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Vox Lux, un ritratto (irrisolto) del XXI secolo: la recensione da #Venezia75

Vox Lux, un ritratto (irrisolto) del XXI secolo: la recensione da #Venezia75

Di Lorenzo Pedrazzi

Nonostante la brusca svolta tematico-ambientale, Vox Lux prosegue idealmente un discorso che Brady Corbet aveva cominciato in The Childhood of a Leader, suo esordio alla regia: se quest’ultimo penetrava nella carne viva del XX secolo, raccontando la formazione di un ipotetico dittatore fascista, il suo secondo film balza invece negli anni Duemila per esaminarne i modelli culturali, intrecciati agli eventi storici delle ultime decadi.

Con questo scopo specifico, non stupisce che Corbet scelga di raccontare la storia di una popstar, emblema degli eccessi e delle illusioni che caratterizzano l’attuale società dello spettacolo. La voce narrante di Willem Dafoe ci introduce nella vita di Celeste (Raffey Cassidy), quattordicenne che viene ferita gravemente durante una sparatoria nella sua scuola, quando un compagno si presenta in classe armato di mitra e compie una strage. Dopo una lunga riabilitazione, la ragazzina partecipa a una messa in ricordo delle vittime, e intona un brano composto da lei stessa con la sorella Eleanor (Stacy Martin), che l’accompagna al piano; le telecamere la riprendono, e il successo è immediato: tutta l’America s’identifica nel dolore della canzone, che frutta a Celeste un promettente contratto discografico. Affiancata da Eleanor e da un manager agguerrito (Jude Law), la giovane star inizia il suo percorso nella musica e vive al contempo le prime esperienze sessuali, mentre gli Stati Uniti subiscono il trauma dell’11 settembre 2001. Un rapido salto temporale, e ci ritroviamo nel 2017: Celeste (Natalie Portman) ha 31 anni e una figlia adolescente, concepita molto presto con un musicista. Quando riceve la notizia di una strage perpetrata in Croazia, dove alcuni killer hanno ucciso dei bagnanti mentre indossavano le maschere di un suo videoclip, Celeste è costretta a interrogarsi sulle implicazioni del suo ruolo sociale.

Suddiviso in quattro parti (un prologo e tre capitoli), Vox Lux è un’opera davvero spiazzante, soprattutto nella prima metà, e riesce a trasmettere inquietudine fin dagli splendidi titoli di testa, con una fotografia volutamente grezza che ricorda i vecchi film di exploitation. Corbet mette subito in luce la correlazione fra cronaca nera e popolarità negli schemi perversi dell’industria culturale, disposti a lanciare una nuova teen idol anche sulla base di una tragedia; non a caso, il cineasta di Scottsdale risale a un’epoca storica – la fine degli anni Novanta e i primi Duemila – punteggiata da molte star adolescenti, spesso stravolte dalla fama e dall’attenzione mediatica. Genesi, il primo capitolo, ha il pregio di mantenere una certa ambiguità lungo tutto il suo arco narrativo, giocando sul contrasto fra la drammaticità delle premesse e la dolcezza delle canzoni, scritte appositamente da Sia per il film. Il corso della Storia rimane sullo sfondo (l’attacco alle Torri Gemelle è solo accennato), ma indubbiamente Corbet rintraccia le origini del nuovo edonismo che funesta il XXI secolo, concentrandole nel percorso formativo di una ragazzina costretta a maturare troppo in fretta.

Il passaggio al 2017, nel capitolo Rigenesi, rimanda direttamente al principio, con una nuova strage che coinvolge – seppure indirettamente – la protagonista. È qui che Vox Lux smarrisce la strada, affidandosi a una Natalie Portman caparbia ma fuori parte, non sempre credibile nel ruolo della popstar volubile, tormentata e insofferente. La sceneggiatura s’incarta nei dualismi caratteriali sui quali Corbet imposta il discorso (a turno, Celeste con sua figlia, con il manager e con Eleanor), sfociando in lunghi confronti un po’ didascalici che esprimono la visione della cantante – e per esteso del regista – sui paradigmi culturali degli anni Duemila, il rapporto con il pubblico e il ruolo della celebrità, ormai trasfigurata in una forma quasi divina («Questo è il vostro Nuovo Testamento!» urla Celeste agli spettatori del concerto). Corbet pensa giustamente ai miti contemporanei, intrisi di retorica da “sopravvissuti” e quindi lesti a proporsi come modelli per i più giovani, simboli di riscatto davanti alle avversità. Celeste, dal canto suo, è proprio così: ha fatto tesoro del suo passato e l’ha trasformato in exemplum virtutis per le masse adoranti, sulla falsariga di molti divi del pop. Tutto giustissimo, però il film resta clamorosamente irrisolto, con un epilogo secco e repentino che non può addurre alcuna giustificazione creativa. Si potrebbe contestare che la materia trattata sia irrisolvibile, e per noi contemporanei lo è senz’altro, ma non basta: il secondo e il terzo capitolo sembrano navigare a vista, troppo limitati e frammentari per sedurre veramente lo sguardo. Ciò che resta, alla fine, è un grande rammarico per il potenziale sprecato.

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