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Schiavi di New York #18: Gloria – Una notte d’estate

Schiavi di New York #18: Gloria – Una notte d’estate

Di Adriano Ercolani

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Il processo di svuotamento/riappropriazione del noir che John Cassavetes aveva magistralmente proposto con L’assassinio di un allibratore cinese (The Killing of a Chinese Bookie, 1976) trova la sua massima espressione in Gloria – Una notte d’estate (Gloria, 1980), Leone d’Oro a Venezia paradossalmente ex-aequo con un altro capolavoro rielaborato del genere come Atlantic City, USA (id., 1981) di Louis Malle. In questo lungometraggio come in molti dei suoi precedenti Cassavetes adopera l’impalcatura sedimentata nell’immaginario del pubblico per ridefinirne secondo la propria idea di cinema del vero tempi, atmosfere, spazi dell’azione proibita dalla ricerca del vero cinematografico (da non confondere con la ricerca di verità nel cinema). Il risultato è un film spiazzante perché costruito sulle persone e le psicologie invece che sulla trama, uno scivolamento che il genere cinematografico ha potuto permettersi molto raramente prima di Gloria, e (quasi) mai con lo stesso risultato artistico.

Il film inizia con uno dei più emozionanti tributi a New York: le inquadrature aeree e notturne della città, con i suoi grattacieli sfavillanti e l’imponenza dei ponti, sono l’omaggio sentito di Cassavetes alla Grande Mela, un’apertura quasi straniante se pensiamo all’uso degli spazi nelle sue opere passate, invece coerente con quanto vedremo nel corso del film. Poi invece quando arriva il giorno dai totali della città si passa al particolare delle strade del Bronx, fino al primo piano di Jeri (Julie Carmen) che sta tornando a casa in autobus. Attraverso la goffaggine nel trasportare le provviste, in netto contrasto con l’eleganza della donna, il regista ci racconta di un personaggio frustrato, inadatto alla vita che sta conducendo. Le scenografie opprimenti dell’atrio del palazzo, con i vetri sporchi e le carte da parati luride, immergono immediatamente lo spettatore nel clima soffocante dell’estate newyorkese e della storia. La progressiva rappresentazione sull’orlo di una crisi di nervi della donna viene giustificata quando finalmente entra in casa, nel momento in cui scopriamo che la famiglia è pronta alla fuga. Il confronto con il marito, responsabile della situazione di pericolo che tutti stanno vivendo, dipinge un ritratto femminile vicino a quelli amati da Cassavetes, passionali e al limite delle loro risorse fisiche e soprattutto psicologiche. Con il suo solito approccio realistico Cassavetes inizia la preparazione dell’assalto all’appartamento nella stessa hall del palazzo, mostrando la routine dei sicari che parlano di traffico prima di apprestarsi ad attaccare la famiglia.

Subito Cassatevetes compie delle scelte tematiche che il pubblico, in particolar modo quello che lo conosce, non si aspetterebbe da lui: anche dopo l’arrivo in scena di Gloria (la sua “musa” Gena Rowlands), il cineasta lascia infatti la scena a Julie Carmen, riprendendola sempre in primissimo piano quando chiede all’amica di salvare almeno il piccolo Phil (John Adames). Cassavetes come sempre non concede al cinema di farsi spettacolo retorico, esibizione dei sentimenti fine a sé stessa: l’addio tra padre e figlio è per esempio ripreso in campo lunghissimo, addirittura da in fondo al corridoio del piano. Oltre che supremo regista Cassavetes si dimostra anche fine sceneggiatore con la trovata narrativa della successiva telefonata di Phil al padre, che consente di tenere lo sterminio della famiglia fuori campo pur restituendo tutta la drammaticità del momento. Fin dall’inizio Cassavetes adopera il rapporto con il bambino per mostrare quasi per contrappasso la solitudine di Gloria, rivisitazione personalissima della “dark-lady” che pezzo dopo pezzo si è costruita la sua vita agiata senza però costruire veramente alcuna connessione umana. Il monologo in cui lei sputa in faccia al bambino ciò che possiede, dalla casa al gatto, significa esattamente il contrario, con il regista che svela al pubblico tale illusione anche tramite l’ambientazione, esattamente il palazzo in cui Gloria e Phil vivono, con suoi i corridoi polverosi e le scale quasi diroccate.

Il processo di re-interpretazione del noir per Cassavetes passa attraverso il ritratto umano dei de personaggi principali. Dopo la sparatoria iniziale è infatti la performance nervosa e istrionica di Gena Rowlands a creare tensione, a “riempire” il noir. A al tempo stesso assistiamo come sempre alla delineazione di una figura femminile piena e tangibile come nessun altro ha saputo fare al cinema: la psicologia manchevole di Gloria la scopriamo anche dai dettagli, dal modo goffo in cui ad esempio accarezza il piccolo si addormenta nel taxi: in maniera quasi violenta, non rassicurante. Oppure quando, nella casa adoperata come alcova, non riesce neppure a cucinare due uova. Il thriller vero e proprio riparte quando la coppia sfugge ai malavitosi ancora una volta adoperando le scale del palazzo. Una volta in strada si allontanano a piedi, non riescono a prendere un taxi. Cassavetes dipinge New York nella sua ampiezza, riprendendo le strade da lontano, quasi sempre con totali. In questo momento inizia anche l’uso insistito delle magnifiche musiche di Bill Conti, che sottolineano la tensione quando addirittura non la creano. Spaventato, Phil si avvinghia spasmodicamente a Gloria, la quale invece respinge il contatto e cerca di mandarlo via, dicendogli di essere amica degli assassini della sua famiglia, provando poi addirittura a correre via dal bambino. Il momento è drammatico e insieme drammaticamente buffo, marchio distintivo della verità cinematografica che Cassavetes riesce a creare, anche quando lavora sul cinema di genere più evidente. E poi arriva l’auto dei mafiosi: con un grande momento di regia Cassavetes adopera la strada vuota, afosa, per dilatare la tensione. Si avvicinano, vogliono il bambino e il libro del padre. Il dialogo con la donna è carico di tensione, e quando gli uomini stanno per scendere dalla macchina Gloria impugna la pistola e spara. L’azione è veloce, realistica, poderosa. Nel momento in cui la protagonista voleva liberarsi del piccolo, ecco invece che combatte per salvargli la vita.

Gloria Swenson è comunque la perfetta newyorkese: aggressiva, energetica, rabbiosa, sempre pronta a polemizzare e dar battaglia. Però c’è posto per lei e Phil nell’albergo di lusso in cui vorrebbero trovare riparo: una donna e un bambino portoricano sono ancora degli outcast nella società bene di New York: Cassavetes pur lavorando sul genere non rinuncia comunque a mettere in scena le “sue” figure ai margini del tessuto sociale. Lo dimostra anche come i due attraversano la città: taxi, autobus, metropolitana. Come si muovono gli abitanti, le persone di tutti i giorni. E probabilmente non è un caso se è nell’albergo/bettola, stanchi e accaldati, che Gloria e Phil iniziano se non a connettere, almeno a parlare veramente. In questo senso diventa consequenziale la toccante visita dei due al cimitero, dove Gloria porta il bambino a dire addio ai genitori e allo stesso tempo si prende un momento per riflettere su cosa fare. Ecco che una volta liberati dal fardello i due possono iniziare a sorridere insieme. Cassavetes mette in scena una forza criminale organizzata a livello capillare, sparsa ovunque per la città: Gloria incontra membri della banda di Tanzini nei momenti più inaspettati, addirittura sull’autobus oppure al ristorante della Penn Station. Dopo che ha disarmato il gruppo di assassini Gloria e Phil scappano uscendo per strada, dove sono ancora le musiche di Conti a riempire l’azione mancante, il confronto con gli avversari ancora una volta rimandato.

Nella scena del litigio e della conseguente separazione Gloria capisce di non essere così forte, almeno non forte quanto Phil, che non si presenta nel bar dove lei lo sta aspettando dopo averlo sfidato. La ricerca del piccolo termina nel momento in cui viene preso dagli scagnozzi, ed ecco che Gloria core nuovamente in suo aiuto. Cassavetes ambienta la nuova scena di confronto in una casa piena di donne e bambini, alla ricerca di quel realismo di situazioni che il suo cinema brama e raggiunge fin dagli esordi. Lo spazio scenico poi diventa esclusivo per una istrionica, portentosa Gena Rowlands quando sfida i malviventi in mezzo alla strada, come poi anche in metropolitana. Il cineasta anche in questa sequenza continua a dilatare i tempi per rendere la messa in scena più vera, frapponendo banali incidenti di percorso dovuti alla frenesia della città, segno preciso che i personaggi si muovono comunque in un contesto e situazioni che vengono vissute tutti i giorni a New York. Gloria è un film totalmente immerso nel caos e nella bellezza della città, è un girotondo per un luogo ideale da cui non si esce, diviso tra luoghi affollati e strade deserte, tra hotel di lusso e bettole.

La svolta psicologica della trama arriva nel prefinale, con il confronto emotivo nel bagno dell’hotel, in cui Phil e Gloria finalmente connettono. Cassavetes non rinuncia neppure nella sequenza del confronto decisivo al suo processo di spoliazione del genere, con Gloria che è costretta d aspettare in salone per vedere il boss mafioso e sistemare definitivamente i conti. Il dialogo con Tanzini è un prodigio della scrittura da parte dell’autore, vero e teso come lo sono quelli tra avversari che non vogliono esporsi e allora ciarlano di banalità. E la violenza esplode ma viene allo stesso tempo negata alla macchina da presa attraverso una sparatoria verso un bersaglio che non vediamo: una soluzione che è puro Cassavetes, almeno nella sua concezione di cinema “nascosto” che spesso cerca il suo oggetto non trovandolo. Come capita nella vita…

Alla fine Phil, arrivato a Pittsburgh per conto suo, è diventato un “duro” come Gloria: ne copia infatti l’atteggiamento scorbutico e gradasso, che come per la donna nasconde in realtà la sua paura. E l’ultimissima scena di questo emozionante lungometraggio è forse l’unico vero “intervento” stilistico di Cassavetes sul film e sulla sua intera filmografia, con lo zoom a scoprire che Gloria è sopravvissuta alla sparatoria, seguito dal ralenti di Phil che corre da lei. Il tutto sottolineato ovviamente dalle note potenti di Bill Conti…

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