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BlacKkKlansman ci dirà veramente se qualcosa è cambiato a Hollywood

BlacKkKlansman ci dirà veramente se qualcosa è cambiato a Hollywood

Di Adriano Ercolani

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Il prossimo 24 febbraio Spike Lee diventerà il primo cineasta afroamericano a vincere l’Oscar per la miglior regia. Merito ovviamente del suo ultimo, infuocato BlacKkKlansman.

Previsione azzardata? Probabilmente. Analizzando però cosa è successo a Hollywood negli ultimi anni appare piuttosto evidente che il film, già osannato all’ultimo festival di Cannes dove ha ottenuto il gran premio della Giuria, rappresenti un banco di prova fondamentale per capire veramente quanto potere la comunità nera realmente ha acquistato all’interno dell’industria cinematografica americana.

Fondamentale sarà senza dubbio il risultato al botteghino: BlacKkKlansman arriva nei cinema americani il prossimo 10 agosto, ancora in tempo per beneficiare dell’effetto rinvigorente dell’estate. L’uscita è di media tiratura, circa 1.500 sale, abbastanza perché il film possa ottenere un risultato capace di farne aumentare gli incassi nelle settimane successive grazie al passaparola. Questo è il momento in cui capiremo davvero quanto la comunità afroamericana sia pronta e disposta a valorizzare i “suoi” film. Quello stesso tipo di pubblico che ha permesso a Black Panther di arrivare a 700 milioni di dollari d’incasso sul mercato interno – battendo addirittura Avengers: Infinity War – dovrà dimostrare di voler sostenere anche un film decisamente più difficile. In passato lungometraggi che si sono occupati di razzismo e diritti civili hanno trovato l’appoggio del pubblico: pensiamo a Selma (52 milioni) e soprattutto a The Butler (116 milioni). Ma Ava DuVernay e Lee Daniels non sono Spike Lee. Neppure lontanamente.

Il regista cresciuto a Brooklyn anche nella sua ultima fatica non ha infatti concesso sconti, non ha edulcorato la pillola, non ha realizzato un tipo di cinema capace di ingraziarsi il consenso della classe borghese afroamericana, quella a cui ad esempio è indirizzato chiaramente il prodotto dei registi sopra citati, a cui aggiungeremo anche il più commerciale Tyler Perry. Nel corso degli anni Spike Lee è rimasto il contestatore non conciliato, ha accettato più o meno pacificamente di essere posto ai margini del sistema di potere, pur di non rinunciare al suo discorso poetico e in particolar modo civile. Bisogna ricordare che Lee non realizza un film cosiddetto “mainstream” dai tempi di Inside Man (2006) e che da allora ha inanellato una serie di opere che nessuno o quasi ha visto. Film prodotti e distribuiti come “piccoli”, mentre il suo nome veniva sostituito nell’establishment da altri decisamente più politically correct. Ciò che però non si può dimenticare è che senza Spike Lee, colui che ha letteralmente sfondato le barriere della segregazione culturale afroamericana al cinema con schiaffi al sistema come Fa’ la cosa giusta, Jungle Fever e Malcolm X, probabilmente tale fetta di potere detenuta dal cinema “black” neppure esisterebbe, o almeno non in questi termini. Per questo il successo (o meno) di BlacKkKlansman diventa seriamente un punto di svolta imprescindibile per capire quanto sia salda e compatta quella fetta di pubblico che ha dimostrato di saper orientare una parte consistente del mercato cinematografico americano. Perché un conto è l’endorsement a un blockbuster annunciato come Black Panther o a film tutto sommato “corretti” come quelli della DuVernay e di Daniels. Un conto è sostenere il nuovo capolavoro di Spike Lee, che come sempre non usa mezzi termini o scorciatoie quando si tratta di attaccare il sistema razzista che ancora vige in America. Oggi più che mai, come il film dimostra esplicitamente.

Un precedente lascia ben sperare: Il successo recentissimo di Get Out di Jordan Peele – tra l’altro coproduttore di BlacKkKlansman – potrebbe aver leggermente cambiato la percezione di cinema nero “impegnato”. Poiché, anche se dietro la confezione esplicita del genere, il suo film è quello che con maggiore coraggio e lucidità ha affrontato la piaga del razzismo strisciante nella società statunitense. I quasi 180 milioni di dollari incassati e l’Oscar per la sceneggiatura originale (prima volta per un afroamericano) potrebbero aver aperto uno spiraglio…

Torniamo così al discorso degli Oscar: John Singleton, Lee Daniels, Steve McQueen, Barry Jenkins e Jordan Peele sono stati candidati ma non hanno mai avuto una vera chance di trionfare. Per Spike Lee il discorso sarebbe nettamente diverso visto il peso ideologico della sua presenza e la caratura di una carriera i cui film più importanti sono stati spesso e ingiustamente snobbati dall’Academy. Anche in questo caso il discorso è lo stesso: quella stessa comunità di cineasti che pochi anni fa era insorta e aveva creato #OscarSoWhite si muoverà per appoggiare un film più “problematico” come BlacKkKlansman? Siamo sicuri che personaggi che si appoggiano su un consenso mediatico vastissimo come ad esempio Oprah Winfrey possano essere veramente sulla stessa lunghezza d’onda (ideologica prima ancora che emotiva) con la denuncia corrosiva e radicale del film di Lee? Perché alla fine fondamentalmente di consenso si tratta: qualcosa che BlacKkKlansman e il suo autore sembrano voler deliberatamente evitare, in favore invece di un dibattito che sia costruttivo, anche a costo di passare per il confronto/scontro.

Insomma, volendo sintetizzare quanto scritto in precedenza, il nuovo lungometraggio di Spike Lee arriva in un momento cruciale per capire se gli equilibri di potere a Hollywood si sono realmente spostati in favore della comunità nera: se BlacKkKlansman e il regista riuscissero davvero ad arrivare all’Oscar, ciò rappresenterebbe una prova schiacciante in questo senso. Paradossalmente un concorrente “interno” potrebbe essere proprio Black Panther di Ryan Coogler, giocattolone di enorme successo – anche di critica – e per di più prodotto dalla forza inarrestabile della Disney/Marvel, capace di “controllare” il proprio prodotto con somma intransigenza (leggasi pure il riferimento alla polemica sul licenziamento di James Gunn). L’impressione è invece che la Universal, Jason Blum e Jordan Peele si siano invece limitati a dare a Spike Lee la possibilità di realizzare in tutto e per tutto il SUO film, e con lungimiranza gli abbiano concesso totale libertà artistica e creativa. Per questo BlacKkKlansman è un lungometraggio più pericoloso e difficile da maneggiare di tutti gli altri citati in precedenza. E per questo un suo eventuale trionfo al botteghino e poi nella prossima stagione dei premi rappresenterebbe una rivoluzione a Hollywood. La prima vera rivoluzione da decenni a questa parte…

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