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26 settembre 2018 • 16:45 • Scritto da Adriano Ercolani

If Beale Street Could Talk: Barry Jenkins porta sul grande schermo il romanzo di James Baldwin, la recensione

If Beale Street Could Talk è una trasposizione cinematografica intelligente e personalissima di un testo davvero complesso da tradurre in immagini e dimostra la maturità di Barry Jenkins nel suo percorso autoriale.
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Per provare a spiegare con pienezza cosa sia il nuovo film di Barry Jenkins dobbiamo necessariamente partire con il raccontare il romanzo scritto da James Baldwin da cui è tratto. Pubblicato nel 1974, il testo racconta della storia d’amore tra Tish e Fonny, due giovani che stanno per avere un bambino ma che vengono divisi quando il ragazzo viene incarcerato per un crimine che non ha commesso. Da questo momento inizia l’odissea personale della ragazza, che deve provare l’innocenza dell’innamorato e insieme gestire una gravidanza fuori dal vincolo matrimoniale.

La forza principale della scrittura di Baldwin, per questo romanzo come per altri capolavori quali Go Tell It to the Mountain o Another Country, è quella di restituire allo spettatore un mondo che allo stesso tempo è vero e vibrante di pennellate densissime. Baldwin riesce con la sua prosa a tratteggiare personaggi e situazioni che vanno oltre il realismo della narrazione, che portano con sé sentimenti e idee capaci di trascendere la superficie della parola stessa. Barry Jenkins ha tentato di tradurre in immagini e suoni la potenza espressiva di James Baldwin, riuscendo in un’impresa di trasposizione che era davvero difficilissima. Grazie anche alla magnifica fotografia di James Laxton, già candidato all’Oscar per il precedente lungometraggio di Jenkins Moonlight, If Beale Street Could Talk è un film visivamente bellissimo, dove le luci dense dipingono sui personaggi la loro storia fatta di stenti ma anche di grande dignità umana. Jenkins si dimostra molto coerente nel proporre la sua scelta stilistica elegante e in sintonia con il tono del libro. Unico neo della messa in scena della sua opera è forse un uso eccessivo della musica, che sottolinea il pathos di alcune scene con una minimo di ridondanza. Per il resto invece ogni componente tecnica con cui il lungometraggio è stato realizzato funziona a meraviglia.

Per quanto riguarda l’interpretazione del cast, anche in questo caso per poterla spiegare con lucidità dobbiamo tornare al testo originale di James Baldwin: i due protagonisti Tish e Fonny rappresentano per lo scrittore l’innocenza, l’amore incondizionato che trascende avversità, razzismo, condizione sociale ed economica. A conti fatti nello scritto dell’autore sono volutamente le due figure meno realistiche, proprio perché emblematiche. Dovendosi confrontare con questa idea i due attori principali Kiki Layne e Stephan James devono impersonare i rispettivi ruoli con una compostezza quasi stilizzata, che incarni tutto ciò che di buono e puro lo scrittore ha visto e messo nelle figure. Ecco che dunque sono gli attori a supporto a risaltare maggiormente, anche perché più liberi di riempire i rispettivi personaggi con forza emotiva e profondità psicologica. Tra i non protagonisti meritano senza dubbio encomio una poderosa Regina King nel ruolo di Sharon, la madre di Tish, e Brian Tyree Henry la cui breve apparizione lascia davvero il segno.

If Beale Street Could Talk è una trasposizione cinematografica intelligente e personalissima di un testo davvero complesso da tradurre in immagini. Il film dimostra la maturità di Barry Jenkins nel suo percorso autoriale. Questo suo ultimo film dimostra una coerenza estetica e narrativa impressionante, e al tempo stesso restituisce il soffocante senso di assedio che la comunità nera newyorkese doveva subire. Ieri come oggi.

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