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Seconda Occasione: i carnevaleschi anni ’80 di Rock of Ages (2012)

Seconda Occasione: i carnevaleschi anni ’80 di Rock of Ages (2012)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: l’incasso mondiale di 60 milioni su 75 di budget sono il segnale che, al cinema, i fans dei Guns’N’Roses non sono particolarmente interessati ai musical stile Glee.

SVOLGIMENTO
C’è un aneddoto nell’autobiografia di Lemmy in cui lui racconta che ogni tanto i fans di una certa età lo fermavano dicendogli “Grande Lemmy! Ascoltavo sempre i Motorhead ai tempi di Ace of Spades!”. Lui allora chiedeva sempre “In realtà noi spacchiamo ancora, perché hai smesso?”. La risposta era “Sai com’è, mi sono sposato…”
Quando annunciarono il film su Rock of Ages io ero a digiuno dall’ondata di musical moderni iniziata con Hairspray, e avevo molta paura.
Rock of Ages, che prende il nome da un pezzo dei Def Leppard, si proponeva come omaggio al tipo di musica con cui sono cresciuto: il glam rock anni ‘80, perlopiù associato con la scena del Sunset Strip di Los Angeles. Era nato nel pieno del boom dei musical che utilizzavano pezzi già noti riorganizzandoli e rielaborandoli per dare loro una parvenza di filo conduttore narrativo: Mamma mia, We Will Rock You, Across the Universe, ecc… e ovviamente Glee.
Per qualche motivo, all’epoca pensai che la mossa più furba era spararselo prima a teatro: se mi piaceva bene, se non mi piaceva avrei saltato la versione cinematografica, in entrambi i casi avrei speso il triplo che se fossi andato direttamente al cinema… ma boh, lo feci lo stesso.
E insomma, il teatro è sempre un’esperienza divertente, ma una cosa fu chiara da subito: Rock of Ages non era stato pensato per gli appassionati di glam rock.
Rock of Ages era stato pensato per chi ricorda i pezzi dell’epoca, magari ai tempi per un anno o due si è messo della gran lacca in testa, magari una volta è persino andato a vedere Bon Jovi in concerto, ma poi, per dirla con l’aneddoto di Lemmy, “si è sposato”.
Nostalgia pura e del tipo più allargato e superficiale possibile, insomma.
Il tutto però era affrontato con grande affetto, relax e autoironia, interpreti in gran spolvero, atmosfera tutto sommato simpatica: non era per me, ma fu sufficiente per dare una chance anche al film.
Come fai del resto a ignorare un cast così solido? Ai due protagonisti emergenti vengono affiancati Russell Brand e Alec Baldwin, Bryan Cranston e Catherine Zeta Jones, Paul Giamatti e lui: Tom Cruise. Nel ruolo di Stacee Jaxx, rockstar leggendaria caratterizzata a metà fra Bret Michaels e Axl Rose, avevi uno a cui non dovevi spiegare cosa significa essere un’icona nel proprio settore.
Tom Cruise all’epoca non se la passava benissimo: il 2005 fu l’anno in cui cambiò manager, saltò sul divano di Oprah Winfrey, mancò di rispetto a Brooke Shields e la sua immagine perfetta fu pesantemente macchiata. Di colpo era lo “Scientologista pazzo”: non scoppiò nessun embargo, ma l’interesse del pubblico nei suoi confronti scemò di brutto costringendolo a volare basso per diverso tempo. Rock of Ages faceva parte dei progetti di lenta risalita: un ruolo da non protagonista, ma una parte che gli permetteva di giocare con il suo divismo naturale e la sua esperienza di superstar, di sfoggiare inedite doti canore (il richiamo irresistibile di poter urlare al pubblico “so fare anche questo”) e di farlo con autoironia.
Alla regia Adam Shankman (Hairspray, Glee, diverse commediacce tipo Prima o poi mi sposo), garanzia di esperienza.
E qui è dove normalmente inizierei a raccontarvi svariate peripezie di produzione, problemi, intoppi, sfighe varie… e invece a questo turno, che si sappia, va tutto liscio. Shankman gira esattamente il film che aveva in mente.
E allora dove sta il problema?
Il problema è che a Adam Shankman non frega niente del glam rock anni ’80, e si vede.
Il problema è che siamo oltre il generalismo nostalgico dell’opera teatrale, e siamo direttamente alla carnevalata messa in piedi da uno che molto evidentemente è a suo agio nel gestire i ritmi di un musical e le varie coreografie, ma per cui la trama è popolata da un gran mucchio di buffi cretini da compatire.
È un presunto omaggio a una scena culturale che dovrebbe mostrare almeno un po’ di comprensione e affetto, e invece è diretto da qualcuno che all’epoca era già un fratello maggiore che guardava questi eccentrici pseudo-ribelli dai capelli voluminosi e li trovava dei simpatici pagliacci da trattare con condiscendenza.
Non è nemmeno un “ti ricordi la roba che ascoltavi prima di sposarti e fare carriera in banca?”, come la versione teatrale: è direttamente un “ti ricordi quei pittoreschi individui fuori di testa che popolavano le classifiche 30 anni fa, azzeccando occasionalmente qualche pezzo tutto sommato carino?”
E allora quando va bene Shankman fa valere la sua esperienza e gestisce le scene con mestiere, ma quando va male è blando e svogliato, si appoggia ai luoghi comuni con snobismo strafottente e non riesce a ispirare nessuno oltre la semplice inerzia. La prima scena in questo senso è già agghiacciante, con Sister Christian dei Night Ranger intonata in coro da passeggeri di un autobus inespressivi.

E questo atteggiamento di sufficienza ovviamente trascina sul baratro numeri musicali che sono già in partenza la versione annacquata, zuccherata e cantata stile recita scolastica degli originali.
Se la giovane protagonista Julianne Hough è senza carisma ma ha un utile curriculum da cantante/ballerina, e il boyfriend Diego Boneta è un giuggiolone tutto sommato senza colpa, è un Alec Baldwin visibilmente poco convinto a deprimere e a simboleggiare l’intera operazione. La sua intesa con un volenteroso Russell Brand dovrebbe stare alla base di almeno una scena chiave (già di suo costruita malissimo), ma è completamente assente.
Gli altri ci mettono un minimo di professionalità, ma come al solito l’unico a strafare è Cruise: intensissimo come al solito, completamente dentro alle movenze feline da rockstar, carisma che sprizza da tutti i pori e un’aura da vera star che umilia chiunque ha intorno alla sola presenza nell’inquadratura. Ma anche lui a tratti barcolla, questa insistenza nel parlare costantemente con un filo di voce pare provenire più dalla richiesta di essere più parodico che spontanea. Quando canta sfoggia una voce debole e un po’ troppo pulita, ma anche la convinzione e l’impostazione di chi ha passato i mesi a prendere lezioni intensive e vuole spaccare il mondo, che Paradise City non è facile per nessuno ma la sfida non lo intimidisce.
L’apice della presa in giro arriva nella scena dello scontro fra il popolo dei rockers da una parte (con comparsate di Sebastian Bach degli Skid Row, Nuno Bettencourt degli Extreme e Kevin Cronin dei REO Speedwagon) e una manifestazione di bigotti puritani dall’altra: i primi cantano We Built This City On Rock’N’Roll degli Starship, un pezzo considerato simbolo del lato più spudoratamente poser e commerciale del rock e che un noto sondaggio di Rolling Stone elesse, con ampio margine, come canzone più brutta degli anni ’80; i secondi cantano We’re Not Gonna Take It dei Twisted Sister, brano a tutt’oggi popolare come inno di ribellione al sistema. I ruoli sono invertiti a 180.
Non chiedo molto, non chiedo necessariamente fedeltà né tantomeno esperienza enciclopedica in materia. Chiedo solo un minimo sindacale di affetto. Prendete un prodotto come GLOW: è ovvio che usi il wrestling come pretesto e background per raccontare altro, ma è altrettanto visibile che, quelle poche volte che ci rivolge l’attenzione, lo tratta con rispetto. Qui il rock anni ‘80 dovrebbe essere il centro della faccenda, che è questa malcelata puzza sotto il naso?
Comunque: il film esce e coglie semplicemente il disinteresse del proprio target. Gli appassionati di hard rock intuiscono che non è roba per loro, i fans dei musical guardano con sospetto un film che pare rispondere ai loro gusti ma è sommerso in un genere musicale che non è per forza il loro. Gli incassi totali raggiungono i 4/5 del budget.
In tutto questo, onestamente, la cosa più ridicola è che quel genere di musica ha davvero letteralmente dominato le classifiche, dal ’78 (primo album dei Van Halen) al ’93 (esce In Utero dei Nirvana, decretando definitivamente che i giovani si sono stancati di sogni di gloria irraggiungibili e preferiscono deprimersi). Possibile che non ci sia spazio commerciale per chi ha genuinamente goduto di 15 anni di successi popolari?
Chiudo con una curiosità: non solo qui Tom Cruise recita con Alec Baldwin, che interpreta il suo capo nella saga di Mission: Impossible, ma il disco della sua band fittizia si chiama “Fallout“…

IL VERDETTO: abbastanza offensivo per i veri appassionati, una blanda b-side di Glee per tutti gli altri, che pare pensata unicamente per stirare ulteriormente il successo revival di Don’t Stop Believin’ dei Journey. Non ho dati concreti alla mano ma pare il tipo di roba che al cinema non funziona ma che in tv sa intrattenere a sufficienza gli insonni e quelli che magari vogliono staccare un attimo dopo aver visto Mamma Mia dodici volte di seguito.

COS’HO IMPARATO: che non importa cosa chiedi a Tom Cruise, se accetta non ti darà mai meno del suo 200%.

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