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Sharp Objects, la memoria è un covo di spettri nella serie con Amy Adams

Sharp Objects, la memoria è un covo di spettri nella serie con Amy Adams

Di Lorenzo Pedrazzi

L’incipit di Sharp Objects è uno dei più belli che la televisione abbia saputo offrirci negli ultimi tempi: la macchina da presa esplora le strade semideserte di Wind Gap, una placida cittadina del Missouri, poi l’inquadratura mostra improvvisamente una ragazzina (la Sophia Lillis di IT) che pattina sulla strada in compagnia della sorella minore. Le loro mani si sfiorano, sono come creature evanescenti. Tolti i pattini, entrano di soppiatto in una magione circondata dalla campagna, salgono le scale, entrano in una camera da letto, ma subito ci accorgiamo che l’ambientazione è cambiata: non siamo più in una grande villa di provincia, ma in un piccolo appartamento di città. Una donna – Amy Adams – sta dormendo nel letto, e la ragazzina si avvicina a lei in punta di piedi; srotola una graffetta di metallo, le prende la mano e gliela conficca nella carne, facendola svegliare di soprassalto, sola.

Questa scena iniziale sintetizza efficacemente la natura magmatica di Sharp Objects, con il suo clima onirico che induce una sensazione di perenne straniamento, lo stesso della protagonista Camille Preaker. Giornalista specializzata in cronaca nera, Camille vive e lavora a St. Louis, ma il suo direttore – che per lei è anche una figura paterna – le chiede di tornare proprio a Wind Gap, la sua città natale, per indagare sull’omicidio della tredicenne Ann Nash e sulla scomparsa della quattordicenne Natalie Keene. Nonostante la sua reticenza a tornare a casa, Camille accetta, e si fa ospitare da sua madre Adora (Patricia Clarkson) nella grande casa in cui è cresciuta, la stessa dell’incipit. Sophia Lillis è ovviamente Camille da bambina, come risulta evidente dalla somiglianza fra le due attrici. Il rapporto con la madre, però, è molto teso: Adora non ha mai nutrito un grande affetto per lei, preferendole la sorellina Marian, deceduta quando Camille era ragazzina. Ora, l’amore di Adora è interamente riversato sulla figlia di secondo letto, Amma, un’adolescente che si finge bambina davanti alla madre, ma in realtà esce di nascosto la sera e si comporta in modo puerilmente ribelle. Lei e Camille stabiliscono subito un legame di complicità, anche se gli atteggiamenti provocatori di Amma complicano i loro rapporti. Intanto, Adora è infastidita dalle indagini di Camille, ritiene che siano indelicate, ma la giornalista continua sulla sua strada e fa amicizia col Detective Richard Willis (Chris Messina), chiamato da Kansas City per risolvere il caso. Mentre la vicenda si fa sempre più inquietante, Camille indugia nei suoi comportamenti autodistruttivi, l’alcolismo e l’autolesionismo, per i quali fu ricoverata in un ospedale psichiatrico: il suo corpo è un arabesco di cicatrici, molte delle quali formano parole che Camille si è incisa sulla pelle nel corso degli anni.

Alla base della serie c’è l’omonimo romanzo di Gillian Flynn, l’autrice di Gone Girl, e non è difficile individuare una traccia comune nella focalizzazione sull’identità femminile, che si nutre del contrasto fra determinate aspettative sociali (la tradizione, incarnata da Adora) e l’indipendenza formativa di Camille, le cui ambizioni risultano “aliene” davanti al conformismo di provincia; non a caso, la reporter è vista come quella che “ce l’ha fatta”, è riuscita a lasciare Wind Gap e costruirsi una carriera nella grande città. Sharp Objects lavora proprio sul dualismo tra il singolo e la comunità, dove quest’ultima tende a chiudersi ermeticamente attorno ai propri abitanti, diffidando di qualunque infiltrazione esterna (soprattutto Richard, forestiero e quindi visto come una minaccia). Nulla di innovativo, insomma, e anche la caratterizzazione della protagonista sembra rifarsi ai soliti tópoi della damaged girl, con le sue tendenze autodistruttive e i fiumi di alcol, il cibo spazzatura e le battute sferzanti. A rendere credibile Camille è però la straordinaria interpretazione di Amy Adams, calibrata su una sofferenza che pare sempre trattenuta, salvo poi deflagrare in crolli emotivi violenti ed esasperati. L’insistenza sul corpo, inoltre, contribuisce a materializzare il suo dolore: la pelle di Camille è un’impressionante campo di battaglia che il regista Jean-Marc Vallée ci svela per gradi, permettendoci di vederne le ferite solo quando ne abbiamo apprese le origini, empatizzando con la claustrofobia sociale che soffoca la giovane donna. Sharp Objects, a partire dal titolo, è un’indagine febbricitante sul suo corpo, unico metro realmente oggettivo degli orrori che le vorticano attorno. Le parole che Camille si incide nella carne servono a esorcizzare i drammi e le nevrosi, ma al contempo fungono da memento perenne: sono il diario indelebile della sua sofferenza.

In questo contesto viscerale, Vallée e la sceneggiatrice Marti Noxon ci obbligano a immergerci nella sua psiche, a vedere le cose dalla sua prospettiva. Il cineasta adotta un registro che, certo, alla lunga diventa ripetitivo, ma indubbiamente risulta efficace: come dimostra la scena iniziale, sogno e realtà si confondono, il passato e il presente s’intersecano senza soluzione di continuità. Camille è circondata da spettri mnemonici che pescano a fondo dai suoi ricordi, e l’abile lavoro di montaggio – curato in gran parte dallo stesso Vallée – gioca sulle associazioni di idee per collegare il presente alla memoria della protagonista; anzi, spesso il suo sguardo è invaso dalle manifestazioni del passato, che intervengono sullo sfondo e costringono lo spettatore a esaminare il quadro nella sua interezza, ponendo attenzione alla profondità di campo.

Sharp Objects è una storia di fantasmi, ma non in senso paranormale: sono lampi che appaiono alla periferia dello sguardo, rievocando antiche ossessioni e lutti non ancora elaborati. La solidità materica della carne e l’evanescenza dei ricordi – per quanto apparentemente opposti – si alimentano a vicenda, sfidandosi sul corpo e nella psiche di una donna. L’esito è spiazzante, poiché Vallée costruisce un’ambientazione che si trasfigura in uno spazio mentale, dove Camille e gli stessi spettatori faticano a distinguere la realtà dalla fantasia. In questa distorsione si nasconde il cuore pulsante della serie: un intreccio di visioni contraffatte, valori dissonanti e affetti deviati, ma anche l’annoso conflitto fra conservazione e progresso – radicato nella Storia – che oppone i genitori ai loro figli.

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