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The Predator: Shane Black firma il capitolo più gore e politically uncorrect della saga, la recensione

The Predator: Shane Black firma il capitolo più gore e politically uncorrect della saga, la recensione

Di Adriano Ercolani

Se c’era qualcuno che poteva rinverdire i fasti di un franchise ormai infeltrito come quello di Predator, quello era Shane Black. E ci è riuscito in pieno. Come? Con il mezzo più semplice ed efficace a disposizione: la leggerezza. L’approccio di Black è prima di tutto quello di uno sceneggiatore che preferisce non prendersi troppo sul serio, avendo ben presente il materiale e il tono che ha a disposizione. Trovate di sceneggiatura fresche, personaggi che si muovono dentro gli stereotipi ma al tempo stesso ne propongono una versione goliardica, situazioni spesso al limite della commedia che strizzano l’occhio al genere ma anche a tematiche decisamente attuali: l’autore di The Predator ha lavorato principalmente su questi fattori per costruire un’impalcatura narrativa che è la forza primaria del film. Fin dalle primissime scene si capisce che Black non è assolutamente interessato a ingraziarsi la censura americana e puntare al PG-13 che sembra ormai essere indispensabile per ogni prodotto di intrattenimento.

E invece il cineasta e la 20th Century Fox (stessa major di Deadpool, tanto per intenderci…) hanno preferito realizzare uno sci-fi/action violento, sanguinario ma mai opprimente, tutt’altro: l’uso del pulp, quando non addirittura del gore, in questo caso e gioiosamente scanzonato, funzionale alla natura del gioco visivo che in fondo è sempre stato Predator. Black mette dunque in scena uno spettacolo adulto nel senso più leggero e vitale del termine, supportato da un ritmo perfettamente scandito che mescola azione scatenata a quadretti di comicità anche sboccata. Per farlo ha messo insieme un cast di attori molto affiatati e soprattutto decisi a stare al gioco e divertirsi giocandolo. Da Boyd Holbrook a Thomas Jane, da Michel Keegan Kay a Sterling K. Brown. Su tutti però forse merita segnalazione la presenza scenica e la spigliatezza di Olivia Munn, attrice che negli ultimi tempi si sta lanciando nel cinema di azione ed effetti speciali con disinvoltura e una discreta dose di ironia. E i risultati la stanno giustamente premiando: insieme ad altre colleghe impostesi come risposta femminile a un universo cinematografico prima riservato esclusivamente a star dell’altro sesso, riteniamo che la Munn meriterebbe un’attenzione maggiore rispetto a quella che sta ricevendo.

Difficilmente si poteva puntare a qualcosa di veramente originale per riportare al cinema Predator. Shane Black evita questo rischio preferendo invece adoperare i punti forti del suo modo di intendere e fare cinema: il suo nuovo capitolo della saga è uno spettacolo di intrattenimento godibile e sanamente goliardico, svincolato da restrizioni estetiche e contenutistiche dovute a esigenze di budget o mercato. The Predator diverte perché osa, sceglie di non edulcorare lo spettacolo, tutt’altro. Shane Black ha firmato il capitolo forse più gore e politically uncorrect dell’intera saga, e questo è senza dubbio il suo personal touch. E la forza primaria del film. Da vedere senza preconcetti: ci si divertirà…

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