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The Equalizer 2 – ScreenWEEK intervista Antoine Fuqua: “La gente ha sempre più bisogno di Giustizia”

The Equalizer 2 – ScreenWEEK intervista Antoine Fuqua: “La gente ha sempre più bisogno di Giustizia”

Di Adriano Ercolani

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A partire dal successo di Training Day, Antoine Fuqua si è imposto nel panorama hollywoodiano come regista di action-thriller tesi e caratterizzati da personaggi a tutto tondo. Qualche anno fa aveva piazzato il successo di The Equalizer, ancora una volta con il suo amico e partner creativo Denzel Washington. Ed ecco arrivare pronto il sequel dove Robert McCall questa volta cerca giustizia per una questione del tutto personale. Ecco cosa Fuqua ci ha raccontato dell’atteso The Equalizer 2 – Senza Perdono.

In più di vent’anni di carriera e molti successi questo è il suo primo sequel. Cosa l’ha spinta a voler tornare a girare The Equalizer 2?

Stavo cercando un’opportunità di lavorare ancora con Denzel Washington, è una collaborazione a cui tengo in modo particolare. Mi è arrivata la sceneggiatura di Richard Wenk e Michael Sloan e l’ho trovata molto ben scritta, soprattutto perché esplorava maggiormente la psicologia di Robert McCall. Visto che non avevamo raccontato molto di lui nel primo film, ho colto al volo l’occasione per portarlo di nuovo al cinema dando al pubblico la possibilità di connettersi meglio con lui. La storia è sviluppata con pienezza, questo film può camminare da solo, non c’è bisogno di aver visto il primo The Equalizer.

Questo film però è meno basato sull’azione e più sulla forza dei personaggi e della tensione. Come ha lavorato su questo nuovo equilibrio?

Quando giri lungometraggi come questo devi fare in modo che la confezione non soffochi la storia dei personaggi, o viceversa. Il dramma e la sostanza dei personaggi devono lavorare come carburante per l’azione. In The Equalizer 2 teniamo di più a Robert McCall perché conosciamo meglio la sua vicenda personale, il pubblico ne capisce le motivazioni e parteggia per lui.

Questo è il suo quarto film con Denzel Washington. Cosa lo rendere un attore così speciale per lei?

Amo lavorare con lui perché quando sceglie di interpretare un personaggio si dedica ad esso con tutte le forze fisiche e mentali che possiede, non si tira indietro di fronte a nessuna sfida quando si tratta di renderlo più credibile o profondo. Film dopo film continua a sorprendermi, continua a dare tutto quello che ha nonostante quello che ha ottenuto in carriera. Poche settimane fa sono andato a vederlo a Broadway in The Iceman Cometh, in uno spettacolo di quattro ore dove interpreta un monologo di trentacinque minuti! Denzel è Denzel: ogni volta che arriva sul set è come se t’ispirasse a dare il meglio di te stesso.

Cosa vorrebbe che il pubblico recepisse guardando questa nuova avventura cinematografica di Robert McCall?

Spero prima di tutto che si godano il film e passino una bella serata insieme al personaggio. Per quanto riguarda l’aspetto morale del film, penso che al giorno d’oggi il concetto di giustizia sia molto importante, la gente ne ha sempre più bisogno. Non parlo di quella più grande di noi, di temi inaccessibili. Parlo di quelle persone che ad esempio aiutano i più giovani ad andare nella direzione giusta: quello che mi piace di McCall in questo film è che lo vediamo anche pulire muri imbrattati e ripiantare piante sradicate, non solo menare le mani per vendicarsi. Anche i piccoli gesti contano, non solo quelli da supereroe che compie. Nel mondo reale questi sono i veri eroi, quelli che tutti i giorni aiutano gli altri a fare il meglio che possono.

Un altro aspetto fondamentale del film è l’ambientazione, e cioè Boston. Cosa rende questa città così speciale?

Quello che amo di Boston è il suo essere proletaria, con delle comunità molto coese tra loro. Non essendo frenetica come New York o dispersiva come Los Angeles, può essere definita attraverso pochi tratti, è caratterizzata e riconoscibile. È il luogo perfetto dove un uomo come McCall può vivere la sua vita in pace, non disturbato, e allo stesso tempo essere connesso con le persone intorno a lui.

In carriera ha già diretto molti generi differenti tra loro. Con quale vorrebbe confrontarsi in futuro?

Mi piacerebbe dirigere un dramma classico, senza azione, solo una bella storia. Southpaw si avvicinava a quest’idea, ma vorrei davvero fare qualcosa dove l’azione proprio non è contemplata. Niente nemici nell’ombra o sparatorie per strada…

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un filo rosso che lega tutti i suoi film dall’esordio di Costretti ad uccidere fino a The Equalizer 2?

Mi ripeto, penso sia il concetto di giustizia. I miei personaggi vogliono ottenere la giustizia che è loro dovuta. Nella maggior parte sono uomini sotto pressione che vogliono confrontarsi con le ingiustizie intorno loro, mi interessa osservare come rispondono ad esse.

Possiamo chiudere parlando del suo prossimo progetto, il documentario su Mohammed Ali che sta preparando?

Sì sarà una produzione di quattro ore per la HBO. Purtroppo non posso dire molto altro, ma sono molto elettrizzato dall’idea di lavorarci…

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