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Shark: Il primo squalo – La nostra visita sul set in Nuova Zelanda

Shark: Il primo squalo – La nostra visita sul set in Nuova Zelanda

Di Lorenzo Pedrazzi

Per arrivare in Nuova Zelanda occorrono 25 ore di viaggio da Milano, compreso uno scalo di tre ore e mezza all’aeroporto di Dubai. È quel tipo di itinerario che sfida le leggi dello spazio e del tempo, evocando una frase che mi risuona in testa da quasi vent’anni: “Non puoi spingerti più lontano di così senza dover tornare indietro”. La pronunciava Jim Carrey in The Truman Show, e in questo momento suona molto adeguata. Certo, lui si riferiva alle Fiji, ma il concetto non cambia: rispetto all’Italia, la Nuova Zelanda si trova quasi agli antipodi, e oltrepassarla significa letteralmente tornare indietro. Una terra remota ma fertile per l’industria cinematografica contemporanea, che ha scoperto in lei una nuova meta privilegiata, soprattutto dopo le imprese tolkeniane di Peter Jackson e le innovazioni tecnologiche della WETA Digital, la cui base si trova nella capitale Wellington. Meravigliosi scenari naturali, ottime maestranze e teatri di posa ben attrezzati: la Nuova Zelanda ha saputo rispondere prontamente alla sfida di Hollywood, e continua a ospitare produzioni importanti.

The Meg – che in Italia s’intitola Shark: Il primo squalo – è uno degli esempi più recenti, e forse non è un caso che tra i produttori del film ci sia il neozelandese Barry Osborne, lo stesso de Il Signore degli Anelli. Pur trattandosi di una co-produzione tra Cina e Stati Uniti, sarà proprio la Nuova Zelanda a goderne i vantaggi più duraturi: per le riprese di Shark: Il primo squalo sono stati infatti costruiti i Kumeu Film Studios, sorti su un’area privata di West Auckland, dove le strutture resteranno a disposizione per altre produzioni cine-televisive, raddoppiando così la disponibilità di teatri di posa nella metropoli neozelandese. Un’eredità importante per il territorio, insomma, che ha permesso al film di usufruire dei bonus fiscali della New Zealand Film Production, garantiti a quelle produzioni che portano benefici economici al paese.

Con queste premesse – e considerando il budget da 150 milioni di dollari – la visita sul set si preannuncia particolarmente interessante. Ma, nello specifico, di cosa parla The Meg? Il film è basato sul romanzo Meg: A Novel of Deep Terror (1997) di Steve Alten, i cui diritti sono passati alla Warner Bros. nel 2015, quando Jon Turteltaub (lo stesso de Il mistero dei templari e L’apprendista stregone) ne ha ottenuto la regia. «La Warner voleva un regista che fosse in grado di garantire un tono più profondo» spiega Osborne, «in modo che [il film] non fosse percepito come un thriller di serie b, ma che ci fosse qualcosa di più, in termini di approccio da commedia, pur restando fedele alla natura del progetto. [Jon] ha voluto sviluppare per bene i personaggi, rendendoli tridimensionali… e ci è riuscito alla grande». Nel film, Jason Statham interpreta Jonas Taylor, esperto di salvataggio subacqueo che deve tornare in servizio quando un megalodonte – gigantesco squalo preistorico creduto estinto – attacca un sommergibile al largo delle coste cinesi. Per Jonas, che ha già incontrato il mostro in passato, questa battaglia titanica diventa una questione personale, ma la forza bruta del megalodonte sembra inarrestabile, anche per le più avanzate tecnologie sottomarine.

Insomma, è un tipico soggetto da monster movie che la Warner trasfigura nelle logiche dei blockbuster, con grande dispiego di mezzi e un notevole cast multiculturale, dove spiccano Li Bingbing, Cliff Curtis, Ruby Rose e Rainn Wilson.

Vi presento Baby Meg
La visita sul set comincia proprio dai Kumeu Studios, che io e alcuni colleghi della stampa internazionale raggiungiamo una mattina di inizio novembre, minacciati dal meteo capriccioso della primavera neozelandese. Gli studi sono immersi nella campagna che circonda Auckland, punteggiata da fattorie che si affacciano direttamente sulla strada, dove gli animali fanno capolino ai lati della carreggiata. Ad accoglierci troviamo il sopracitato Barry Osborne, che ci mostra subito i due pezzi forti dei Kumeu: una vasca da 2.5 milioni di litri e un green screen da 920 m2, il più ampio della Nuova Zelanda. «Il film è ambientato nell’oceano, in una stazione di ricerca chiamata Mana One, da qualche parte nel Mar Cinese Meridionale» ci spiega il produttore. «Ciononostante, stiamo girando molto nel golfo di Hauraki [il tratto costiero della Nuova Zelanda dove si è disputata l’America’s Cup di vela, ndr]. Le inquadrature più grandi vengono girate nell’oceano, nel mare o in questo golfo, ma tutto il lavoro di effettistica si svolge nella nostra vasca». Al suo interno è infatti presente la riproduzione di una barca da diporto – la Charlotte – collegata a un’altissima gru che sosta vicino al bordo; la barca però non è intera: ne è stata riprodotta solo metà, la poppa, che comunque è molto dettagliata.

La vasca dei Kumeu Studios con la Charlotte. Foto: Variety

La scena in questione prevede il ribaltamento della Charlotte da parte del megalodonte, e sarà girata domani, quindi i preparativi sono in corso per fare in modo che non ci siano rischi. «Giusto per farvi capire quanto tutto ciò sia complesso e quanto cauti dobbiamo essere» prosegue Osborne mentre osserviamo la vasca, «quella barca, sulla quale avremo gli attori o le controfigure, pesa 10 tonnellate. Quindi stiamo prendendo molte precauzioni, dedichiamo molto tempo alla preparazione perché tutto vada al meglio, prima di girare. Giocare con un set da 10 tonnellate è una cosa da fare con molta cautela». Altrettanta cura è riservata alle riprese subacquee, che però si svolgono in un’altra vasca – molto più piccola e profonda – all’interno di uno dei capannoni che compongono i Kumeu Studios. Il produttore ci accompagna a visitare anche quella, e il primo dettaglio che notiamo è la gabbia cilindrica immersa nell’acqua: «È una gabbia di Lexan» spiega Osborne, riferendosi a una resina trasparente che fa parte della famiglia dei policarbonati; somiglia al Plexiglas, ma è più elastica e resistente. La sua trasparenza le permettere di «sparire nell’acqua, escludendo la base e la sommità», che sono grate di metallo. «All’interno ci sono delle lampade a LED, fanno parte del design» continua il produttore. «Nonostante la visuale sott’acqua sia abbastanza chiara, si può girare in una vasca di queste dimensioni e veder sparire la gabbia come se sparisse nell’oceano», proprio grazie al Lexan.

Inutile dire che una gabbia di Lexan non basta per fermare il megalodonte…

Intanto, la vera star di The Meg ci aspetta in un capannone adiacente: accostata a un muro c’è la riproduzione della testa di un megalodonte, che Osborne ci presenta come Baby Meg. È alta circa tre metri, e lunga cinque. «Ah, quello sarebbe il cucciolo…» dico stupefatto, suscitando la risatina di una collega messicana. In effetti, è già abbastanza grande da ingoiarci senza fatica con un sol boccone, e il sangue che gli imbratta le narici lo rende ancor più minaccioso. «Questa è solo per avere qualcosa con cui far interagire il cast» dice il produttore, «il Meg vero e proprio sarà una creazione digitale». Il nostro anfitrione si è chiaramente pentito di averlo chiamato Baby Meg, ma preferisce non scendere nel dettaglio per evitare spoiler; comunque, ci dice che il “piccolo” è lungo circa 40 piedi, ovvero più di 12 metri… ed è solo un cucciolo. Per fare un raffronto, considerate che il grande squalo bianco di solito non supera i 6 metri.

I personaggi avranno a disposizione i più innovativi ritrovati della tecnica per affrontare il mostro, e le tute sottomarine (o subsuits) sono un valido esempio di questa coloritura ipertecnologica. Incontriamo Cristina, assistente ai costumi, che ci mostra l’abbigliamento subacqueo dei personaggi: somigliano alle tute spaziali della fantascienza, hanno un sistema di riscaldamento e raffreddamento interno, monitoraggio delle funzioni vitali e altre caratteristiche molto avanzate; più che fantascientifiche, però, Cristina le definisce «high-tech», poiché evidentemente sfruttano tecnologie già esistenti al giorno d’oggi. «È probabilmente il costume che comunica l’idea di un mondo altamente tecnologico» ci spiega. Meno high-tech, ma altrettanto curiosi, sono invece gli abiti della piccola Meiying (Shuya Sophia Cai), figlia del personaggio di Li Bingbing: la bimba indossa una felpa rosa, pantaloni fantasia celesti, scarpe con le suole luminose e persino due alucce cangianti. «Abbiamo cercato di renderla divertente e giocosa, pur essendo cresciuta in un mondo molto serio». A livello generale, comunque, la costumista Amanda Neale ci spiega che la praticità dei costumi è sempre stata la sua preoccupazione primaria: «Sapevo che si trattava prevalentemente di un film acquatico, quindi ho cercato quei materiali e quei design che potessero risultare confortevoli in acqua. Non è solo una questione estetica, ma pratica».

La piccola Meiying si distingue per il suo abbigliamento giocoso.

La visita prosegue nello stesso capannone, dove lo scenografo Grant Major ci mostra alcuni modellini – disposti lungo una tavolata ad angolo – che farebbero la gioia di ogni collezionista. Per la prima volta da quando siamo arrivati, possiamo avere un’idea precisa dell’aspetto estetico del film, e all’improvviso la nostra prospettiva cambia totalmente: se già le tute sottomarine ci avevano offerto un piccolo assaggio, ora il modellino della Mana One – una stazione di ricerca sottomarina collocata al largo delle coste cinesi – ci restituisce l’idea di un mondo palesemente fantascientifico. La stazione è sormontata da una piattaforma che affiora sulla superficie del mare, ma la maggior parte della sua struttura è immersa nell’acqua, comunicando un forte senso di verticalità. Grazie a tre lunghi sostegni, la piattaforma poggia sulla cima di un “promontorio” sottomarino, e attorno alle tre “zampe” corre un tunnel panoramico circolare, tutto trasparente. «Ci troviamo nel futuro» precisa lo scenografo. «Più o meno nel 2020. Non viene specificato, ma siamo qualche anno nel futuro rispetto a noi. [questa visita sul set si è svolta nel novembre del 2016, ndr] Quindi abbiamo avuto la scusa per spingerci un po’ in là con il design». Il tunnel panoramico è indubbiamente il dettaglio più curioso: «I visitatori della stazione vengono portati con un ascensore fino a questo livello, che si trova 90 metri sotto il livello del mare. È probabilmente uno dei nostri set più grandi e costosi, poiché abbiamo dovuto costruire [in studio] una porzione di questa galleria». Naturalmente sul piano scientifico c’è qualche forzatura, come accade spesso in questi film: «È stato interessante immaginare come avrebbe potuto funzionare dal punto di vista fisico» ci dice Major in riferimento della pressione dell’acqua, che a tali profondità equivale a 11 atmosfere, ovvero 160 libbre per pollice quadrato (più di 72 kg ogni 2,54 cm). «Direi che abbiamo dovuto spingere i limiti della fisica, creando qualcosa con così tanto vetro!».

In questa inquadratura è ben visibile il tunnel panoramico, parzialmente riprodotto in studio.

Scopo della Mana One è esplorare una profonda depressione oceanica (immaginaria), e per farlo ha ovviamente bisogno di sottomarini. Sul tavolo ci sono anche i modellini di alcuni sommergibili decisamente fantascientifici, più simili ad astronavi che a mezzi acquatici: si chiamano glider (“alianti”), e il loro design richiama la forma delle mante, come il tribubble bongo dei Gungan in Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma. «Abbiamo disegnato i sommergibili, e anche i loro interni» prosegue lo scenografo. «Ne succedono di drammi, lì dentro. Le cose non vanno per il verso giusto, come capita sempre in questi film». I sommergibili comunicheranno con la piattaforma in superficie, dove la sala controllo avrà un aspetto futuristico; Major, però, sottolinea che lui e i suoi collaboratori hanno cercato di essere originali, evitando i cliché più tipici di queste scene, come la classica ambientazione in cui tutti i personaggi stanno seduti davanti a un monitor. «La stanza ha uno stile modulare» aggiunge Major, segno che sarà composta da unità singole e modificabili.

Lo scenografo ci accompagna a vedere il resto del capannone, dove sono esposti alcuni glider a dimensione naturale, usati per le riprese: soprannominati Ernie and the Birds, sono impressionanti per la credibilità e il livello di dettaglio… è come assistere a una creazione di fantascienza che diviene realtà. Fra i modelli c’è anche un Distressed Submarine Recovery Vehicle, il meno futuristico del lotto, sorta di grosso parallelepipedo senza particolari rifiniture: viene utilizzato all’inizio del film in una missione di recupero, ed è basato sulla tecnologia odierna. Al giorno d’oggi, veicoli di questo genere sono impiegati dalle compagnie petrolifere.

Comunque sia, Major ammette che l’intera produzione del film è ben consapevole degli ingombranti precedenti cinematografici nel genere sottomarino (Lo squalo di Spielberg e The Abyss di Cameron), ma The Meg si muove in un contesto «più fantasy» che gli permette di distanziarsi dal passato.

La forma dei glider è ispirata al corpo della manta.

Dei tipi simpatici
Il nostro tour si trasferisce poi negli Auckland Film Studios, a ovest della metropoli neozelandese. Il complesso è suddiviso in tre strutture che contengono 3,576 m² di spazio: l’ideale per le riprese al chiuso, con le scenografie costruite da Grant Major e dalla sua squadra. È qui che sta lavorando il cast. Non possiamo invadere il set con la nostra rumorosa presenza, ma ci viene data la possibilità di assistere a qualche ciak attraverso uno schermo, con la richiesta di rimanere in assoluto silenzio quando le macchine da presa sono in funzione. Così, radunati all’interno di un tendone scuro, ci sediamo davanti al monitor e vediamo Jason Statham impegnato a preparare la sua borsa per andarsene dalla Mana One, salvo poi precipitarsi fuori dalla stanza non appena sente un rumore anomalo… è forse il megalodonte all’attacco? L’attore britannico, peraltro, ha una certa esperienza con l’acqua: ex membro della nazionale inglese di tuffi, ha anche un passato da sub, e le sue conoscenze risultano utili per le riprese.

«Ho imparato a immergermi molti anni fa, per un film che ho fatto con Luc Besson» ci racconta Statham quando lo incontriamo insieme al regista Jon Turteltaub, poco più tardi. «E poi ne sono diventato dipendente. Infatti, uno dei primi momenti in cui ho subìto il fascino delle immersioni è stato guardando Le Grand Bleu: sono rimasto ossessionato dalle immersioni in apnea, dal modo in cui gli apneisti tornano in superficie per respirare. È affascinante, quello che siamo in grado di fare». Questa fascinazione trova sfogo nel film: «Sono sempre stato interessato al mondo subacqueo, e il fatto che stiamo realizzando un film su ciò che esiste sul fondo dell’oceano è una cosa grandiosa… perché nessuno sa cosa ci sia laggiù! Quello che sappiamo è che sono stati trovati gli enormi fossili dei denti del megalodonte, quindi è certo che sia esistito». Anche gli squali lo hanno sempre attratto: «Gli squali sono creature affascinanti. Hanno denti che mutano ogni 24 ore, non smettono mai di muoversi, sentono la nostra urina a miglia di distanza… hanno una grande percezione del mondo che li circonda». Un collega gli chiede se anche il suo personaggio nel film sia una “creatura interessante”. «Certo che lo è!» replica ridendo. «Il personaggio di Jonas è grandioso, uno splendido ruolo, lo adoro. Ci facciamo un sacco di risate. Ha molti aspetti che ho già interpretato in passato».

L’esperienza di Jason Statham nelle immersioni ha facilitato le riprese del film.

Turteltaub non conosceva Statham personalmente, e pensava di trovarsi davanti alla classica «star d’azione ultraseriosa e irascibile», mentre invece ha scoperto in lui una persona ironica e giocosa. Il regista stesso è davvero un simpaticone, sempre pronto alla battuta, come abbiamo modo di constatare noi stessi: «Avete volato per venire qui?!? COSA?!? E chi paga?» ci chiede quando facciamo la sua conoscenza, in un ufficio degli studios. Stabilire un clima leggero è fondamentale nel suo lavoro, soprattutto quando si gira un film come questo. «Sapete, non voglio fare un grande film di squali tutto burbero e serioso, con personaggi burberi e seriosi» ci dice. «Voglio che sia divertente, e perché sia divertente anche i personaggi devono essere divertenti, avere senso dell’umorismo. Non credo che alcun personaggio, nel 2016, 2017 o 2018, possa fare qualcosa di straordinario, folle o bizzarro senza esserne consapevole. Se trovi un megalodonte, ti chiedi cosa diavolo faccia nella nostra epoca… questo genera umorismo, e il pubblico reagisce in modo altrettanto divertente». Le riprese stanno andando bene anche dal punto di vista logistico, nonostante il clima schizofrenico: «Sono scioccato che stia andando così bene! Sarebbe dovuto essere un disastro! Soprattutto con il tempo, qui. Piove ogni giorno. Ma c’è anche il sole ogni giorno. E poi abbiamo l’acqua, lo squalo gigante… non abbiamo alcun diritto che le cose vadano così bene, eppure stanno andando bene.»

Dato che Shark: Il primo squalo unirà azione e commedia, una collega australiana chiede a Turteltaub se ci sarà spazio anche per una storia d’amore. Ovviamente la risposta è sì: «Ogni volta che ricevo un copione, racconto a mia moglie di cosa tratta il film» ci confida il regista. «E allora, stavolta le ho detto che c’è questo tizio con un lungo passato, trovano lo squalo, c’è una scienziata… e lei: “Si sposano?”» [Ride, e noi insieme a lui]. «È stata la sua prima domanda. Però sì, c’è una storia d’amore nel film, ci sono dei flirt. Abbiamo girato una scena molto gustosa questa mattina, dove QUALCUNO era solo parzialmente vestito… ma dovrete vedere il film per scoprire chi sia». Poi a bassa voce: «Tutto ciò che posso dire è che ha un sedere grandioso!». È chiaro che si riferisce propria a Jason Statham.

Questa storia d’amore coinvolge Jonas e Suyin, il personaggio interpretato dalla star cinese Li Bingbing. Incontriamo anche lei nel medesimo ufficio: in primo luogo, Bingbing sottolinea che recitare in una seconda lingua – come le è già successo in altre produzioni hollywoodiane – non è mai facile, ma l’impressione è che il suo inglese sia ottimo. Ci parla anche del suo personaggio: «È così intelligente, sveglia, capace e anche molto coraggiosa. È una biologa marina sulla Mana One, la stazione di ricerca costruita da suo padre». L’attrice ha ovviamente parole di elogio per Statham, che è «un tipo molto carino, premuroso e gentile. Si prende molta cura di me, lo apprezzo molto. È un film perfetto per lui, abbiamo molte scene sia dentro sia fuori dall’acqua. È l’ideale per lui». In un certo senso, i due colleghi hanno scoperto di essere complementari: Bingbing odia il freddo, mentre Jason odia il caldo. «Lo vedo nuotare nell’oceano, dove l’acqua è freddissima… per me non è facile, mentre lui si sente bene».

Li Bingbing interpreta Suyin, biologa marina della Mana One.

Anche le interazioni con lo squalo non sono affatto semplici, poiché la creatura sarà realizzata in CGI, a parte la riproduzione che abbiamo visto nei Kumeu Studios qualche ora prima. «La maggior parte delle volte puoi solo immaginarti quanto sia grande» ci racconta l’attrice. «Ne abbiamo solo metà per girare le parti con il muso, mentre il resto lo dobbiamo immaginare. È molto divertente. Inoltre, è la prima volta che giro un film incentrato sull’oceano e sulla vita marina. Ora ho paura a entrare nell’acqua, soprattutto in quella che c’è qui! È così fredda. Ma i membri della troupe sono fantastici: sanno che sono freddolosa, e hanno fabbricato per me diverse mute, a seconda della temperatura. Una è più sottile, l’altra è più spessa».

A proposito di squali, quando torniamo nel tendone con il monitor abbiamo l’opportunità di assistere a un’altra piccola scena: ci sono diversi primi piani di Ruby Rose che mormora qualcosa, poi l’inquadratura passa su altri personaggi che parlano attorno a un tavolo; i loro sguardi sono calamitati da uno schermo che mostra il megalodonte e le proporzioni delle sue fauci rispetto a un essere umano. Ci confrontiamo sulla battuta pronunciata dall’attrice australiana, e conveniamo che – stando al labiale – potrebbe aver detto «A big shark». Ma ci sbagliamo. Lei stessa, infatti, ci rivela che la parola era «Megalodon», e che girare sequenze di quel genere non è facile con un mattacchione come Jon Turteltaub: «Il nostro regista è troppo divertente per le scene serie!» esclama. Il discorso verte ben presto sul suo personaggio: «Si chiama Jaxx, ha una pettinatura fichissima, ed è l’ingegnere della stazione… in sostanza, ha creato i glider, l’equipaggiamento, tutta la tecnologia che usano, quindi è molto intelligente. Ha dedicato tutta la sua vita all’oceano, e lo si può dedurre dai miei finti tatuaggi, che coprono quelli veri». Ce ne mostra alcuni, tra cui un polpo. «Volevamo che sembrasse una vera fanatica delle profondità marine, con grandi conoscenze e un’enorme passione». Lei stessa ha avuto un ruolo attivo e creativo nella concezione del look del personaggio: «L’acconciatura l’ho disegnata io, volevo che avesse un aspetto diverso dagli altri. Mi sono ispirata un po’ ad Angelina Jolie in Hackers. Jaxx ha qualcosa di lei, è molto brava nelle cose che l’appassionano».

Le domandiamo com’è lavorare con Meg, lo squalo gigante: «Meg è un gattino adorabile!» ci risponde scherzosa. «È buffo, la prima volta che l’ho incontrata… sembra che sia parlando della persona che ho sposato: “La prima volta che ho incontrato Meg, quando mi ha guardata con quei denti giganti, ho capito subito che sarebbe stata la persona giusta”… no, ho assistito alle previsualizzazioni, ma non ho ancora visto come sarà. Però ho visto la riproduzione della testa sul set, ed è incredibile». Ruby la considera come una testimonianza dei misteri che ancora giacciono nelle profondità dell’oceano: «È impressionante quanto poco sappiamo dei fondali marini» ci spiega. «Trascorriamo molto tempo a esplorare altre galassie, quando abbiamo il nostro mondo da scoprire. Certo, fra un po’ sarà troppo tardi perché continuiamo a rovinarlo… ma, finché siamo qui, dovremmo indagarne i misteri. Là sotto ci sono granchi giganti, pesci dall’aspetto strambo, cose che trovo molto interessanti… quindi, nel momento in cui mi sono trovata davanti a Meg, ho pensato: “È incredibile, questa cosa è esistita davvero, pazzesco”. È surreale».

Ci appare sempre più chiaro che persino lavorare in una produzione del genere ha qualcosa di surreale, forse per il continuo impulso a rendere possibile l’impossibile, o per la capacità tecnico-artistica di simulare il catastrofico, il fantastico e l’assurdo. Il giorno dopo, a poche ore dalla nostra partenza, abbiamo modo di toccare con mano una di queste circostanze…

I finti tatuaggi di Ruby Rose coprono quelli veri, ed esprimono la passione del suo personaggio per il mare.

È Hollywood, bellezza
Il tempo si è stabilizzato sui Kumeu Studios: qualche nuvola transitoria porta brevi scrosci di pioggia, ma il clima volge al bello, e il sole illumina l’enorme green screen che costeggia la vasca. È la mattina del nostro ultimo giorno a Auckland, e la produzione ci ha voluto concedere un’ultima visita sul set, proprio nelle fasi di maggior fermento. I Kumeu sono molto più affollati rispetto alla giornata di ieri, attorno alla vasca c’è un brulichio di maestranze, attori, stuntmen e intrusi col fiato sospeso (noi), mentre il buon Turteltaub tiene d’occhio la situazione: oggi si gira la scena del ribaltamento della Charlotte, quindi ogni singolo ingranaggio deve girare al meglio. Si tratta pur sempre di una delle sequenze più complesse del film, e non è certo un caso che se ne occupi direttamente la prima unità.

Non conosciamo molti dettagli; sappiamo soltanto che questa scena si svolge a metà film, e che la barca si ribalta in seguito all’attacco del megalodonte. «Quando fai uno stunt in un film» ci spiega il regista, «la prima volta va tutto bene. La seconda o la terza, però, sorgono i problemi, perché si è persa la concentrazione». Sul ponte della barca ci sono le controfigure di Li Bingbing e Jason Statham, da lontano sembrano davvero loro. Intorno alla vasca fervono i preparativi, soprattutto in prossimità della gru che dovrà ribaltare la Charlotte. Si avverte un filo di tensione, indispensabile per restare concentrati, ma in realtà ogni membro della troupe sa bene quello che fa: come un ginnasta che prepara la sua esibizione più complessa, il regista e le maestranze sono sicuri delle loro capacità, ma sono anche consapevoli di non poter sottovalutare eventuali imprevisti. «Se qualcuno si fa male, io non ero qui!» dice Turteltaub con il suo consueto spirito, dimostrandosi capace di saper gestire l’ansia – e la sua distensione – sul set di un colossal. «Lo squalo è probabilmente il mio film preferito» aggiunge, «quindi tutto questo è imbarazzante…»

Ormai è tutto pronto. «Azione!» urla il regista, e noi giornalisti restiamo sbalorditi di fronte alla macchina di Hollywood che si mette al lavoro. La barca comincia a ribaltarsi, i gommoni sul tetto e le attrezzature cadono in acqua, mentre le controfigure di Li e Statham restano appese alla balaustra del ponte, con la barca ormai girata di 45 gradi. È la scena di un blockbuster che prende vita davanti ai nostri occhi, e per un attimo ci dimentichiamo del green screen, della vasca, delle maestranze e degli stuntmen: siamo lì dentro, con loro, al largo delle coste cinesi, e uno squalo gigantesco minaccia di affogarci. È Hollywood, bellezza. E per una volta, anche noi ci siamo ruzzolati dentro come Alice nella tana del Bianconiglio.

La Charlotte si ribalta dopo l’attacco del megalodonte.

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