivenza con i proletari, e infatti i tre nuovi arrivati vengono subito presi di mira da Guzmán (Miguel Bernardeau), figlio di un ricco imprenditore edile. Sua sorella Marina (Maria Pedraza) è invece più amichevole, soprattutto con Samuel, che ben presto comincia a provare qualcosa per lei.

Intanto, Nadia entra in competizione con la viziatissima Lucrecia (Danna Paola), poiché la migliore della scuola avrà la possibilità di studiare in una high school della Florida ed eventualmente accedere a un college dell’Ivy League. Disinteressato allo studio, Christian punta la bellissima Clara (Ester Expósito), che però sta con Polo (Álvaro Rico), e cerca un modo per ravvivare la loro relazione: libido e scalata sociale potrebbero trovare una sintesi inaspettata. La vicenda si complica quando Nano (Jaime Lorente), fratello di Samuel, torna a casa dopo un periodo trascorso in prigione, pieno di rancore verso il padre di Guzmán e Marina, accusato di affari illeciti nella costruzione della vecchia scuola, che sarebbe crollata a causa dei materiali scadenti. Le tensioni deflagrano in un omicidio durante la festa di fine anno, e i ragazzi sono tutti sospettati.

È curioso che le ambizioni internazionali di un film o di una serie tv corrispondano spesso all’emulazione dei modelli americani, ma non c’è da stupirsi: come diceva Wim Wenders, “gli Stati Uniti ci hanno colonizzato l’inconscio”, imponendoci sovrastrutture ricorrenti che tendiamo sempre a replicare quando vogliamo rivolgerci a un pubblico molto vasto, assuefatto a quei modelli almeno quanto noi. D’altronde, la maggior parte dell’intrattenimento audiovisivo proviene dall’America, e una porzione consistente del nostro immaginario è made in USA; riprodurne gli elementi registici e narrativi significa quindi confezionare un’opera rassicurante, nonché più agevole da decodificare. Nel creare Elite, Carlos Montero e Darío Madrona percorrono proprio quel sentiero, e impostano il racconto su conflitti interpersonali abbastanza stereotipati, con caratterizzazioni basilari: abbiamo un protagonista sensibile, una spalla comica guascona, un antagonista snob e arrogante, uno sportivo che nasconde ai genitori le sue tendenze omosessuali, una ragazza musulmana che cerca riscatto fuori dal nucleo familiare, una co-protagonista femminile ammaliante e tormentata… insomma, il sistema dei personaggi non si spinge oltre i soliti cliché, almeno all’inizio. Il pregio di Elite, però, è quello di accennare un’evoluzione psico-emotiva in quasi tutti i protagonisti, calandoli in situazioni che – dopo un incipit molto prevedibile – esulano dal loro retaggio caratteriale. La cialtroneria di Christian, ad esempio, finisce per scontrarsi con ostacoli palesemente drammatici, mentre l’apparente monodimensionalità di Guzmán rivela ben altre sfaccettature nel suo rapporto con gli amici e nella progressiva accettazione del “diverso”. Siamo lontani dai contrasti magmatici di Tredici (serie di cui Elite ripercorre alcune tracce), ma indubbiamente Montero e Madrona cercano di ammorbidire l’iniziale rigidità dei personaggi, rendendoli un po’ più sfumati e imprevedibili rispetto al principio.

Se paragonata allo show di Brian Yorkey, però, la serie spagnola non è altrettanto calibrata sull’età dei suoi protagonisti, e le manca il senso della misura: Marina e compagni vivono problemi eccessivamente adulti per risultare credibili, sostituendosi in tutto e per tutto ai genitori, che infatti scompaiono (pessimo il trattamento riservato alla madre di Samuel, completamente marginalizzata dagli eventi) o si comportano da inetti, quando lasciano questioni vitali nelle mani dei figli sedicenni. Al contrario di Tredici, i conflitti di Elite non sempre rientrano nella sfera della pubertà, e dimostrano una tendenza parossistica verso il melodramma, come se gli autori non riuscissero a smettere i panni degli adulti e indossare quelli degli adolescenti. Si avverte la foga di concentrare molte tematiche diverse (omosessualità, discriminazioni sociali, droga, scontri etnico-religiosi…) in un numero ristretto di personaggi, stabilendo connessioni che talvolta funzionano, ma in altri casi appaiono forzate.

Non sempre i momenti di climax riescono a toccare le corde giuste, anche perché il ridicolo involontario è un rischio concreto. Quantomeno, però, Elite non imita l’ipocrisia dei modelli americani nella rappresentazione della sessualità, che anzi è piuttosto libera ed esplicita, dando allo show quella fiammeggiante sensualità che manca ai teen drama statunitensi. La confezione peraltro è impeccabile, grazie a una regia invisibile ma attenta, capace di valorizzare le interpretazioni del giovane cast e gli impulsi carnali dell’adolescenza. L’eventuale seconda stagione muterà la carte in gioco, quindi c’è sicuramente il potenziale per condurre la serie verso nuovi orizzonti: magari approfondendo quella lotta di classe che si consuma nell’utopia del salto sociale, e nell’impossibilità di realizzarla senza compromettere la propria identità.

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