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Opera senza autore, Arte e Storia oltre il gusto condiviso: la recensione da #Venezia75

Opera senza autore, Arte e Storia oltre il gusto condiviso: la recensione da #Venezia75

Di Lorenzo Pedrazzi

Non è raro che un artista, dopo un esordio folgorante e qualche delusione, scelga di rifugiarsi nella calda sicurezza delle sue radici creative, al fine di recuperare prestigio e tornare grande. Questo principio vale certamente per Florian Henckel von Donnersmarck, passato dal tripudio de Le vite degli altri al flop di The Tourist, ma si può applicare anche al protagonista di Opera senza autore, il cui percorso non è molto diverso. In effetti, il cineasta di Colonia opta per un ritorno alle origini: il suo nuovo film si occupa nuovamente della Storia tedesca, esplorandone i cambiamenti epocali sulla pelle di vari personaggi, con l’Arte nel ruolo di deus ex machina.

Stavolta, però, l’arco temporale è più ampio, e copre un trentennio che parte dal 1937 e arriva fino al 1967. A Dresda, quattro anni dopo l’insediamento di Adolf Hitler, la giovane pianista Elisabeth May (Saskia Rosendahl) porta il nipotino Kurt (Cai Cohrs) a vedere una mostra pittorica, dove la guida ridicolizza l’arte espressionista o non figurativa che riscuoteva successo prima del Terzo Reich. Elisabeth vuole stimolare il talento naturale di Kurt, a cui è molto legata, ma comincia a mostrare i primi segni di schizofrenia e viene internata in un ospedale psichiatrico. Carl Seeband (Sebastian Koch), il ginecologo più apprezzato della nazione, ordina che la ragazza venga soppressa nell’ambito del nuovo programma di epurazione genetica promosso dal Reich, ed Elisabeth muore in una camera a gas insieme ad altre pazienti. Gli anni passano, scoppia il conflitto mondiale e la Germania nazista crolla. Seeband riesce a garantirsi l’incolumità salvando la moglie di un ufficiale sovietico e il suo bambino, quindi continua il suo lavoro nella Repubblica Democratica Tedesca, dove vive con la moglie Martha (Ina Weisse) e la figlia Ellie (Paula Beer). Intanto, Kurt (Tom Schilling) è cresciuto e frequenta una scuola d’arte, ma anche il regime socialista rifiuta l’arte non figurativa, preferendole una forma di rappresentazione al servizio del popolo, dietro la quale sparisce l’individualità dell’autore. Kurt dimostra subito le sue capacità, e comincia una relazione con Ellie, ignaro che il padre di quest’ultima sia responsabile della morte di Elisabeth. Dopo il matrimonio, quando Kurt ed Ellie si ricostruiscono una vita nella Germania Ovest, entrambi scoprono di dover ricominciare da capo, e il giovane pittore cerca una nuova strada nel capriccioso mondo dell’arte occidentale.

Come si può intuire dalla trama e dal contesto storico, von Donnersmarck recupera ciò che il pubblico si aspetta da lui, peraltro con una durata fluviale (188 minuti) che gli permette di concentrarsi su tutte le evoluzioni personali di Kurt e Seeband, avvicinandosi talvolta ai ritmi e alla messinscena di una miniserie televisiva. La piattezza della fotografia rimanda alle fiction, ma il cineasta tedesco riesce a compensare con una regia attenta, cui si accompagnano alcune buone idee in sede di scrittura. Al netto di qualche goffaggine (soprattutto nel segmento iniziale con Elisabeth) e di varie forzature (il rapporto fra Seeband e l’ufficiale sovietico), Opera senza autore ha il merito di raccontare un’epopea che intreccia il privato e l’universale, forse un po’ didascalica, ma mai tediosa o disonesta.

L’aspetto più interessante coincide con il discorso sull’Arte, calato in un quadro storico paradossale. La Germania nazista e quella socialista sono accomunate dalla medesima idea di “arte sociale”, la cui funzione è di elevare lo spirito del popolo e celebrarne la grandezza, mentre l’identità dell’autore passa in secondo piano: l’io non deve esistere, sostituito da un glorioso noi. Dopo il trasferimento a Düsseldorf, però, Kurt si trova ad affrontare una filosofia completamente diversa, dove l’individualità dell’artista svolge un ruolo primario. Con la sparizione di un gusto condiviso – ovvero, l’unico metro possibile per giudicare le creazioni altrui – non è più la società (o i critici) a stabilire cosa sia “arte”, ma è l’artista stesso a deciderlo: l’arte concettuale di Duchamp rompe gli argini della libertà espressiva, spingendo gli artisti ad abbandonare le tele per lavorare sulle installazioni, le performance, il ready-made e il sovvertimento delle tradizioni. Spiazzato da questo ambiente, Kurt cerca di adattarsi, andando a caccia di un’arte che gli permetta di comunicare la sua identità. È proprio qui che von Donnersmarck piazza la sua migliore intuizione: Kurt si rivolge alla sua memoria personale (quindi alla pura individualità) per creare un’arte a cui ognuno può attribuire il proprio significato, dato che l’artista non dichiara le provenienza delle sue epifanie e dei suoi soggetti, lasciandoli all’interpretazione del pubblico. Per questo, la sua opera diviene “senza autore”, mediata fra la spinta egotista dell’arte occidentale e l’utopia collettiva dell’arte socialista.

Il film si prende i tempi giusti per sviscerare il processo creativo, che quindi non appare affrettato né gratuito, ma attinge alle fondamenta stesse del racconto, gettate dal regista nell’incipit. Con una soluzione arguta e toccante, von Donnersmarck sublima l’identità dell’artista nella sua opera, rimarcando un concetto fondamentale: l’Arte è l’unica depositaria della Verità, anche all’insaputa dell’autore.

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