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Seconda Occasione: più lento, più sicuro, Speed 2 (1997)

Seconda Occasione: più lento, più sicuro, Speed 2 (1997)

Di Nanni Cobretti

L’ACCUSA: perché, di grazia, il sequel di un film su un mezzo costretto ad andare veloce su strada trafficata deve parlare di un mezzo che va lento in mare aperto?

SVOLGIMENTO
No, non ha mai saputo rispondere nessuno a quella domanda.
Keanu Reeves per primo ringraziò di non essere contrattualmente obbligato a tornare e, davanti a una trama simile, rimase felicemente a casa.
Nemmeno Sandra Bullock voleva tornare, ma la sua ascesa a Hollywood era agli inizi e trovò un compromesso accettabile facendosi aumentare lo stipendio, facendosi finanziare un altro film a cui teneva e in generale ottenendo di essere trattata come la star della situazione, faccione enorme sul poster in primis.
Il responsabile dell’idea pare essere il regista Jan de Bont, che una notte ha un incubo su una nave che passa attraverso un’isola e una volta sveglio convince tutti che il film deve essere una lunga scusa per arrivare a quella scena. Jan de Bont è matto, lo sanno tutti. Una volta un tizio lo convinse a girare un film in mezzo a un branco di leoni non ammaestrati, lui fu attaccato e scalpato ma finì tutto (storia vera, googlate “Roar film”). Ma come direttore della fotografia ha avuto una carriera leggendaria (Die Hard, Basic Instinct, Arma letale 3, Black Rain) e come regista, grazie al primo Speed e a Twister, era uno dei più richiesti del momento: la Fox butta le decine di proposte alternative e gli dà retta. Io credo che pagherei dei soldi per avere l’elenco completo delle alternative.
Ma dicevamo: Keanu passa la palla (le speculazioni sono a mille, pare che la Fox rimase talmente offesa che mise in giro alcune voci per screditarlo), per cui per la scelta del rimpiazzo diventa pesante il parere di Sandra Bullock, la quale ha anche di colpo la strada sgombra per dare qualche sterzata alla sceneggiatura.
Qui è dove il film, a posteriori, offre spunti interessanti.

Pensateci: è il 1994. Hollywood è in fase parzialmente anti-machista: non abbastanza da sfidare a viso aperto l’intera società patriarcale, ma abbastanza dal proporre con sempre maggiore insistenza eroi d’azione dal fisico normale, atleticità nella media, coraggiosi ma umani, persino “carini”, totalmente rilassati come Keanu “whoa, bro” Reeves. In questo spiraglio, Sandra Bullock si infilò come un tornado e rubò la scena a tal punto che il suo personaggio venne incastrato di violenza anche nel finale del primo film, quando la logica avrebbe suggerito che lei non avesse più nulla a che fare con la situazione. Divenne quasi la vera star della situazione interpretando Annie Porter, una ragazza normale, logorroica e un po’ scapestrata ma tranquillamente umana, che nel momento del bisogno diventa l’ancora di salvataggio per il nostro eroe Jack Traven, colei che si prende coraggiosamente carico del compito più delicato – guidare un bus per la tangenziale di Los Angeles senza scendere sotto le 50 miglia orarie – mentre lui si occupa di tutto il resto. Il modo in cui prende la tipica impulsività emozionale dei personaggi da rom-com e la traduce nell’incoscienza eroica da action movie – un parallelo su cui non si è studiato abbastanza – è il suo contributo migliore.
Il primo Speed, con quella battuta su come le relazioni nate in circostanze straordinarie non siano destinate a durare (potenzialmente opera di Joss Whedon, che fu ingaggiato per riscrivere i pochi dialoghi), complementa il personaggio di Annie alla perfezione e involontariamente suggerisce che forse sì, l’unica strada sensata/naturale per un sequel è cambiare completamente genere e diventare quel tipo di roba che la Bullock farà comunque nei successivi 15 anni.
L’assenza di Keanu nel sequel è una gag perfetta.
In un mondo ideale, Speed non avrebbe un sequel.
In un mondo un pelo meno ideale, l’incipit di Speed 2 sarebbe la scena post-credit del primo, con Annie che si lamenta che la routine lavorativa di Jack era insostenibile e racconta l’aneddoto di lui che le regala lo spray al pepe per autodifesa e lei lo scambia per un profumo.
In un mondo sempre meno ideale ma ancora accettabile, quello in cui si ritiene che un sequel di Speed sia comunque necessario, Annie diventerebbe indiscussa protagonista assoluta. Le action-comedy con una protagonista da rom-com infilata in un plot d’azione abbondano, ma si è sempre calcato sul contrasto comico del pesce fuor d’acqua (All’inseguimento della pietra verde, Innocenti bugie, Una spia non basta, l’imminente Il tuo ex non muore mai con Mila Kunis): Annie è sostanzialmente ricalcata sul loro stesso modello, ma ha già guidato un bus esplosivo a tutta velocità per le strade di Los Angeles senza cedere all’isterismo o alla solita compilation di buffe faccette spaventate, e sarebbe un’altra cosa. Che venga messo a verbale a scanso di equivoci: io Annie in realtà di base non la sopporto, ma il fatto che a 53 anni Sandra Bullock ancora regga un blockbuster estivo da protagonista, e che Ocean’s 8 sia decisamente un passo verso la situazione che ho appena descritto, dimostra che piace e ha senso. Se non c’è lo spazio per continuare una storia in modo naturale, che almeno si tenti qualcosa di un minimo fresco.
Nel 1997 del mondo che ci ritroviamo, Annie ha invece ancora bisogno di una spalla maschile eroica.
Sandra Bullock improvvisa superstar fa comunque pesare la sua influenza e si sceglie una co-star senza carisma: quel Jason Patric che si aggirava come un manichino a disagio nel vecchio Ragazzi perduti, e che in Sleepers era talmente insipido da riuscire a trascinare nella dimenticabile mediocrità un film con Brad Pitt, Robert De Niro, Dustin Hoffman e Vittorio Gassman.

Speed 2 ci prova a partire a razzo, ma finisce la benzina subito. Il primo inseguimento è girato decorosamente, ma in quanto a creatività non ci prova nemmeno, non è manco lo stesso sport della bomba nell’ascensore del primo film.
Dopodiché rinuncia immediatamente al ritmo senza fiato dell’originale e si butta effettivamente sulla rom-com basata sulle pazze vicissitudini sentimentali di Annie, ma più che una scelta illuminata pare una mossa obbligata, perché siccome un genio ha dato l’ok per ambientare il film su una cazzo di nave da crociera c’è davvero poco da essere adrenalinici.
Per mezzora è quindi tutto in mano alla Bullock, che fa quello che le viene più naturale e costruisce una premessa in cui sarebbe bellissimo se il nuovo sabotatore interpretato da Willem Dafoe le ammazzasse l’inutile nuovo fidanzato aggiungendo vera tensione alla faccenda. Ma non lo fa.
La seguente ora è quindi un totale buco nero di interesse, con un cattivo che si sbatte come un forsennato per creare situazioni di suspense – e non ci riesce – e un film che si sforza di trovare il giusto equilibrio tra una protagonista carismatica ma ahimè donna e quindi esclusa dal club dei veri eroi, e un protagonista maschio che deve accollarsi le situazioni più spettacolari per contratto ma che è privo di qualsiasi personalità – e non ci riesce.
Il finale, quello che si era sognato Jan de Bont, fa finalmente il suo sacrosanto dovere: la mastodontica Seabourn Legend che taglia in due il villaggio di Saint Martin come un coltello che affetta una baguette è uno spettacolo incredibile, una roba mai vista all’epoca. Lo stunt costò da solo un quarto del budget e frantumò il record di più costoso della storia. Ed è parte integrante dell’unica trovata che rilancia rispetto all’originale: se là ci si liberava di un bus facendolo esplodere contro un aereo, qui lo scopo è evitare che una nave sbatta contro una petroliera e nel farlo la si parcheggia attraverso un’isola abitata, per poi far schiantare il biplano del cattivo contro la petroliera e farla esplodere lo stesso. Capolavoro.
Che un finalone del genere non sia sufficiente a rifarsi il gusto in bocca la dice davvero lunga sulla tragedia che è l’ora e mezzo precedente.
Speed 2: Cruise Control esce negli USA a giugno ‘97, non piace praticamente a nessuno e porta a casa 115 milioni di incasso su 160 di budget.
La beffa poi arriva appena sei mesi dopo, quando anche James Cameron se ne esce con un costoso film su una nave da crociera tirandone fuori una love story che strega le ragazze di tutto il mondo, un’ora e mezzo di action catastrofica diventata leggendaria, il record mondiale di incassi di tutti i tempi e 11 Oscar.
Jan de Bont girerà un altro paio di film mediocri e poi getterà la spugna.

IL VERDETTO: sbagliata l’idea, sbagliata la realizzazione. Non si salva Jason Patric senza carisma, non si salva Sandra Bullock aspirante superstar soffocata dal target sbagliato, non si salva Willem Dafoe pur dannandosi l’anima per tenere in piedi la fragile baracca. Si salva solo la scena con l’isola distrutta. Brava isola!

COS’HO IMPARATO: se non ti chiami David Lynch, lascia perdere l’idea di basare un film su un tuo sogno.

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