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11 ottobre 2018 • 20:45 • Scritto da Adriano Ercolani

Colette: la recensione del biopic con Keira Knightley

Pur senza essere un capolavoro, Colette alla fine si rivela un biopic che dopo una partenza stentata riesce a incuriosire lo spettatore, a stuzzicarne la sensibilità in maniera inaspettata.
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Portare sul grande schermo la vita di una delle figure fondamentali nella storia della letteratura contemporanea, un simbolo di libertà emancipazione e libertà di espressione, non era certo una scommessa vinta in partenza, tutt’altro. Dopo il successo di Still Alice (co-diretto con il compianto Jonathan Glatzer) l’inglese Wash Westomoreland si è cimentato con il biopic dedicato a Sidonie-Gabrielle Colette mostrando ancora alcuni limiti di maturità registica ma anche una discreta sensibilità come narratore di psicologie anticonvenzionali.

Il lungometraggio rappresenta uno di quei rari casi in cui lo sviluppo e la chiusura della storia risultano più efficaci del setting iniziale. Colette infatti parte decisamente male: la volontà fin troppo evidente di costruire l’arco narrativo della storia raccontando la sua progressiva maturazione e presa di coscienza costringe la sceneggiatura a tratteggiare inizialmente una psicologia davvero troppo ingenua e monodimensionale. Mancando una figura carismatica che possa fungere da catalizzatore per l’attenzione del pubblico, la “pulizia” della messa in scena di Westmoreland diventa purtroppo piattezza, che lascia la messa in scena brancolare nel purgatorio dei film in costume senza una vera anima.

Scena dopo scena però il rapporto ambiguo, controverso tra Colette e suo marito Willy inizia a delinearsi con forza emotiva sempre crescente: i due personaggi diventano più corposi, autentici nelle loro imperfezioni e nei loro sbagli, coraggiosi quando non addirittura sfrontati nel cercare di perseguire la propria felicità intellettuale e sessuale ovunque esse si celino. Ecco alla che Colette prende quota, si trasforma in un dramma psicologico dove la battaglia tra i sessi è sostenuta da due contendenti iconoclasti, fuori dagli schemi, con cui si può empatizzare pur riconoscendone la perfettibilità. La qualità del progetto si eleva anche perché Keira Knightley pian piano inizia a entrare nel personaggio a livello psicologico e soprattutto fisico, sviluppandolo con sorprendente pienezza. Nel processo di maturazione della donna, alla ricerca non della sua identità quanto delle molteplici componenti che la costituiscono in quanto donna, l’attrice compone pian piano un ritratto veritiero e commovente, riuscendo con naturalezza ad evitare scene eccessivamente drammatiche. Finalmente la Knightley dimostra di “sentire” il personaggio che interpreta, di averne introiettato le sfumature e i lati nascosti, anche quelli che devono essere tenuti nascosti perché troppo dolorosi da mostrare.

Pur senza essere un capolavoro, Colette alla fine si rivela un biopic che dopo una partenza stentata riesce a incuriosire lo spettatore, a stuzzicarne la sensibilità in maniera inaspettata. Il pudore e la gentilezza della messa in scena, all’inizio claudicanti, nella parte finale del film invece si compenetrano efficacemente con la personalità sfumata ma tenace della grande scrittrice. In conclusione, un film da vedere non fosse altro che per apprezzare la forza umana e la grandezza artistica di Sidonie-Gabrielle Colette.

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