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At Eternity’s Gate, un Van Gogh estatico e dolente: la recensione da #Venezia75

At Eternity’s Gate, un Van Gogh estatico e dolente: la recensione da #Venezia75

Di Lorenzo Pedrazzi

Raccontare la storia di Vincent Van Gogh significa rievocare il paradigma dell’artista controverso, tormentato in vita e celebrato post mortem, che racchiude in sé gli impulsi contraddittori dell’arte. In questo scarto fra spinta vitale e autodistruzione, Julian Schnabel individua l’essenza del grande pittore, focalizzando la narrazione di At Eternity’s Gate sul periodo che Van Gogh trascorse ad Arles e Auvers-sur-Oise: sono gli anni cruciali della sua produzione artistica, quelli dell’amicizia con Paul Gauguin, della famigerata mutilazione dell’orecchio e dell’apparente suicidio, anche se il regista newyorkese sposa la discussa ipotesi di Steven Naifeh e Gregory White Smith (secondo la quale Van Gogh fu ucciso accidentalmente).

Il film comincia proprio dall’incontro fra l’artista olandese, interpretato da Willem Dafoe, e Gauguin, cui presta il volto Oscar Isaac. Mentre quest’ultimo sogna di trasferirsi in Madagascar per sfuggire alla società degli uomini, Van Gogh si accontenterebbe di fondare una comunità di artisti solidali e paritari, dove poter lavorare serenamente. Purtroppo, i suoi quadri non sono apprezzati da nessuno, a parte il fratello Theo (Rupert Friend), mercante d’arte che gli fornisce un contributo economico in cambio di un dipinto al mese. Vincent convive per un po’ di tempo con Gauguin, ma i loro caratteri antitetici complicano il rapporto, e inoltre la comunità di Arles inizia a mostrare insofferenza verso le intemperanze del pittore, i cui disagi psichici sfociano nella paranoia, negli accessi di rabbia e nell’abuso di alcolici: il peggioramento delle condizioni mentali, però, non prosciuga la sua vena creativa, che resta vivissima.

Schnabel ricicla varie soluzioni formali che ha già usato in passato, mettendole al servizio di un fantastico Willem Dafoe, coinvolto e sofferente: la macchina a mano si muove nervosa intorno al protagonista, cogliendo le variazioni del suo volto di fronte alle delusioni della vita, all’ispirazione dell’arte e all’estasi della natura, vero e proprio nucleo di questo biopic. Il Van Gogh di Schnabel è un utopista che dialoga direttamente con le meraviglie del creato, si perde nei campi sulle colline, saggia il tocco del vento e la luce gentile del sole. Una visione romantica, questa, che rappresenta l’artista come il figlio incompreso della natura, desideroso di un affetto umano che quasi nessuno è in grado di elargirgli, e decisamente più a suo agio nel silenzio dei boschi. Le inquadrature virano bruscamente di tono, si appannano di lacrime e scivolano nella soggettiva del pittore, forzandoci a entrare nel suo sguardo, che filtra la realtà circostante tramite una sensibilità molto peculiare, come dimostrano i suoi dipinti. Non è un caso che molte immagini appaiano deformate (anche per mezzo del grandangolo), poiché Schnabel desidera sottolineare come lo sguardo di Van Gogh – e del genio artistico in generale – differisca dalla norma, e ci permetta di osservare il mondo da una prospettiva inedita. Il gioco, alla lunga, rischia di diventare stucchevole (e in alcuni casi un po’ gratuito), ma senza dubbio possiede una forza espressiva che, insieme alle musiche dolenti, contribuisce a delineare un percorso umano e artistico senza pari.

Peccato che il copione assuma toni fin troppo didattici, con dialoghi e monologhi palesemente didascalici: sia Van Gogh sia Gauguin parlano spesso per sentenze, comunicando le rispettive “filosofie” come se fossero un manuale di storia dell’arte, e lo stesso discorso vale per le riflessioni sul contesto storico-artistico in cui si svolge il film. At Eternity’s Gate diviene così un ritratto suggestivo ma schematico, che tende a esplicitare troppo con le parole il significato del rapporto fra l’uomo e l’arte: non a caso, Schnabel risulta più efficace quando lascia parlare le immagini, o esprime la frizione tra i personaggi attraverso i gesti, i silenzi e gli equivoci. Nei momenti in cui diventa sfumato e rarefatto, come la memoria di una vita eccezionale, questo biopic dà il meglio di sé; per il resto, è appassionato ma scolastico.

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