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22 July, Paul Greengrass ricostruisce la strage di Utoya: la recensione da #Venezia75

22 July, Paul Greengrass ricostruisce la strage di Utoya: la recensione da #Venezia75

Di Lorenzo Pedrazzi

È sufficiente una ricostruzione cinematografica per elaborare il lutto di una tragedia collettiva? Il cinema di Paul Greengrass s’interroga su questa problematica fin dai tempi di Bloody Sunday, e 22 July conferma il suo interesse per i drammi della Storia contemporanea, con i relativi effetti sulle coscienze. Mettere in scena la strage di Utoya, peraltro, significa rievocare un evento delicatissimo, sia per l’efferatezza del massacro sia per la giovane età delle vittime, in un paese – la Norvegia – che non aveva mai vissuto un orrore simile in tempo di pace: il 22 luglio 2011, l’estremista di destra Anders Behring Breivik piazza un furgone esplosivo nel centro di Oslo, vicino agli uffici del governo, e poi si reca sull’isola di Utoya con un fucile da guerra e un’uniforme della polizia. Sull’isola è in corso un campus estivo organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese, e Breivik prende di mira proprio i ragazzi, chiamandoli “marxisti” e “figli dell’elite”; ne uccide 69, a cui si aggiungono le 8 vittime dell’autobomba. Breivik rifiuta l’infermità mentale e viene giudicato consapevole delle sue azioni, ma il film si concentra anche sulla riabilitazione fisica e psicologica del giovane Viljar, gravemente ferito da quattro proiettili del terrorista.

La ricostruzione della strage occupa i primi 30-40 minuti, poi Greengrass – che ha basato la sceneggiatura sul libro di Åsne Seierstad – racconta le conseguenze immediate della tragedia, con gli interrogatori di Breivik, le reazioni del Primo Ministro, le proteste dell’opinione pubblica e il processo; la storia di Viljar, invece, approfondisce il lato umano della vicenda, facendosi l’emblema del percorso psico-emotivo (ma anche familiare) delle vittime. La prima parte, per costruzione della suspense, ricorda i thriller di fantapolitica: il regista inglese ha uno sguardo glaciale, muove la macchina da presa come un reporter di guerra, ma non sfugge alla spettacolarizzazione della cronaca, poiché lavora consapevolmente sulla tensione e sulle aspettative del pubblico. Meno ambigua è la rappresentazione degli interrogatori e degli incontri fra Breivik e il suo avvocato, dove l’attentatore illustra le sue folli ragioni politiche. In tal senso, 22 July compie un buon lavoro di carattere informativo, quasi didattico, mentre sfiora il melodramma nei segmenti dedicati a Viljar e alla sua famiglia.

L’impressione è che Greengrass si limiti a fare un buon compitino, pulito e anonimo, il cui maggior pregio è la parcellizzazione dei punti di vista per mostrare gli effetti della tragedia da svariate prospettive. Eppure, scivola in alcuni ritratti un po’ stereotipati che banalizzano la complessità della vicenda, come se l’esigenza di rivolgersi a una platea molto vasta comportasse una semplificazione delle psicologie. Al di là della rilevanza cronachistica, insomma, 22 July risulta un po’ piatto e schematico, pur essendo valorizzato da buone interpretazioni che puntano tutto sul naturalismo, come Greengrass ci ha abituato nei film precedenti.

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