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12 settembre 2018 • 19:45 • Scritto da Adriano Ercolani

Green Book: cinema di sentimenti e buone intenzioni, la recensione

Green Book è fino a questo momento uno dei migliori film visti a questa edizione del Toronto Film Festival. Ecco la recensione.
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Al Toronto Film Festival 2018 è stato presentato con enorme successo di pubblico Green Book, nuovo lungometraggio di Peter Farrelly che vede protagonisti assoluti Viggo Mortensen e Mahershala Ali. La storia vera è quella del pianista di colore Don Shirley, che nel 1962 assunse il buttafuori italoamericano Tony Lip per accompagnarlo in una serie di concerti nel sud degli Stati Uniti, sotto quella tristemente celeberrima linea immaginaria Mason-Dixon che delimitava gli stati in cui la segregazione razziale era ancora ben presente.

Partiamo subito con il constatare che Green Book è in tutto e per tutto un feel-good movie, e per questo deve essere analizzato. La commedia di Farrelly vuole raccontare la storia di due persone che, divise da moltissimi fattori, finiscono alla fine del loro percorso per trovare delle affinità bastanti per sviluppare un’amicizia che durerà per decenni. La sceneggiatura non problematizza le questioni razziali dell’epoca, si limita a esporle senza andare troppo in profondità. Però non è a questo tipo di produzioni che si deve probabilmente chiedere un’analisi approfondita di tali questioni. Detto questo, Green Book funziona davvero bene per le due ore abbondanti della sua durata, che scivolano via spedite e divertenti come nella miglior tradizione del genere. La sceneggiatura propone svariate situazioni da classico buddy-movie che si rivelano spassose, soprattutto quando giocano con la differenza di carattere e approccio alla vita dei due personaggi principali. La cadenza con cui a poco a poco viene costruita e cementata la solidarietà tra Don e Tony è scandita con molta precisione, accompagnata da una regia molto fluida.

Il resto lo fanno i due protagonisti: Mahershala Ali dimostra ancora una volta la sua presenza scenica inusitata e un’eleganza mimica fuori dal comune. Ma a dominare la scena è un Viggo Mortensen che aderisce al personaggio di Lip con un’aderenza non soltanto fisica impressionante: nei gesti, nel tono e nel ritmo dell’eloquio l’attore riesce a dare vita a una figura d’altri tempi delineata con cura certosina, dove ogni particolare invece di sembrare macchiettistico si rivela coerente, preciso, naturale alla fisionomia e alla psicologia del ruolo. Ci troviamo di fronte probabilmente alla miglior prova della carriera di Mortensen, se teniamo conto dell’interezza del lavoro sul personaggio: non solo quello fisico ma appunto anche mimico e soprattutto psicologico.

Green Book è fino a questo momento uno dei migliori film visti a questa edizione del Toronto Film Festival. Non perché è il più profondo o emozionante, ma è di sicuro tra quelli organizzati e realizzati con maggiore lucidità, in cui ogni tassello si inserisce al proprio posto a formare un quadro generale coerente, spiritoso, edificante. Cinema di sentimenti e buone intenzioni: divertente, ritmato, con dei contenuti. Difficile chiedere di meglio al prodotto medio inteso a intrattenere il pubblico con intelligenza e buon gusto.

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Un commento a “Green Book: cinema di sentimenti e buone intenzioni, la recensione

  1. A mio parere questa frase è estremamente errata: “La sceneggiatura non problematizza le questioni razziali dell’epoca, si limita a esporle senza andare troppo in profondità.” Cos’è la profondità? Far vedere una schiava afroamericana frustata a sangue come in 12 anni schiavo? No. Quella è schiettezza. Girare un film di 3 ore come Amistad? No. Quello è un film semi-storico. La profondità è proprio quella che si percepisce su Green Book, ma in maniera velata. Le questioni razziali sono fortemente centrali in questo film. Oserei dire protagoniste, accompagnate da una profonda discussione anche sugli stereotipi delle minoranze etniche.

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