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È in assoluto uno degli anime robotici più amati in Italia, insieme a Goldrake e Jeeg. Ma Daitarn 3 non ha avuto una vita altrettanto semplice in patria, e da quarant’anni gli appassionati discutono ancora del suo criptico finale. Sette cose che forse non sapevate sul mondo di Haran Banjo (che in realtà è Banjo Haran) e Daitarn 3!
1. ATTACCO SOLARE
L’imbattibile Daitarn 3 (Muteki kōjin Daitān 3, “Daitarn 3, l’invincibile uomo d’acciaio”) esordisce sulla TV giapponese il 3 giugno del 1978. È una serie prodotta dalla Sunrise, azienda che poco dopo farà tombola, bingo e tutto il resto con il successo a innesco ritardato di Gundam. A creare l’anime è Yoshiyuki Tomino, che l’anno dopo si occuperà proprio di Gundam e che per Sunrise ha già dato vita nel ’77 a Zambot 3.
Zambot e Daitarn sembrano due serie diverse quanto possono esserlo, appunto, il giorno e la notte. Legato al tema della luna e drammatico il primo, scanzonato e incentrato sul sole il secondo. Daitarn 3 nasce dalla voglia di Tomino e Sunrise di cambiare registro dopo il bagno di sangue con cui si è chiusa Zambot 3. In realtà il progetto di Daitarn 3 ha però origine prima di Zambot, con il nome di Bomber-X, ma viene lasciato in panchina per un paio d’anni a causa del fallimento dello sponsor, la produttrice di giocattoli Bullmark.
Per chi non lo sapesse, tutti gli anime giapponesi destinati alla TV vengono messi in produzione, da sempre, grazie ai soldi degli sponsor. Nel caso dei robottoni, si trattava di aziende del giocattolo, che finanziavano o spesso commissionavano direttamente (è il caso di Jeeg Robot d’Acciaio) un determinato tipo di serie per venderne i modellini.
2. POP O FLOP
In Italia, si diceva, Daitarn 3 e Banjo sono figure di culto, grazie ad anni di repliche sulle reti private. Al mondo di Daitarn 3, e in particolare ai suoi antagonisti, si sono ispirati la band dei Meganoidi e i fumettisti Emiliano Pagani e Daniele Caluri per il loro Don Zauker. In Giappone, però, le cose sono andate in modo molto diverso. Gli ascolti della serie, per tutte le sue 40 puntate, sono stati molto bassi. Il pubblico nipponico sembrava non capire questo anime robotico che prendeva in giro tutti i tormentoni del genere, un super robot che era più che altro parodia dei super robot. Terminata la serie, nel ’79, di Daitarn non si è visto praticamente altro, fatta eccezione per alcune light novel, romanzi illustrati scritti dallo stesso Tomino.
3. DARTH VADER VS 007
Daitarn 3 è un concentrato di citazioni che vanno ben al di là del genere di appartenenza. Si tira in ballo di tutto, nei suoi episodi, da Star Wars, omaggiato più volte, a Freud. I comandanti meganoidi che si trasformano in Megaborg sono un delirante frullato di spunti diversi, che comprende Biancaneve, i super-eroi USA, le stelle del cinema di Hong Kong e quelle di Hollywood, con il biondo Jimmy Dean.
Lo stesso Banjo (Haran è il cognome, ricordiamolo) gioca di continuo a fare il James Bond. Reika è un’ex agente dell’Interpol, la svampita Beauty chiaramente una Bond Girl. Il maggiordomo Garrison, invece, ricorda fin troppo l’Alfred Pennyworth di Batman.
4. FACCE E CHILOMETRI
Sono tanti i tratti caratteristi del Daitarn. Innanzitutto la mimica facciale: è uno dei pochi robot, insieme a Trider G7 (che però arriverà due anni dopo) ad assumere tutta una serie di espressioni per commentare quanto sta accadendo. Il Daitarn è inoltre uno dei robottoni più alti in assoluto: 120 metri e 800 tonnellate di peso, contro i 60 di Zambot 3, i 30 di Goldrake o i 18 metri di Mazinga Z. Si sono visti però robottoni più alti nella storia degli anime, come Danguard e Gunbuster (200 metri). O la fortezza trasformabile di Macross (1.200 metri). Acari, in ogni caso, in confronto a Sfondamento dei cieli Gurren Lagann, il robot della serie omonima, alto 10 milioni di anni luce, cioè 9.461 miliardi di chilometri (!!!). Uno che anziché “a giocar su Marte va”, come Goldrake, con i corpi celesti ci gioca direttamente a biglie.
5. LA SIGLA DA SUPER-FOMENTO
La bellissima sigla Daitan III (senza la R), pubblicata all’arrivo dell’anime in Italia, nell’80, è stata scritta da Luigi Albertelli e Vince Tempera e interpretata da I Micronauti, pseudonimo usato dallo stesso Tempera per le sigle da lui curate. Quella di Daitarn, in particolare, era cantata dai fratelli Balestra, un’ex cover band di Crosby, Stills, Nash & Young che ha inciso altre sigle celebri come Candy Candy, Starzinger, Koseidon… Una cover di Daitan III è stata eseguita spesso dai Subsonica durante i loro concerti. Già che ci siete, cercatevi pure su YouTube – se non la conoscete già – la versione dei Peter Punk.
6. I DUE DAITARN 3
Esistono due doppiaggi di Daitarn 3, quello storico dell’80 e quello Dynit del 2000. Nel secondo la voce di Banjo è di Massimo De Ambrosis che prende il posto del mitico Renzo Stacchi. Beauty non ha più quella di Rosalinda Galli (Lamù, Venusia), ma un’altra voce storica dell’animazione in Italia, Georgia Lepore, interprete anche di numerose sigle, come Mimi e le ragazze della pallavolo.
La differenza principale tra i due doppiaggi, chiaramente voci a parte, è nella traduzione. Un po’ troppo libera in diversi punti nel doppiaggio storico, come accadeva spesso all’epoca. Questo ha un suo peso soprattutto nel finale, che non è affatto scanzonato come il resto della serie e ribalta – alla Tomino – il quadro, gettando tutta un’altra luce sui protagonisti.
7. IL FINALE SPIEGATO (PROVIAMOCI)
Che tra i meganoidi ci siano anche dei buoni lo si vede già nel corso della serie. Così come si nota che Banjo è un po’ troppo invasato nella sua crociata. Gli interessa solo la distruzione dei meganoidi: il frutto dei piani folli di suo padre, i cyborg creati dal defunto professor Sozo Haran. Don Zauker è un robot con cervello umanoide che guida i cyborg malvagi, Koros la sua sacerdotessa e interprete personale. Tutto chiaro, no? No.
Grazie al nuovo doppiaggio e a una lettura dei nomi dei doppiatori originali si capisce che il padre di Banjo e Don Zauker sono la stessa persona e che Banjo si pente di aver ucciso Koros, che forse era l’amante del padre. Di sicuro Koros ha manovrato Don Zauker, null’altro che un vegetale, per tutto il tempo. Banjo a ogni modo, dopo averle sparato non le dice più “Hai avuto quello che ti meritavi, maledetta”, come nella vecchia versione, ma “Ma che cosa ho fatto?”. Sì, è leggermente diverso. L’eroe ha trascinato gli altri in una guerra per rancore personale, desiderio di vendetta per la madre e il fratello persi, un complesso edipico grande quanto il suo robot. Una guerra peraltro inutile, perché, se non fossero stati attaccati, i meganoidi si sarebbero concentrati sull’esplorazione dello spazio, lo scopo per cui sono stati creati.
Normale che Reika e gli altri, eliminati i cattivi, dicono all’eroe senza pietà che si è fatta una certa, devono portare fuori il cane, e se ne vanno, lasciando la villa. Dov’è Banjo? Quella luce che si intravede a una finestra è solo un riflesso, o lui è rimasto in casa a dare una rassettata e coprire i divani col telo? È partito per nuove avventure? La risposta di Tomino è che… non c’è una risposta. In questa intervista, l’autore spiega che Koros è morta in quel modo perché era un personaggio che amava molto e a cui voleva dare quindi una fine diversa dalla trasformazione in Megaborg, e che tutte le questioni irrisolte dell’anime restano tali, perché la mania del super-spiegone è molto lontana dal modo di concepire gli anime, soprattutto all’epoca.
Insomma, Banjo è dove ognuno se lo immagina. Ce lo figuriamo allora, col capello verde al vento, ad andare a rimorchiare dalle parti di Yokohama con la Mach Patrol tirata a lucido.
E Garrison muto.
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