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Seconda Occasione: la guerra per l’integrità artistica di Brazil (1985)

Seconda Occasione: la guerra per l’integrità artistica di Brazil (1985)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: troppo strano e troppo deprimente.

SVOLGIMENTO
Terry Gilliam è matto e lo sanno tutti.
Fine.

Sto scherzando.
Terry Gilliam, americano fuggito a Londra, è matto. Lo sanno tutti, ed è ovviamente il suo bello.
Non c’è bisogno di ricordare la sua carriera nei Monty Python, di cui era l’anima grafico-artistica e di conseguenza il più naturale a passare alla regia con quella pietra miliare che è Il sacro Graal, per poi proseguire con fantasie scatenate come Jabberwocky e I banditi del tempo.
Oggi lo ricordiamo perché esce finalmente L’uomo che uccise Don Chisciotte, uno dei film dalla lavorazione più travagliata di sempre: iniziato nel 2000, fu interrotto dopo una serie di sfighe apocalittiche e, nel corso degli ultimi 17 anni, annunciato e abbandonato svariate volte. E la maledizione sembrava non finire quando, in occasione della premiere al Festival di Cannes, il produttore denunciò Gilliam rischiando di far saltare tutto e Gilliam ebbe un malore.
Ma tutto è bene quel che finisce bene, e oggi siamo qui a raccontarvi che non si tratta della prima volta che il Terry litigava con un produttore.
Dopo I banditi del tempo, il nostro aveva scritto una nuova sceneggiatura che, intitolata provvisoriamente 1984 1/2, prendeva spunto dal classico di Orwell e dal surrealismo felliniano per raccontare di un impiegato che insegue la donna dei suoi sogni in un mondo distopico soffocato dalla burocrazia.
Tutto bene durante le riprese – escludendo le voci per cui Gilliam non fosse soddisfattissimo della performance dell’attrice principale Kim Greist, scelta dopo aver contattato e/o testato un’altra dozzina di nomi più famosi da Ellen Barkin a Madonna.
Il problema si chiama Sid Sheinberg, capo della Universal (e marito di Lorraine Gary, protagonista di Lo squalo 4, per linkare a gratis un altro numero di questa rubrica).
Sheinberg vede il film, dichiara “troppo strano e troppo deprimente” e, forte di una clausola a favore, lo rimonta segando 40 minuti, enfatizzando la storia d’amore e piazzando un lieto fine che contraddiceva completamente l’idea originale di Gilliam.
Gilliam ovviamente non la prende bene, e ha dalla sua un’arma potente: una copia del suo montaggio originale.
Mentre Sheinberg rinvia l’uscita del film a tempo indeterminato, Terry prende l’iniziativa e mostra il film a una serie di critici e studenti di cinema, creandogli una reputazione. Sheinberg viene in particolare a sapere di una proiezione clandestina durante un intervento di Gilliam alla University of South Carolina, ma non riesce a bloccarla. Gilliam si spinge oltre: accusa direttamente Sheinberg durante un’intervista in diretta a Good Morning America e mostra una sua foto, e infine compra una pagina di Variety per chiedergli quando uscirà il film.
La prova di forza finisce quando, proprio il giorno della premiere di La mia Africa, ovvero il film con cui Sheinberg puntava agli Oscar, Brazil – nonostante non fosse ancora uscito – vince come Miglior Film ai premi della critica di Los Angeles. A quel punto, per salvare la faccia, Sheinberg è costretto a distribuirlo, seppure per ripicca in poche simboliche copie, e a farlo in versione quasi integrale (lui e Gilliam trovarono un compromesso su 7/8 minuti in meno e finale originale intatto).
E questa è la storia di come uno dei film più belli di sempre divenne tecnicamente un flop al botteghino.

Per qualche ragione sono sempre rimasto affascinato da Brazil, fin dalla prima volta in cui lo vidi, a un’età in cui sicuramente non capivo tutte le sfumature e le implicazioni della distopia che metteva in scena. Avevo circa 12/13 anni, credo.
Eppure il nocciolo era chiarissimo: era un maledettissimo incubo.
Era un incubo di grigiume, oppressivo e surreale. Era un inferno di burocrazia, e un italiano di 12 anni la burocrazia la capisce già grazie ai film di Fantozzi.
Era pieno di immagini inquietanti, situazioni claustrofobiche, disagio, disagio, lampo di illusione, mortificante disagio. Aquarela do Brasil di Ary Barroso usata per contrasto, simbolo di come la gente si era comunque abituata a questo mondo, se lo faceva andare bene, era pacifica e ci trovava i suoi angolini di benessere perché di base noi umani, per istinto di sopravvivenza, siamo capaci di trovare angolini di benessere quasi ovunque.
Insomma, era letteralmente uno dei posti peggiori che riuscissi a immaginare. Era un horror. Per cui lo riguardavo spesso.
In un narratore amo la capacità di sintesi, e Gilliam inizia il film con un’immagine che comunica all’istante il mondo di rassegnazione industriale che ha in testa: uno spot televisivo che pubblicizza un’azienda specializzata nel decorare quei tubi giganti che ti attraversano il salotto, per integrarli con l’arredamento.
Da quando vivo a Londra ci trovo ovviamente il riflesso di svariati luoghi comuni facilmente osservabili da fuori: la burocrazia in primis è micidiale, una delle cose più facili da sfottere, e ovviamente anche l’innato senso di educazione. Entrambe le cose sono perfettamente sintetizzate nella scena dall’uomo arrestato per sbaglio e portato via dalla SWAT inglese, e dalla moglie pietrificata che non ha la forza di reagire ma, su gentile richiesta, ha quella di firmare i moduli di ricevuta dell’arresto. Non è male però neanche lo schiaffo all’indifferenza nella scena dell’attentato terroristico al ristorante in cui il trio d’archi si ricompone e ricomincia a suonare mentre tutti gli incolumi continuano a mangiare come se niente fosse.
In tutto questo a farla da padrone è ovviamente la scenografia: odio il termine “visionario”, è stato abusato su qualunque cagnaccio videoclipparo abbia anche solo saturato i colori più del normale, ma se non lo uso su Brazil di Gilliam non so davvero dove usarlo. L’idea di Terry era inventarsi un mondo senza tempo e senza luogo, un pezzo di città che avrebbe potuto essere ovunque, in uno scenario retro-futurista di tubi, macchine da scrivere, lunghi soprabiti e occasionali pettinature hitleriane che James Berardinelli descrive efficacemente come “gli anni ’80 come se li sarebbe potuti immaginare un filmmaker degli anni ’40” (trucco che, da fan dell’action non posso esimermi dal segnalarlo, fu impiegato anche da Walter Hill l’anno prima con Strade di fuoco). Parte integrante della scenografia, a mio avviso, sono le facce di Ian Holm, Bob Hoskins, Michael Palin, Jim Broadbent. E ovviamente anche quella stralunata del protagonista della vicenda, un gigantesco Jonathan Pryce, il Don Chisciotte di oggi.
Agli Oscar, Brazil venne nominato per la sceneggiatura e per l’art direction. Perse il primo a favore di Witness – Il testimone di Peter Weir, e il secondo a favore di La mia Africa, che trionfò portando a casa altre sei statuette.
Sheinberg vinse la battaglia, ma in quanto a impatto duraturo la differenza tra i due film oggi è impietosa. La sua versione di Brazil non fu mai distribuita, ma fu rintracciata ed è disponibile nel bluray della Criterion, con il sottotitolo ironico “Love Conquers All”. È una lezione spettacolare su come si possono ottenere due film diversi dallo stesso girato.
Per il film seguente, Le avventure del barone di Munchausen, Terry Gilliam riuscì in qualche modo a farsi dare un budget da kolossal, ma di nuovo riuscì a tirarne fuori qualcosa che il produttore si sentì di distribuire solo in modo limitato, ottenendo un flop commerciale ancora più rumoroso.
È matto, lo sanno tutti.

IL VERDETTO: uno dei film imprescindibili nella storia del cinema.

COS’HO IMPARATO: c’era seriamente il rischio di imparare la lezione sbagliata da questo tipo di storia, che a nessuno in posizione di potere piace essere ricattato e situazioni di questo genere sono destinate a finire male. La clamorosa botta di culo di Terry Gilliam, in questo caso, sta nell’aver girato un maledettissimo, indiscutibile capolavoro. Non riesce esattamente a tutti questo trucchetto.

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