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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Capitan Power e i combattenti del futuro

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Capitan Power e i combattenti del futuro

Di DocManhattan

Col senno di poi, potrebbe sembrare che la carriera di Gary Goddard fosse sinceramente votata nel 1987 a far perdere un sacco di soldi alla Mattel. Qualche mese prima di dirigere il famigerato film dei Masters, I Dominatori dell’Universo, Goddard era riuscito a convincere il gigante del giocattolo a finanziare una serie TV di fantascienza. “È un incrocio tra Star Trek, Terminator, Star Wars e Combat! [la serie sulla seconda guerra mondiale]”, aveva promesso. “Ed è interattivo!”.

“Ma dai fuochi della guerra di metallo è sorta una nuova razza di guerrieri…”

Capitan Power e i combattenti del futuro (Captain Power and the Soldiers of the Future) debutta negli USA nel settembre del 1987. Nelle 22 puntate della prima e unica stagione realizzata si racconta la storia di un gruppo di soldati impegnati in una feroce e plasticosa guerriglia contro le macchine che dominano il pianeta, i BioDread del cyborg Lord Dread, nipote da parte di padre di Darth Vader.

Alla guida dei combattenti del futuro, il capitano Jonathan Power, affiancato dal consueto team di esperti multiruolo: lo svolazzante Hawk, il corazzato Tank, la spia Scout e, uh, la pilota Pilota. I loro nemici più iconici sono frutto del computer, il rapace Soaron, che può digitalizzare gli umani superstiti e imprigionarli in un gruppo FB in cui si parla solo di gattini, e Blastarr, che spara laser dalle dita.

La serie arriva pure in Italia (su Odeon, nell’88), e diventa molto popolare anche qui. Perché le corazze di questi soldati post-apocalittici sono lucenti e bellissime, perché la storia è tetra e piuttosto adulta per gli standard (un sacco di morti, una chiara tensione sessuale tra Power e Pilota) e perché tutti parlano dei giocattoli interattivi di Capitan Power. Essenzialmente, impugnando l’astronave giocattolo XT-7, si poteva sparare alla TV. Il giocattolo reagiva a degli impulsi luminosi inseriti nel programma e, se colpito, faceva volare un’action figure fuori dal cockpit. Qualcosa di nuovo, figo e che avrebbe fatto vendere un sacco di giocattoli? Cosa sarebbe mai potuto andare storto? Ok, e a parte “tutto”?

L’interazione con un programma televisivo era qualcosa con cui la TV americana sperimentava in realtà da decenni: già nel ’53 milioni di piccoli yankee si divertivano a giocare con Winky-Dink and You, un programma della CBS in cui dovevi appiccicare, grazie all’elettricità statica, dei fogli di plastica trasparente al televisore e disegnarci sopra o unire i puntini. Trentacinque anni più tardi, Capitan Power e questa sua sfida western contro un uccellaccio guerriero in CGI, rappresentava per la Mattel un modo per sfruttare le manie del momento, i Laser Tag e i videogiochi, senza rimettere direttamente i piedi in uno stagno in cui aveva bruciato centinaia di milioni di dollari solo pochi anni prima con l’Intellivision. Solo che la cosa, a gente come Peggy Charren, non andava affatto giù. Nossignore.

La fondatrice dell’Action for Children’s Television se la prendeva da tempo con i cartoni e gli show per ragazzi dai toni “inadatti” o promozionali. La sua associazione aveva messo i bastoni tra le ruote a serie come Gli Erculoidi e Space Ghost vent’anni prima, perché troppo violente, e negli anni 80 se l’era presa con “le pubblicità lunghe mezz’ora travestite da cartoni animati”, gli show nati a supporto delle linee di giocattoli: G.I. Joe, Mio Mini Pony, Masters, Transformers, M.A.S.K., etc.

Capitan Power era per la Charren il male incarnato: non solo era una serie violenta, ma non si limitava a spingere le vendite di un giocattolo (che costava 40 dollari), presupponeva che lo spettatore lo possedesse. Jerry Rubin, attivista e uomo d’affari, dichiarò che avrebbe digiunato per più di un mese se Capitan Power fosse rimasta in onda. Ma la pubblicità negativa e le pressioni dei MOIGE d’America non erano l’unico problema con cui fare i conti. Perché quei conti bisognava innanzitutto farli quadrare: le avventure di Jonathan Power costavano un milione di dollari a puntata, una buona fetta dei quali proveniva da Mattel. E la Mattel non stava minimamente vendendo un numero di giocattoli sufficiente a coprire e giustificare quell’investimento. La seconda stagione, messa in cantiere per l’88, non venne mai girata.

A riguardarlo ora, Capitan Power si porta inevitabilmente dietro molte ingenuità, eppure le storie (scritte in buone parte da J. Michael Straczynski) erano davvero molto mature per il target. C’è un mondo e mezzo tra la lotta ai BioDread in cui alla fine muore uno dei protagonisti e che rappresenta tutta una sinistra metafora post-apocalittica del nazismo (proselitismo tra i giovani incluso), e le risibili e totalmente innocue produzioni live action arrivate poco dopo, sulla scia dei Power Rangers. Qualcosa che sarebbe riproponibilissimo anche oggi, tanto che Goddard e amici avevano annunciato alcuni anni fa il ritorno di Capitan Power, con il progetto Phoenix Rising. È stato mostrato anche un breve teaser del reboot, al San Diego Comic-Con del 2016, ma da mesi non se ne sa più nulla. Goddard, del resto, è alle prese con diverse accuse di molestie sessuali: non il massimo per cercare dei finanziamenti per il tuo progetto del cuore.

Curioso anche scoprire come molti dei combattenti del futuro ci siano stati sotto gli occhi per così tanto tempo, in altre vesti. Il canadese Peter “Hawk” MacNeill in decine e decine di film e serie (come Good Witch); Sven-Ole “Tank” Thorsen era, tra le altre cose, l’avversario di Russell Crowe nel finale de Il Gladiatore (Tigris, il campione con la maschera da tigre); Jessica “Pilota” Steen l’abbiamo vista in Armageddon, Stargate SG-1, CSI… E David “Lord Dread” Hamblin era il George del Nikita televisivo, oltre che la voce di Magneto nel cartone degli X-Men negli anni 90. Al capitano Power non è andata però bene e la sua è una storia caratterizzata da un SE SOLO grosso così.

Tim Dunigan era stato infatti Sberla dell’A-Team… ma solo nell’episodio pilota, prima di esser soppiantato da Dirk Benedict perché “troppo giovane”. Dopo singole comparsate in serie come Beverly Hills 90210 e La signora in giallo (perché tutto il mondo è apparso almeno una volta ne La signora in giallo per far contenta la Fletcher), Dunigan ha smesso di recitare nel 2002 e fa l’intermediario finanziario. Dalla lotta ai BioDread a quella per i mutui ipotecari: sono tempi difficili.

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