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Disincanto e satira fantasy: recensione in anteprima della serie Netflix di Matt Groening

Disincanto e satira fantasy: recensione in anteprima della serie Netflix di Matt Groening

Di Lorenzo Pedrazzi

Una nuova serie di Matt Groening è sempre un evento, soprattutto se consideriamo che in precedenza il celebre cartoonist ne aveva ideate solo due, ma entrambe bellissime: I Simpson e Futurama, entrambe sufficienti a garantirgli l’immortalità artistica. Il fatto che Netflix sia riuscita ad aggiudicarsi il suo terzo show, Disincanto, dimostra l’attrattiva esercitata dal colosso dello streaming sui maggiori protagonisti della serialità internazionale (compresi due pezzi grossi come Ryan Murphy e Shonda Rhimes), a cui viene offerta una libertà creativa senza pari.

Lo storico doppiatore John DiMaggio ha descritto Disincanto come “la progenie de I Simpson e Game of Thrones, ma il primo riferimento che salta in testa, a dire il vero, è proprio Futurama: se quest’ultimo partiva dalla fantascienza – e da un ipotetico futuro – per sviluppare una satira socio-politica, stavolta Groening si rivolge invece al dark fantasy, e quindi a un passato immaginario che riecheggia il nostro presente. Il target “adulto” della serie risulta chiaro già da questa premessa, così come dall’umorismo macabro che permea molte gag. D’altra parte, quello di Disincanto è un mondo piuttosto violento: nel reame di Dreamland, re Zøg costringe sua figlia, la principessa Bean, a sposarsi con il principe di un altro regno per stringere un’alleanza economico-militare, ma la ragazza non ha alcuna intenzione di maritarsi per imposizione paterna. Alcolizzata e ribelle, Bean preferisce di gran lunga il gioco d’azzardo e le risse da taverna, mentre ambisce ad autodeterminare il suo destino in un ambiente che non le concede molte libertà. Intanto, nella foresta che si estende oltre Dreamland, il reame segreto degli elfi vive le sue giornate all’insegna della gioia: ogni cosa è colorata, la produzione di dolci è accompagnata da canzoncine allegre, e tutti sono felici… o meglio, quasi tutti. Elfo, infatti, è l’eccezione che conferma la regola: lavora alla catena di montaggio dei dolci e vuole assaporare la disperazione del mondo esterno, quindi fugge e si ritrova proprio a Dreamland, insieme a Bean. Con loro c’è anche Luci, il “demone personale” della principessa, inviato da misteriosi emissari: il suo scopo è la sofferenza dell’umanità, ma tutti lo scambiano per un gatto parlante.

A giudicare dai primi tre episodi (quelli che ho potuto vedere in anteprima), sembra che Groening sia piuttosto sensibile all’influenza delle miniserie contemporanee, poiché Disincanto si distingue da I Simpson e Futurama per l’impostazione di base: la narrazione non è rigorosamente verticale, ma si apre a una trama orizzontale più ampia che attraversa l’intera stagione, pur lasciando spazio ad alcune avventure episodiche. Se l’azione risulta un po’ goffa in alcuni frangenti (emblematica la rissa iniziale nella taverna), Disincanto si esprime al meglio nel ribaltamento dell’immaginario fantasy, da cui scaturisce il clima paradossale dello show. La principessa Bean, ad esempio, porta all’estremo alcuni tratti che abbiamo già imparato a conoscere in varie fiabe animate: rifiuto di un ruolo sociale precostituito, indipendenza psico-emotiva e spirito guerresco, trasfigurati però in un comportamento rozzo, da vero e proprio tomboy. Più delicato è invece Elfo, cresciuto nella bambagia del regno elfico (forse la parte più divertente del primo episodio) e desideroso di sperimentare la vita “vera”, insieme a tutte le angosce e le infelicità che essa comporta; con l’innocenza di un novello Candide, l’adorabile Elfo affronta le insidie del mondo reale in modo inconsapevole, ignaro di cosa siano la morte e la violenza. Lo smaliziato Luci intrattiene con lui un rapporto di piacevole contrasto, poiché il bizzarro demone è un agente del male che sogna di distruggere l’umanità, e funge da “anti-Grillo Parlante” nella vita di Bean: la spinge a compiere le scelte sbagliate, ma lui stesso finisce per mettersi nei guai, e risulta più simpatico che minaccioso. Insomma, un trio di protagonisti decisamente insoliti che offrono una certa varietà di situazioni, formando un nucleo familiare alternativo.

Di fatto, il senso di Disincanto risiede proprio nel suo titolo: se il fantasy – anche nelle manifestazioni più cupe e brutali – tende sempre a sfoggiare un certo grado di meraviglia, lo show di Groening elimina ogni possibilità di restare incantati, mettendo in scena lo spettacolo avvilente (ma buffo) della mediocrità umana. A tal proposito, non è molto diverso da Futurama, dove le meraviglie dell’anno 3000 sono soltanto di facciata, e il futuro è tormentato dagli stessi conflitti del presente. Anche in questo caso, poi, non c’è scampo per nessuno: né per le istituzioni, ritratte come ciniche, vanitose, stupide e inconcludenti; né per gli oppressi, mostrati al livello più infimo del loro rapporto con il potere, troppo assuefatti dalla schiavitù per potersene liberare. Questa normalizzazione del fantastico permette a Groening di gettare uno sguardo critico sul nostro mondo, popolando Dreamland di cervi razzisti, sovrani tirannici, guerre assurde e diffidenza nei confronti dello straniero, con tre “eroi” totalmente inadeguati ad affrontare tutto questo. Anche lo stile grafico porta la sua firma inconfondibile, ma gli sfondi rappresentano un grande passo avanti, con un tratto quasi pittorico e una ricchezza di dettagli che non si sono mai visti nelle sue produzioni.

È troppo presto per esprimere un giudizio definitivo, ma le prime battute di Disincanto sono incoraggianti, e dimostrano che Matt Groening ha qualcosa da dire anche nell’epoca di Bojack Horseman, Adventure Time e Rick & Morty. Aspettiamolo al varco, fiduciosi.

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