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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – In viaggio nel tempo – Quantum Leap

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – In viaggio nel tempo – Quantum Leap

Di DocManhattan

È il 1989 e Donald P. Bellisario ha due fissazioni. Il produttore di Magnum P.I. e Airwolf (e in seguito di Tequila e Bonetti, JAG e NCIS), un italoamericano che è stato anche un sergente dei marine, a) ama i personaggi che hanno avuto a che fare, direttamente o tramite amici e familiari, con la guerra nel Vietnam, e b) vuole tanto creare una serie antologica. Qualcosa che racconti le storie delle persone comuni. Storie di tutti i giorni, per dirla alla Riccardo Fogli. Ma alla NBC le serie antologiche non piacciono, così Bellisario inventa un modo per venderne comunque una al network, spacciandola per altro. Il modo è Quantum Leap, In viaggio nel tempo.

Ispirato a film come L’inafferrabile signor Jordan (storia di un pugile che si reincarna in più corpi) e Il paradiso può attendere, remake con Warren Beatty del precedente, Quantum Leap racconta la storia del dottor Samuel Beckett, i cui esperimenti sui viaggi nel tempo lo precipitano in una serie solo apparentemente casuale di salti del passato, durante i quali prende il posto temporaneamente di un’altra persona. In genere in un momento cardine della vita di quest’ultima. A supervisionare il tutto, l’ammiraglio Albert “Al” Calavicci e il supercomputer Ziggy… che ha l’ego di Barbra Streisand (è una storia lunga).

Il dottor Beckett, che invece nel ‘Nam aveva perso inizialmente un fratello – prima di dare un’aggiustata al corso degli eventi familiari, già che si trovava – ha il volto di Scott Bakula, attore e cantante di Broadway che, non a caso, in Quantum Leap mette mano e ugola su un microfono ogni volta che può. Futuro capitano Jonathan Archer in Star Trek: Enterprise e dal 2014 protagonista di NCIS: New Orleans, Bakula ha preso parte anche a numerosi film, da American Beauty al mucciniano L’estate addosso. Quantum Leap ebbe un impatto enorme non solo sulla sua fama, ma anche sulla sua vita privata.

Bakula divorziò dalla prima moglie nel ’95: “Per quattro stagioni e mezzo non ero mai stato praticamente a casa”. Così, quando nel 2001 si risposa, con l’attrice Chelsea Field, decide di dare priorità alla sua famiglia. Fa includere nel contratto per Star Trek: Enterprise una clausola per cui ogni giorno le riprese dovranno terminare alle sei del pomeriggio, e da quando è impegnato sul set di NCIS: New Orleans, torna a Los Angeles ogni fine settimana per stare con sua moglie e i loro due figli.

Al Cavicci aveva invece la faccia e il sigaro di Dean Stockwell, oggi 82 anni, che a Hollywood ha lavorato per settant’anni. Da ragazzino nei film della MGM e poi giù fino a Paris, Texas, Velluto Blu, Una vedova allegra… ma non troppo, il remake di Battlestar Galactica e un miliardo di altre pellicole e serie TV. Con una lunga pausa negli anni 60 per… mettersi a fare l’hippie. L’ex bambino prodigio del cinema mollò tutto per aderire a una comune nel Topanga Canyon, dove per alcuni anni partecipa a tutta una serie di love-in insieme a Neil Young e ad altri artisti. Ama giocare a golf e durante le riprese di Quantum Leap sgattaiolava su un campo per farsi un paio di buche ogni volta che ne aveva l’opportunità.

Quantum Leap non era una serie d’avventura come le altre, ma un riuscito mix di fantascienza, umorismo e riflessione sociale. Facile capire perché per cinque stagioni, tra l’89 e il ’93, abbia accalappiato progressivamente il pubblico americano e fatto incetta di premi, diventando una serie di culto. In Italia, dove sbarca sulla RAI nel ’92, avviene la stessa cosa. Non puoi fare a meno di chiederti che fine farà il Dr. Beckett, se e quando questo rosario infinito di vite da aggiustare avrà termine. È una storia di perseveranza a più livelli: del suo protagonista, nella speranza che quel pendolarismo temporale, quel vedere ogni volta una faccia diversa nello specchio abbiano un senso e una conclusione. E della serie in sé, che prima di sfondare fa fatica, viene spostata continuamente da un giorno all’altro in palinsesto. Un crescendo che incollerà al televisore, per l’ultimo episodio, 13 milioni di americani.

Già, quel finale agrodolce e semplicemente perfetto, che quando arriva – dopo 97 episodi e un grosso salto dello squalo, i due episodi su Lee Harvey Oswald all’inizio di quella quinta e ultima stagione – ti colpisce. C’è dentro la malinconia tipica di quei film di angeli custodi pasticcioni a cui la serie è vagamente ispirata. C’è la TV di inizio anni 90, che per l’evoluzione del mezzo sembrano molto più di centocinquanta anni fa, il mondo delle serie tutte trama verticale, dagli episodi intercambiabili, che poi però in un qualche modo dovevano finire (quando avevano il tempo di farlo) e chiudevano il cerchio. C’è la compassione, in una serie che si vendeva al pubblico per i cliffhanger e le situazioni impossibili, il ritrovarsi incarnato in un condannato a morte o un trapezista, ma lo conquistava con la sua umanità. Il trasporre, come aveva fatto Star Trek, in uno scenario fantascientifico condito da situazioni improbabili – e dai vestiti buffi di Al, il donnaiolo fumasigari – i problemi dell’oggi, della società lì fuori.

Bakula in più interviste ha dichiarato che ogni singolo giorno della sua vita, dopo l’ultimo ciak di Quantum Leap, qualcuno gli chiede del Dr. Beckett. Perché Sam Beckett non era un eroe figo e distante, ma un amico, una persona che avrebbe potuto essere chiunque. Letteralmente. C’era l’amicizia, in quel finale, e il sacrificio, il senso del dovere. E c’era pure di mezzo il Vietnam, chiaro, ché l’abbiamo detto: Bellisario aveva il chiodo fisso.

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