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The Ballad of Buster Scruggs, l’antologia western dei fratelli Coen: la recensione da #Venezia75

The Ballad of Buster Scruggs, l’antologia western dei fratelli Coen: la recensione da #Venezia75

Di Lorenzo Pedrazzi

Le pagine di un libro si aprono sui racconti della vecchia frontiera, permettendo ai fratelli Coen di rileggere il western attraverso uno sguardo inconfondibile: The Ballad of Buster Scruggs, infatti, è un film che sceglie il formato antologico per spaziare fra diverse interpretazioni del “mito” americano, ma anche fra le diverse anime di due registi straordinari.

Si comincia con l’episodio eponimo, storia di un cowboy canterino dalla pistola velocissima, e poi si prosegue con altre sei storie del vecchio west: un fuorilegge cerca di compiere una rapina, ma trova sulla sua strada una resistenza inaspettata; un immigrato irlandese sfrutta le capacità oratorie di un ragazzo mutilato, ma pensa ad altre fonti di profitto quando i guadagni si fanno scarsi; un cercatore d’oro scopre una valle segreta e rigogliosa, dove si ammazza di fatica per rintracciare il filone aurifero; una ragazza e suo fratello si mettono in viaggio per l’Oregon al seguito di una carovana, accompagnati da un cagnolino molto chiassoso; infine, una diligenza sfreccia nella bruma notturna, ma due passeggeri mettono a disagio gli altri viaggiatori con i loro racconti macabri.

Il mosaico che ne deriva sfiora molti tópoi della tradizione western, dalle rapine ai duelli, dalle esecuzioni pubbliche ai viaggi in carovana, passando per la febbre dell’oro, i nativi americani e molto altro: The Ballad of Buster Scruggs è un compendio piuttosto esauriente di ciò che il genere ha significato nell’immaginario collettivo, soprattutto per la sua grande permeabilità. Joel e Ethan Coen lo contaminano con la commedia e con il musical, ma citano anche il souther gothic, lo spaghetti western e il classicismo di John Ford, passeggiando in bilico fra l’omaggio e la parodia. I primi due episodi, in effetti, sono decisamente comici e parossistici, giocati sugli eccessi irresistibili dell’azione e dell’umorismo; gli altri, invece, si assestano su toni più cupi, ma conservano sempre quel gusto per il paradosso che caratterizza il cinema dei Coen. La frontiera narrata dai due registi è dominata da una sorte cinica e beffarda, capace di spiazzare il pubblico anche quando crede di essere al sicuro, virando bruscamente verso la tragedia dopo aver mostrato un barlume illusorio di felicità.

La loro poetica è sempre stata divisa fra dramma e commedia, noir e grottesco, tutti elementi che si alternano in The Ballad of Buster Scruggs come gli sguardi di uno scrittore in una raccolta di racconti. Nella nuova golden age della serialità televisiva, realizzare un film a episodi ha qualcosa di piacevolmente demodé, ma allo stesso tempo è una scelta creativa che cavalca il ritorno del formato antologico, riportandolo nell’alveo del lungometraggio (e la distribuzione da parte di Netflix non è certo casuale, anche perché il progetto nasce come serie tv). Al di là dei riferimenti citati dai Coen, ovvero Boccaccio 70 e i film a episodi italiani dello stesso periodo, questo approccio è un’ottima scusa per attingere al loro talento magmatico, attraversato da molteplici vene espressive che si sovrappongono di continuo: l’esito finale riesce a essere sia toccante che esilarante, fulmineo come un pistolero provetto o dolente come un cowboy crepuscolare.

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