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Schiavi di New York #17 – La leggenda del re pescatore

Schiavi di New York #17 – La leggenda del re pescatore

Di Adriano Ercolani

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Non vedevo questo cult-movie da anni, forse addirittura da quando era uscito in sala nel 1991. L’avevo scelto sull’onda dei ricordi giovanili, entusiasta dell’idea di poter celebrare la grandezza istrionica di Robin Williams e il genio visivo di Terry Gilliam, finalmente a lavoro su una storia talmente ben strutturata da esaltarne la follia immaginifica invece di lasciarla vagare senza meta (come accaduto in molti suoi altri lavori).

Rivisto invece con gli occhi d’adulto, e per di più cittadino di New York, La leggenda del re pescatore (The Fisher King, 1991) si è rivelato un film assai più feroce e disincantato di quanto mi trovo costretto ad ammettere. È un ritratto corrosivo e avvelenato della società dei consumi di quel periodo, una fauna urbana spezzata, divisa tra ricchissimi e senza tetto. Senza pietà per chi sopravvive invece di vivere.

Già l’intera prima sequenza che presenta il personaggio di Jack Lucas (Jeff Bridges) ce lo sbatte in faccia: nel mettere in scena il deejay radiofonico che distrugge chi telefona al suo programma, Gilliam non mostra mai il volto dell’attore. Come a voler sottolineare che lui è la voce della folla, la voce del malcontento, un’entità che accumula e lascia esplodere l’energia negativa di New York. Senza però esserne veramente parte. Poi quando telefona Edwin e Jack fomenta la sua ira omicida con la sua tirata contro i rampanti che frequentano il bar, ecco che il dettaglio della bocca serve per insinuare nel pubblico l’idea della minaccia insita nel messaggio, così violento e radicale quanto vuoto e falso nella sua consistenza. Il cinismo del personaggio è rafforzato quando si rifiuta di aprire il finestrino della limousine per dare degli spiccioli al senzatetto. “Come se qualche moneta facesse la differenza…” Jack in realtà è il tipo di rampante che lui stesso attacca alla radio. Jack è la parte sfavillante di New York. Quella accecata dalla stessa luce che emana…

È un culto esorbitante della personalità quello mostrato da Jack all’inizio del film. Quella stessa personalità che invece vedremo Parry (Robin Williams) negare a sé stesso attraverso la sua vitale follia. Non è un caso che, nel momento in cui apprende la notizia della strage, Jack sia solo nel suo castello lussuoso, in alto, come in una torre di cristallo. Ed ecco che una volta subito il colpo, finalmente vediamo chiaramente gli occhi raggelati dell’uomo…

È dopo l’ellisse temporale che La leggenda del re pescatore entra nel mondo cinematografico di Gilliam, un universo visivo fatto di lenti deformanti, inquadrature sghembe, personaggi e colori acidissimi. Jack adesso è costretto al contatto con i clienti del videostore, e ne è terrorizzato. Ubriaco e solo (o almeno così crede), è al Pinocchio di legno che l’uomo allo confida la sua disperazione. Sta per suicidarsi sotto il ponte di Brooklyn quando viene assalito dai due giovani newyorkesi dei piani alti (e altri), che non ne possono più di vedere i senzatetto dalle finestre delle loro agiate abitazioni. Ancora una volta New York è divisa tra i Morlock e gli Eloi di cui parlava Gary Sinise in Ransom (id., 1996), altro film degli anni ‘90.

A salvarlo compare Parry, cavaliere con il suo piccolo esercito di dimenticati, e la battaglia dura un secondo. Il mondo sotto il ponte in cui Jack viene soccorso è l’universo vitale che Gilliam abbraccia, quello di amabili stralunati ai margini della società. Alcuni tagli di inquadratura e le scenografie ferrose di Mel Bourne – soprattutto il nascondiglio di Parry – ricordano Brazil (id., 1985), già precedentemente citato con un poster nella videoteca. Il modo del suo salvatore per chiedere aiuto a Jack è coinvolgerlo nella sua folle ricerca del Sacro Graal. Il simbolo della Grazia Divina, quella di cui in realtà entrambi hanno disperato bisogno. Da questo momento Parry comincia la sua funzione di personaggio catalizzatore, mentre il vero arco narrativo del film è quello dell’altro, delineato con notevole progressione psicologica dallo sceneggiatore Richard LaGravenese. Molto efficace sotto questo punto di vista risulta il modo impacciato e non lineare con cui l’uomo comincia progressivamente ad aprirsi con la sua compagna Anne (Mercedes Ruehl). Merita poi di essere sottolineata la magnifica iconografia creata da Gilliam, con l’arco sotto il ponte di Brooklyn che diventa una porta simbolica per l’”altro” mondo nel momento in cui Jack vi torna per tentare di aiutare il suo nuovo, allucinato compagno di sventure. L’uomo infatti entra “ufficialmente” nell’universo di Parry quando tenta di convincere Lydia (Amanda Plummer) a venire nel videostore. In qualche modo infatti è in quel momento che accetta anche se soltanto a livello inconscio il modo di pensare e soprattutto di vivere delle persone che ha conosciuto Prima assistiamo all’assurda telefonata (dove però per pochi secondi rispolvera in maniera subliminale le sue abilità di deejay), poi con la consegna di tessera e palloncini nel suo ufficio. Una scena che ci ha consegnato la straordinaria, dolorosa e vitale performance del compianto Michael Jeter.

La prima mezz’ora de La leggenda del re pescatore è cinema acido, disperato e visivamente estraniante, nella miglior tradizione di Terry Gilliam. È la comparsa del personaggio di Lydia a moderare leggermente il tono, rendendolo più gentile e soavemente svagato. Ma non c’è dubbio che anche lei sia una persona ai margini rispetto rispetto a New York. La grandezza drammatica del film, dietro l’apparenza della messa in scena stralunata, è quella di portare spazzatura e miseria per le strade più eleganti della città, una commistione che molto spesso il cinema nasconde, sceglie di non mostrare quando il set principale è New York. La personalità di Parry è così pura e animata da buone intenzioni che Jack non riesce a non aprirsi anche con lui, roso dal senso di colpa. Il tentativo di riportarlo alla realtà scatena la prima crisi psicotica dell’uomo, ed ecco che compare il Cavaliere Rosso (come il sangue versato dalla moglie assassinata). Parry ne è terrorizzato all’inizio, eppure subito dopo inizia a cacciarlo, supportato dalla presenza dell’altro. In questo modo capiamo che, dietro il dolore, l’uomo vuole superare i propri traumi. Il modo di raccontarcelo di Gilliam è semplicemente commovente.

“Paga per non dover guardare” sentenzia in una scena successiva il veterano sulla sedia a rotelle interpretato da Tom Waits, quando un passate gli getta una monetina senza neppure centrare il bicchiere della carità. Il suo monologo nichilista è forse il momento più basso dell’intero film, per cui immediatamente Gilliam sistema con cura la leggendaria scena del waltzer a Grand Central Station, al contrario uno dei momenti più alti della sua intera cinematografia. L’autore però ci tiene a ricordarci che, anche se il film è entrato nella sua fase più romantica, si tratta sempre di personaggi fuori dagli schemi della logica e della morale contemporanea. Ed ecco quindi subito dopo il momento assurdo in cui Parry, eccitato dalle forme prorompenti di Anne, si offre di fare sesso con lei nel piccolo soggiorno, con Jack nella stessa stanza. La finezza della sceneggiatura sta ancora una volta nel gioco di specchi creatosi tra i personaggi: nel voler aiutare Parry e Lydia a iniziare la loro love story sono Jack e Anne a ritrovare il feeling che li ha portati insieme. La leggendaria dichiarazione d’amore di Robin Williams è un’ode ai disperati, coloro che possono trovare una connessione proprio attraverso il dolore sopito che si dipana lungo tutti i giorni. Questa è la vera rivoluzione emotiva de La leggenda del re pescatore: non cercare redenzione dalla propria condizione “altra” ma adoperarla per trovare unione empatica con il prossimo.

Ma con la speranza torna anche il ricordo, ed ecco che Parry soccombe al Cavaliere Rosso e all’orrore del ricordo della morte di sua moglie. Gilliam non risparmia nulla allo spettatore, le immagini del flashback riguardante la strage nel ristorante sono dolorose e insanguinate, scandite da un montaggio violento. E alla fine a “punire” l’uomo per aver sperato sono proprio i ragazzi che all’inizio lui aveva allontanato. Parry era tornato nel suo mondo, sotto il ponte, in cerca di rifugio. Ma non stavolta. E quando lo accoltellano e iniziano a picchiarlo, lui ringrazia. È arrivato il momento di essere alleviato dal peso del suo dolore…

Nella sequenza in cui Jack abbandona Anne, dimostra di essere onesto con se stesso e accettare la sua natura di newyorkese egoista, un solista. A questo punto la tragedia di Parry arriva a salvare jack da sé stesso, non il contrario. L’uomo proverà a tornare alla sua vita da rampante, ma ormai è stato contagiato dalla vitalità del sottosuolo di New York, dalla sua endemica volontà di condividere e aiutare. Le sequenze finali de La leggenda del re pescatore raccontano questo, in maniera forse distonica rispetto alla vera natura del film, molto più pessimista di quanto la superficie folgorante dell’estetica di Gilliam non mostri. Meglio godersi dunque l’happy ending e magari però riflettere anche su ciò che il film ha mostrato: una New York divisa, settaria, cieca al vero bisogno. Quello di contatto umano.

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