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BlacKkKlansman è il cinema di Spike Lee al suo meglio, la recensione

BlacKkKlansman è il cinema di Spike Lee al suo meglio, la recensione

Di Adriano Ercolani

Per comprendere appieno cosa sia il nuovo film di Spike Lee e cosa rappresenti non solo per la carriera del suo autore, bisogna contestualizzarlo nella storia professionale e artistica dello stesso. Uscito ormai da tempo dal cosiddetto “giro che conta” – il suo ultimo successo per una Major è stato di Inside Man, uscito ben dodici anni fa – Lee ha avuto la possibilità di tornare a lavorare con la Universal grazie allo sforzo produttivo di Jason Blum e Jordan Peele, reduci dal successo congiunto di Scappa – Get Out. E cosa fa Spike Lee per tentare di sfruttare al meglio la nuova chance donatagli dall’establishment? Realizza il film più esplosivo, politico e uno dei più personali della sua gloriosa carriera.
BlacKkKlansman è un piccolo grande miracolo cinematografico, perché in un certo senso è il film che la Hollywood liberal voleva facesse ma è anche uno “Spike Lee Joint” in tutto e per tutto: arrabbiato, corrosivo, spudoratamente esplicito. Soprattutto è grande, grandissimo cinema.

Quello che prima consideravamo il “tocco” alla Lee, con movimenti di macchina spudorati e montaggio azzardato, l’autore lo ripropone soprattutto all’inizio ma con una forza e una perizia nel dosare gli elementi della messa in scena che lo rendono adesso “classico”: la sequenza del discorso politico del leader nero interpretato da Corey Hawkins (portentoso anche in una sola scena) è esempio fulgido della maturità artistica raggiunta da Spike Lee. Lo stesso approccio fortemente espressivo che prima consideravamo ardito ora risulta invece elegante, denso nella visione, potente nella portata emotiva.

La storia vera dell’agente nero sotto copertura Ron Stallworth che riuscì a infiltrarsi nel Ku Klux Klan di Colorado Springs e minarne i progetti criminali è narrata con una prospettiva assolutamente contemporanea: come soltanto il grande cinema sa fare, BlacKkKlansman racconta una storia del passato per illustrarci invece le contraddizioni del nostro presente. La sceneggiatura è un prodigio narrativo per la fluidità e la gioiosa arguzia con cui ci illustra un razzismo di altri tempi che è invece presente, contemporaneo, tristemente attuale. Molte idee e battute messe in bocca ad esponenti del KKK sono quelle pronunciate in più di un’occasione dalla carica politica più alta negli Stati Uniti di oggi, quella coperta ovviamente da Donald Trump. Ed ecco che il film di Lee ci mostra in filigrana come l’odio, la discriminazione sono ancora piaghe presenti, attive e feroci nella società americana (e non solo).

A livello puramente cinematografico Spike Lee sceglie la linea dell’eleganza estetica più contenuta, lavorando principalmente alla composizione dell’inquadratura piuttosto che su movimenti di macchina invasivi. BlacKkKlansman possiede una messa in scena che supporta lo sviluppo narrativo con potenza espressiva e solidità della visione, senza diventare mai artificioso o inutilmente espressionista. Poi nei momenti giusti esplode con lo stile sincopato e spiazzante a cui l’autore di Fa’ la cosa giusta e he Got game ci ha abituato.
Per quanto riguarda la direzione degli attori, tutti meritano di essere accomunati in un lungo, sentito applauso, a partire da un Adam Driver a cui è veramente ora venisse regalata una candidatura all’Oscar.

BlacKkKlansman è senza mezzi termini uno dei film più completi, coerenti, scoppiettanti, coraggiosi degli ultimi anni. È un gioioso e feroce atto di denuncia, è una commedia scatenata e una riflessione amara sull’America ancora divisa da colore della pelle o religione. È in tutto e per tutto cinema di Spike Lee al suo meglio. Che ci riconsegna un autore che ha scritto pagine indelebili di storia del cinema contemporaneo. E secondo noi BlacKkKlansman è con pieno merito una di esse.

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