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Schiavi di New York #16 – Attrazione fatale

Schiavi di New York #16 – Attrazione fatale

Di Adriano Ercolani

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Poco più di trent’anni fa il thriller psicologico di Adrian Lyne destabilizzò gli spettatori e scandalizzò l’opinione comune grazie a uno dei personaggi femminili più disturbanti della storia del cinema moderno. Se a quel tempo l’impatto con la psicologia deviata e violenta di Alex (Glenn Close) catalizzò l’attenzione del pubblico e dei media, oggi Attrazione fatale (Fatal Attraction, 1987) assume invece dei connotati molto più sfumati, rivelando con maggiore pienezza l’ambiguità concettuale con cui venne concepito e realizzato. Il rapporto uomo/donna che sembrava essere stato rappresentato con tanta nettezza adesso mostra dei ribaltamenti di prospettiva inquietanti, capaci di ridefinire radicalmente le dinamiche tra Dan Gallagher (Michael Douglas) e la sua amante occasionale. A suo tempo Adrian Lyne ci mostrò quale delle due personalità contrapposte era la più fragile, quale la più vicina al punto di rottura. Per stabilire però chi fosse veramente la vittima e chi il carnefice in quella relazione, forse sarebbe meglio vedere il lungometraggio ancora una volta…

Il primo setting di vita familiare insinua nello spettatore l’idea che Dan sia (quasi) interamente concentrato sul suo lavoro: quando lo incontriamo infatti è immerso nell’ascolto di un nastro e ignora la figlioletta che lo chiama. Lyne sparge in questa scena di raccordo alcuni dettagli che lo raffigurano come un padre distratto e un marito quasi totalmente dipendente dalla saggezza della moglie. Volendo scrutare tra le pieghe del personaggio si può intravedere la psicologia di un uomo incentrato su sé stesso. La festa in cui incontra Alex è affollata e caotica, a rappresentare in fondo l’universo ricco e viziato in cui i due personaggi si muovono. Un ambiente che può generare mostri. Al ritorno a casa è sua moglie Beth (Anne Archer) a ricordare al marito che deve portare fuori il cane, altro segno tangibile che Dan non è sempre partecipe della vita familiare. L’incontro successivo tra i due futuri amanti, alla riunione nello studio avvocatizio, lo scambio di battute tra Dan e Alex è emblematico: lui crede di avere il controllo della situazione mentre in realtà è lei che ha già iniziato a condurre il gioco di seduzione. Il primo drink insieme esprime l’attenzione di Lyne per i costumi: Douglas è vestito in elegante grigio, abiti alla moda che trasudano carisma, mentre la Close è in bianco integrale, a simboleggiare la sua iniziale innocenza. Quando lei inizia a tessere la sua rete di seduzione l’uomo mostra tutta la sua immaturità, impossibilitato a resistere alle avances di lei. Lyne sposta la macchina da presa dalla destra alla sinistra del protagonista per sottolineare il cambiamento di tono nella conversazione. La regia contenuta di Adrian Lyne si rivela totalmente diversa da quella leccatissima del precedente 9 Settimane e ½ (9 ½ Weeks, 1986). A dimostrarlo anche il realismo della prima scena di sesso tra i due, infuocato e concettualmente lontano anni luce da quello patinato tra Mickey Rourke e Kim Basinger. Anche il club in cui vanno a ballare è rumoroso e affollatissimo, a conferma che il loro universo sociale è un treno in corsa. Il secondo amplesso in ascensore è ancora più fisico e animalesco del primo, testimonianza che l’attrazione è principalmente fisica.

Dopo la notte di lussuria Dan lascia il palazzo di Alex all’alba, lontano anni luce dal quartiere ricco e agiato dove lui vive. La donna invece è immersa nella vita pulsante della metropoli. Il tono della messa in scena del ritorno a casa di Dan è estremamente pacato: Dan al telefono mente alla moglie come se nulla fosse, evidenziando un processo di straniamento psicologico che si innesca immediatamente, al fine evitare il senso di colpa. La sceneggiatura di James Dearden ha un magnifico colpo a effetto quando Dan riceve la telefonata di Alex appena finito di parlare con Beth: il tempismo insinua nello spettatore un primo, sottile senso di disagio. L’insistenza della donna che vuole passare il giorno con lui è sintomatica di chi ha bisogno d’affetto, di chi si sente solo. All’inizio Alex è tratteggiata come un emblematico cittadino “creato” da New York: una donna di successo nella sfera professionale che però ha sacrificato del tutto quella privata. Una dicotomia molto contemporanea, soprattutto nella Grande Mela.

La scena al parco testimonia che Alex è energia, passione, una ventata d’aria fresca nella vita di Dan, ormai sedimentata dentro il nucleo familiare e le mura del suo ufficio. Lui si accascia a terra subito stremato, lei è ancora attiva e piena di forza. La reazione opposta al doppio, macabro scherzo che i due si scambiano racconta molto dell’ambiguità dei personaggi: quando Dan finge un attacco cardiaco lei si preoccupa, salvo reagire di conseguenza nel momento in cui capisce che l’altro sta bluffando. Dan invece rimane di sasso di fronte alle bugie dell’amante. Perché soltanto all’uomo è concessa la scorrettezza dello scherno? Il quadretto casalingo con Alex ai fornelli che cucina per il “suo” uomo rivela una donna che desidera quello che lui ha: una famiglia, una casa piena, calore umano. Nel momento in cui lui ingenuamente si apre ai ricordi del padre, Alex vede la possibilità di un futuro. A destare inquietudine è il modo fin troppo aperto in cui Dan le parla tranquillamente della sua famiglia, non sembrando minimamente scosso dal fatto che sta in effetti tradendo le stesse persone di cui parla.

Nella drammatica sequenza d’addio la straordinaria prova di Glenn Close esplicita un carattere il cui legittimo cambio repentino di umori rende del tutto vero, palpabile, umano. A precipitare il tono della sequenza è la scoperta dei polsi tagliati e sanguinanti: il cambio di registro proposto da Lyne è sconvolgente, perfettamente orchestrato nel ritmo e nello svelamento. Il commento sonoro della pioggia che scroscia aggiunge all’atmosfera realismo ma anche un vago senso di oppressione.

Per creare ulteriore dicotomia tra l’universo a cui Alex appartiene e quello in cui invece Dan vive Lyne mette in scena il ritorno alla vita familiare dell’uomo con una semplicità stringata. A conti fatti l’ambiguità della psicologia del protagonista è più profonda e disarmante della follia della donna. L’apparizione improvvisa di Alex allo studio legale è una minaccia psicologica che il cineasta sottolinea vestendola con un cappotto di pelle nero, contrasto netto rispetto al bianco che ha quasi sempre indossato in precedenza. Nella scena Michael Douglas è estremamente credibile nell’esplicitare l’imbarazzo imbarazzo di Dan, ipocritamente stanco di avere l’ex amante sempre tra i piedi. L’ambiguità della scena sta nel fatto che sembra molto più sincera Alex nel suo sforzo di lasciarlo andare che Dan con la sua fredda cortesia.

C’è un momento preciso in cui Attrazione fatale cambia registro e inizia a mostrare il dramma psicologico di Alex : il montaggio alternato tra lei sola nella sua casa ad ascoltare Madame Butterfly, mentre lui si sta divertendo con la sua famiglia e gli amici al bowling. La donna che accende e spegne la luce della lampada disperata simboleggia la sua progressiva caduta verso la follia. Molto precisa è poi la progressione emotiva del tutto antitetica dei due protagonisti: Dan torna alla vita normale, Alex sprofonda nella sua solitudine. I quadretti di vita ordinaria a casa dell’uomo, che potrebbe essere in procinto di essere promosso, sono eloquenti anche se presentano comunque una personalità di Dan ancora una volta melliflua, falsamente umile quando parla del suo possibile successo nel lavoro. L’uomo rimane sempre e comunque il prodotto dell’ambiente che lo ha creato. Lo stesso della sua nemesi.

Non è un caso infatti che, dopo le prime telefonate anonime, il primo confronto tra i due avvenga per strada, nella metropolitana, immersi entrambi nell’ambiente di cui sono parte integrante, “figli” ipocriti o impazziti. La vera e sconvolgente forza del ritratto di Alex è che molti dei suoi ragionamenti sono validi, moralmente condivisibili. E Dan continua a rappresentare l’egoismo del maschio rampante nella scena in cui lei rivela la sua gravidanza. Il gioco di sottili ambiguità etiche ed ideologiche che compone lo scontro tra i due è oggi più che mai incredibilmente valido.

Il primo vero scivolamento dal dramma psicologico dentro il thriller avviene quando Dan si intrufola nell’appartamento di Alex. Da quel momento il senso di paranoia dell’uomo diventa tangibile, e di conseguenza la minaccia della donna più sostanziosa. Quando torna a casa e la trova a parlare con sua moglie, fingendo di voler comprare l’appartamento, Lyne inserisce nel montaggio il dettaglio dei tagli sui polsi, il quale inserito in questo momento diventa un segno adesso esplicito dell’instabilità della donna. Al fine di accentuare la differenza tra le personalità di Beth e Alex, Lyne sceglie per la prima un abbigliamento il più delle volte casual e confortevole, mentre per l’amante i vestiti sempre diversi continuano in qualche modo a esprimere la sua personalità contraddittoria e frenetica. L’escalation verso il thriller è repentina: l’automobile distrutta dall’acido e il monologo di Alex filtrato attraverso l’audio della cassetta, mentre lei lo pedina per le strade, rappresenta un altro gran momento di regia, supportato dalla finezza della sceneggiatura. E ancora una volta in quelle parole ci sono anche molte verità…

Nelle prime sequenze ambientate nella nuova casa in provincia il film sembra proporre un momento di tregua, utile per mostrare l’angoscia contenuta e stavolta non ipocrita di Dan. In questo momento il protagonista diventa meno ambiguo, il pubblico può finalmente iniziare a empatizzare con lui. Il sacrificio di sangue del piccolo coniglio interrompe bruscamente la breve tregua di tensione: la follia di Alex è definitivamente esplosa. Ecco che allora arriva il momento di svolta piscologica per Dan: l’uomo confessa senza indugio la sua relazione con Alex. Dopo la sfuriata di Beth di fronte alla figlioletta che piange, la scena in cui deve abbandonare casa è realmente malinconica: Dan sta seriamente pagando per il suo errore.

Attrazione fatale offre poi un altro scivolamento di storia estremamente interessante: il confronto telefonico tra Beth e Alex è perentorio, con la moglie che conferma la sua supremazia lucida e ponderata attraverso una semplice frase: “Se ti avvicini ancora alla mia famiglia ti ammazzo.” Ecco dunque la sceneggiatura propone un cambio di protagonista formidabile, con Beth che diventa protagonista nel momento in cui Ellen scompare, rapita da Alex. C’è anche un interessante cambio di registro ora che la minaccia è reale: Beth che cerca la figlia ripresa in maniera forsennata, mentre Alex che porta la bambina alle giostre è messa in scena in maniera inversamente composta. Il montaggio alternato poi amplifica efficacia emotiva, soprattutto nello ppettrale e angosciante il silenzio tra la bambina e la rapitrice quando sono sulle montagne russe: dovrebbero essere felici – soprattutto la piccola – mentre invece c’è soltanto tensione. Dopo l’incidente d’auto della moglie Dan torna in città per la resa dei conti con Alex: deve essere necessariamente New York il teatro dello showdown finale, perché ideologicamente è la città ad aver creato questi due personaggi. Il ribaltamento dei ruoli è devastante: Dan è il predatore, brutale e vendicativo. Tutto si svolge senza dialogo, in maniera repentina e violentissima: il tentativo di strangolamento è un momento di cinema che oggi probabilmente non potremmo più vedere. Il fattore spiazzante è che comunque anche nel confronto serrato Alex rappresenta una minaccia psicologica ma mai veramente fisica: quando infatti impugna il coltello Dan riesce a neutralizzarla piuttosto facilmente. Il vero finale del film, lo showdown emotivo, ci mostra i due che si guardano desolati, consci dello stato in cui sono caduti: nel momento in cui Dan abbandona casa di Alex, tutti edue sono stati sconfitti dagli eventi.

Nella sequenza dello scontro finale – in realtà la prima versione del film si concludeva con il suicidio di Alex – Lyne setta i dettagli e gli spazi dell’azione nella miglior tradizione di Alfred Hitchcock e soprattutto Brian De Palma. La vasca, la teiera, i chiavistelli alle porte di casa, il vapore che oscura il vetro della toilette: tutto contribuisce magnificamente a scandire la tensione del momento. La battaglia a tre si conclude nel segno di Beth, come doveva essere: nel cuore Attrazione fatale è uno scontro sul modo di gestire il potere femminile. La vera dicotomia ideale è tra le due donne. Simbolicamente il film si chiude sul dettaglio della foto di famiglia: l’idilliaco quadretto familiare verrà davvero ricomposto? Se sì, allora sarà stato ricostruito attraverso il sacrificio della “vittima” Alex…

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