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21 agosto 2018 • 11:45 • Scritto da Nanni Cobretti

Seconda Occasione: il vero destino di Waterworld (1995)

La storia è piena di film che, all’epoca della loro uscita, furono universalmente bocciati dal pubblico o stroncati dalla critica. Nanni Cobretti è qui per dare loro un’altra possibilità, e scoprire come andarono realmente le cose.
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L’ACCUSA: all’epoca, una spesa realizzativa di $175 milioni era sproporzionatamente superiore a quanto ci si aspettasse che un film potesse recuperare.

SVOLGIMENTO
Kevin Costner, a inizio anni ’90, era LA star.
Era la cosa più americana che vi potesse venire in mente prima dell’invenzione di Brad Pitt.
E incarnava i perfetti valori dell’americano perfetto, anche più di Brad Pitt.
Pure adesso, eh? Onestamente: a chi altri avreste fatto interpretare Jonathan Kent, il padre di Superman, anche se la versione di Man of Steel si è rivelata essere piuttosto ingrata e il suo grande momento una barzelletta?
Kevin Costner.
Eliot Ness degli Intoccabili. L’uomo dei sogni.
Già in fase ascendente, Kevin si imbarca in un’opera mastodontica come Balla coi lupi e ci vince sette Oscar, tra cui uno per la regia.
Seguono i successoni di Robin Hood, JFK e Guardia del corpo, e il nostro sembra imbattibile.
Poi qualcosa si incrina e nel ’94 arrivano due flop: uno silenziosissimo, The War, e uno decisamente a sorpresa, il Wyatt Earp di Lawrence Kasdan. Ed è in questo scenario incerto che l’impavido Kevin si lancia nel suo progetto più ambizioso e sfigato.
Waterworld è un’idea di Peter Rader, un manovalante ex-assistente di Nico Mastorakis che con quello script aveva praticamente vinto alla lotteria. Kevin Costner se ne innamora e ci si fa approvare un progetto da 100 milioni diretto dal suo migliore amico Kevin Reynolds, con cui aveva già collaborato in Fandango e Robin Hood.
Nella pazzia di girare un film interamente in acqua in un’epoca in cui i problemi pratici erano infiniti e il digitale ancora grezzissimo, la prima cosa che succede è anche una delle ultime che ti aspetti: un uragano spazza via il complessissimo e mastodontico set.
Nel momento in cui la Universal si tappa il naso, si fa il segno della croce e approva il budget per ricostruirlo, portando il totale al record esageratissimo di $175 milioni del ’95, i media di tutto il mondo gridano al flop annunciato.
Ma non è tutto: davanti a un Kevin Costner che se la sentiva caldissima, finisce l’amicizia con Kevin Reynolds che se ne va dal set imbufalito lasciando il Costner a finirsi ufficiosamente il film da solo. Abbiamo persino un aneddoto di Joss Whedon, chiamato come gli capitava spesso in quel periodo a ritoccare i dialoghi, ma ritrovatosi in una situazione in cui faceva praticamente da stenografo per le idee della star.
Ad ogni modo: il film viene finito, viene accolto da un battage mediatico apocalittico che lo battezza come flop gigantesco di puro pregiudizio, ed effettivamente – in un quadro in cui per salvarsi doveva fare incassi straordinari – non fa incassi straordinari.
Ma qui confesso che l’episodio di oggi di Seconda Occasione è tutto sommato atipico: i media urlano e diffondono la loro versione, e il film conferma la sua fama di uno dei flop più famosi della storia, ma – anche se nessuno grida esattamente al capolavoro – sotto sotto non incassa affatto male. Deve aspettare l’uscita homevideo per arrivare in pari, ma un incasso mondiale di $264 milioni parla di un film che se avesse rispettato il budget originale – già altissimo per l’epoca – avrebbe portato a casa la pagnotta molto tranquillamente.
Ma per i media era troppo gustoso parlare di megaflop, e non c’era verso di cambiare narrazione.
E sapete qual è l’aspetto di questa storia che mi infastidisce maggiormente?
Se si sfottono i costi capisco.
Se si sfotte una megastar come Kevin Costner approvo un po’ meno, è una perversa forma di invidia, ma capisco.
Ma un ingrediente che li incoraggiava a proseguire nella loro campagna denigratoria era anche il fatto che si trattasse di una storia originale ambiziosa, un kolossal su un’idea nuova, un’idea inedita di futuro distopico che poteva suonare balzana e che rendeva la produzione esponenzialmente più difficile. Un’idea che – sempre acriticamente, prima che del film si fosse assaggiato alcunché – aggiungeva un ulteriore sapore di follia presuntuosa alla storia di una star megalomane e di studios che spendono troppo.
L’idea in questione era effettivamente semplice, ed effettivamente pazza: rifare il post-apocalittico alla Mad Max ma post-global warming invece che post-conflitto nucleare, e quindi su un mondo sommerso dall’acqua invece che invaso dal deserto.
Ma era un’idea originale, coraggiosa, non affatto scema e anzi, addirittura avanti (siamo nel ’95, undici anni prima di An Inconvenient Truth). Gli anni ‘90 non erano un universo desolato di saghe e reboot come oggi, ma già impazzava la febbre dei sequel, e non era furbissimo bastonare gli spunti nuovi.

I miei ricordi di Waterworld dell’epoca sono che uscii soddisfatto il giusto dai momenti spettacolari e vagamente perplesso sul resto, che creava un mondo promettente ma lo popolava di personaggi poco interessanti.
Rivisto per voi ha problemi innegabili, e uno mannaggia a lui è proprio Kevin Costner.
A Kevin ha sempre dato un po’ fastidio questa sua stessa immagine perfettina, e la sua carriera è costellata di tentativi di giocare contro queste aspettative con personaggi dal lato oscuro più o meno accentuato.
Quando viene messo in cantiere Waterworld ad esempio era già uscito Un mondo perfetto di Clint Eastwood, in cui il nostro interpreta un criminale che rapisce un bambino con cui finisce per fare lentamente amicizia. Kevin non è malvagio, ma quei suoi occhioni azzurri e la sua aria da futuro Presidente degli Stati Uniti spoilerano fin dal principio, senza bisogno di dire niente, il momento in cui gli si scalderà il cuore e finirà per affezionarsi al suo ostaggio.
In Waterworld la situazione è simile: Kevin si fa costruire il personaggio su misura e fantastica per se stesso la figura di antieroe solitario e pragmatico. In una situazione vagamente simile a Un mondo perfetto, si ritrova – stavolta suo malgrado – a condividere una fuga di sopravvivenza con una donna e una bambina, e ad essere inseguito da pirati comandati da Dennis Hopper invece che da rangers comandati da Clint Eastwood.
Vorrebbe venderci la figura dell’uomo d’avventura vissuto, distante, severo, inscalfibile, insensibile: ma è Kevin Costner, non Nick Nolte, e anche se non ci viene dato nessun background pare inevitabilmente una specie di cagnolino traumatizzato che scalcia prima di tornare a fidarsi e cerca inutilmente di darsi un tono.
E uno vorrebbe pensare che tutto ciò sia voluto, ma:
1) con questa versione ingrugnita di Kevin ci si passa praticamente tutto il film senza un vero momento distensivo;
2) c’è la scena in cui lei nonostante tutto si innamora e gliela dà alla prima occasione che fa da climax alla classica fantasia macho del duro tutto d’un pezzo che ottiene quello che vuole senza dover neanche fingere di essere interessato, anzi. Immaginate il Mad Max di Tom Hardy se si fosse preso di forza il comando della spedizione e Charlize Theron avesse passato tutto il tempo a fargli gli occhi dolci per poi concederglisi durante la pausa nel deserto. Tranne che Kevin, più che un duro, pare solo inutilmente rancoroso e stronzo.
L’altro problema è che i pur pochissimi personaggi sono scritti in maniera abbastanza superficiale e tocca convivere con una volenterosissima Jeanne Tripplehorn che si danna l’anima per fare da contraltare a emo-Costner, una buffa bambinetta non particolarmente memorabile (Tina Majorino, la futura Deb di Napoleon Dynamite), e un Dennis Hopper che salva la sua parte di puro talento naturale.
Ma è sul lato spettacolare che il film diventa qualcosa che andrebbe assolutamente visto.
In un’epoca in cui il digitale era ancora centellinato, Waterworld mette su uno spettacolo di stunt incredibili facendo sfoggio di uno sforzo organizzativo davvero impressionante e magniloquente come si addice a una produzione di primissimo piano. Non è un caso che la Universal decise di continuare a sfruttarne il lavorone per farne un’attrazione ai loro Studios.
E anche su questo lato Kevin Costner ci mette del suo prestandosi ad alcuni stunt niente male, come quando fa la bandiera umana sul suo zatterone in movimento per farlo pendere di lato. Non manca inoltre occasione per mostrarlo in equilibrio in cima all’albero maestro in inquadrature che si allargano a dimostrare che il film non è stato girato (tutto) in piscina.
Insomma: ancora oggi è qualcosa di unico nel suo genere, assolutamente da recuperare e purtroppo ricordato per le ragioni sbagliate.

Come si diceva, Waterworld fece incassi dignitosi entrando nella Top 10 mondiale di fine anno, ma ormai il suo funerale era stato celebrato in anticipo e non si poteva revocare: nella testa di tutti, è rimasto un floppone. La carriera di Kevin Costner inizia una fase discendente da cui non si ripiglia più.
Non aiuta il fatto che quell’anno uscì anche Corsari, un altro famosissimo flop per coincidenza ambientato in mare: si parlò di maledizione dell’acqua.
Due anni dopo, un altro film ambientato in acqua vede i suoi costi lievitare fuori controllo e i media pregustarsi un fiasco gigantesco di cui sghignazzare per anni: è Titanic di James Cameron.
La vendetta è compiuta.

IL VERDETTO: storia e personaggi convincono a sprazzi, ma l’idea è rimasta fresca e le scene d’azione sono assolutamente folli. Ingiustamente sottovalutato.

COS’HO IMPARATO: che purtroppo le storie di progetti folli, star presuntuose e costi sproporzionati che poi risultano in incassi tutto sommato onesti, non sono divertentissime da tramandare.

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