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Schiavi di New York #19 – I tre giorni del Condor

Schiavi di New York #19 – I tre giorni del Condor

Di Adriano Ercolani

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Pochi film quanto il capolavoro di Sidney Pollack hanno rappresentato metaforicamente la disillusione e il pessimismo di una generazione di americani. Tratto dal libro di James Grady, I tre giorni del Condor (Three Days of the Condor, 1975) restituisce al pubblico il senso di paranoia e di sfiducia nell’autorità che il Paese stava vivendo nei mesi successivi alle dimissioni di Richard Nixon in seguito allo Scandalo Watergate. Dietro le spoglie del film di genere si respira infatti il senso di oppressione e coercizione rappresentati dagli organi che, invece di tutelare il singolo cittadino come dovrebbero, sono al contrario diventati la minaccia. E a quale scopo? Si chiede il film di Pollack. La risposta appare addirittura ancor più nichilista della domanda: perché il potere deve costantemente progettare, tessere trame, ipotizzare mosse e contromosse per neutralizzare avversari che in realtà giocano lo stesso assurdo gioco. Come confesserà uno dei personaggi alla fine del film…

E pensare che l’inizio del film è visibilmente leggero, con Joseph Turner (Robert Redford) e il suo motorino che corrono per le strade trafficate della città. L’atmosfera nella biblioteca è allegra, eppure Pollack dissemina già piccoli dettagli che rivelano la verità, come ad esempio la telecamera alla porta di entrata o ancor meglio la pistola nel cassetto della scrivania della segretaria all’ingresso. E soprattutto iniziamo a vedere che qualcuno tiene d’occhio l’entrata e si interessa che tutti i dipendenti siano in ufficio…Sempre per creare il senso di spiazzamento che seguirò all’assalto Joe viene presentato come un cosiddetto “nerd”, dimostrandolo quando risolve immediatamente l’enigma dell’assassinio senza proiettile e mostra di interessarsi a cose per gli altri “pittoresche”, come sapere esattamente quando inizierà o finirà di piovere. Allo stesso modo l’uomo rappresenta in qualche modo l’ultimo baluardo dell’integrità americana: il cittadino che crede nei valori che le istituzioni per cui lavora dovrebbero rappresentare: “Il fatto è che io mi fido di qualcuno, questo è il problema…” Turner infatti non vive bene il fatto di dover lavorare nell’ombra, di non essere una persona trasparente. Il personaggio come già detto rispecchia e regala voce all’ansia del periodo.

Intanto la carneficina si sta preparando tassello dopo tassello: straordinario è il montaggio della tensione che continua a essere accumulata attraverso particolari fuori posto, come l’uomo che getta l’ombrello nella spazzatura anche se sta ancora piovendo. Poi l’attacco alla biblioteca parte: dalla strada, in silenzio, preparato al decimo di secondo. La strage viene compiuta dagli assassini senza scambiarsi una sola parola, eppure il lavoro sul sonoro è comunque impressionante, con la trascrittrice che copre il rumore del mitragliatore con cui uno a uno i dipendenti vengono freddati. Fino alla raggelante esecuzione di Janice (Tina Cheng). Il ritorno in biblioteca di Turner e la scoperta del massacro continuano sulla linea dettata dalla scena precedente: l’uomo in silenzio controlla tutto, agisce con logica, non si lascia prendere dal panico. In un certo senso Pollack mostra che il modus operandi del protagonista non è poi così dissimile da quello dei killer. La vera differenza arriva nel mondo reale, quando Turner esce in strada, dove il suo timore di essere seguito si manifesta immediatamente. La sua telefonata dalla cabina mette in moto la macchina inumana dell’agenzia, efficiente nel suo non tenere in alcun conto i sentimenti del singolo. Mentre Turner dimostra la sua intelligenza nascondendosi in piena vista (Guggenheim Museum, Central Park) l’agenzia inizia a tessere le sue trame: la prima telefonata a Higgins (Cliff Robertson) dimostra però come il sopravvissuto non si fidi di nessuno: ancora una volta Joe è il volto dell’America post-Watergate. Il primo agguato all’uomo arriva infatti proprio dal suo diretto superiore nell’agenzia, colui che dovrebbe portarlo in salvo e invece finisce per eliminare a sangue freddo l’amico, unico testimone del tradimento. Ancora una volta Pollack non si perde in inutili sottolineature, mette in scena l’azione con una ferocia cinematografica inusitata, anche per la rivoluzione estetica apportata dalla Nuova Hollywood e nel 1975 in pieno sviluppo.

Secco e preciso anche il momento in cui Joe rapisce Kathy (Faye Dunaway), ancora una volta a dimostrare che l’uomo conosce le regole del gioco, e sa come giocare. Kathy, nonostante Joe non le abbia fatto alcun male, stenta a fidarsi di lui perché è un agente della CIA, anche se un semplice lettore di romanzi. Se l’uomo è comunque in qualche modo interno al sistema che sta tentando di eliminarlo, la donna invece rappresenta la reale sfiducia del popolo americano nei confronti delle istituzioni. Dopo l’azione e il sangue con l’arrivo dell’attrice in scena la narrazione si prende una pausa, anche per contrapporre al contratto umano che si instaura tra i due l’aspetto burocratico dell’Intelligence, e la sua omologazione impersonale: in momento del film infatti I tre giorni del Condor mette in scena riunioni in uffici anonimi, macchine tutte uguali, ecc.

Per Joe inizia nella seconda parte del film il confronto con gli altri personaggi, sia fisico che psicologico: il primo incontro con Joubert (Max von Sydow) è un capolavoro di tensione prima di tutto psicologica, con il protagonista che riesce a salvarsi soltanto grazie alla sua intelligenza. In mezzo alla trama Pollack piazza anche il magnifico e umanissimo scontro tra Joe e Kathy, entrambi immersi nelle proprie disperazioni. Non a caso la scena d’amore tra i due è montata insieme alle foto di lei, che riprendono paesaggi autunnali e vuoti, a simboleggiare l’isolamento in cui i due si trovano. La successiva sequenza dell’agguato a casa di lei, tesissima e montata strepitosamente, simboleggia che nessuno è al sicuro, anche i normali cittadini sono in pericolo di fronte a un governo che abusa dei propri poteri. Ma stavolta Joe e Kathy reagiscono: geniale nella costruzione cinematografica è il sistema di avvistamento, pedinamento e rapimento di Higgins da parte della coppia. Il confronto tra i due uomini avviene sul bordo del fiume, con lo sfondo dominato dal paesaggio industriale della città, espressione dell’alienazione in cui tutto si svolge.

La teoria che pian piano prende forma nella storia, quella di una CIA all’interno della CIA, è praticamente la metafora del Watergate. A confermarlo la scoperta finale a casa di Atwood, che svela in realtà la vera natura della democrazia americana, dove i soldi e il petrolio (in quegli anni eravamo in piena crisi petrolifera con i Paesi Arabi) contano più di tutto. Il confronto dialettico che chiude i conti tra Turner e Joubert è da antologia, la predizione del killer sul futuro del Condor semplicemente da brividi. La chiacchierata finale con Higgins invece rivela lo stato dell’America in quel periodo: Turner non può più fidarsi di nessuno, solo delle sue capacità. Tutti possono tradirlo. La confessione di Higgins è agghiacciante nella sua semplicità: la CIA gioca a fare piani, e con la vita degli uomini. Il film si chiude davanti al New York Times, come a testimoniare che l’informazione corretta forse può ancora salvaguardare la tutela dei cittadini. E infatti l’anno successivo per Redford arriverà Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men, 1976), proprio sullo scandalo Watergate. Ma il controllo della stampa può davvero bastare per tutelare il singolo?

I tre giorni del Condor si chiude con la minaccia forse più inquietante: “Come sai che lo pubblicheranno?”

E Turner si allontana tra la folla, incerto…

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