Condividi su

10 luglio 2018 • 12:30 • Scritto da Nanni Cobretti

Seconda Occasione: il calcio malato di United Passions (2014)

La storia è piena di film che, all’epoca della loro uscita, furono universalmente bocciati dal pubblico o stroncati dalla critica. Nanni Cobretti è qui per dare loro un’altra possibilità, e scoprire come andarono realmente le cose.
0

L’ACCUSA: il più spudorato, meno interessante e tempisticamente sbagliato atto di autocelebrazione di tutti i tempi.

SVOLGIMENTO
Il rapporto tra Hollywood e il calcio è controverso.
Riformulo: il rapporto fra gli Stati Uniti d’America e il calcio è controverso.
Da quelle parti hanno sempre guardato con sospetto e con una strana forma di diffidenza e gelosia quello che per coincidenza è lo sport più popolare del pianeta MA che da loro non ha mai attecchito e per cui di conseguenza sono scarsi.
Baseball, football, basketball: tutta roba in cui gli americani sono talmente forti che non ha quasi senso organizzare tornei internazionali, tendono a vincere anche mandando le squadre di riserva.
Però alle altre nazioni interessa relativamente: quasi ovunque è il calcio a dominare.
Allora gli USA hanno provato ad adattarsi: considerato ormai invariabilmente una quarta scelta fra i “veri maschi americani”, hanno provato a spingerlo verso donne e bambini.
Sono ormai diversi anni che, grazie a investimenti mirati, è di colpo il calcio femminile ad essere cresciuto fortissimo fino a regalare agli USA una squadra altamente competitiva, là dove gli atleti maschi ancora sguazzano nella mediocrità.
E Hollywood, fin dagli anni ’90, ci era arrivato da quei lati: a parte l’eccezione di Sylvester Stallone che gioca con Michael Caine e Pelé in un film di ambientazione storica/europea, potevamo scordarci un film con Kevin Costner trequartista dalla carriera tormentata o Tom Cruise giovane centravanti promettente. Fioccavano invece le commedie con Rodney Dangerfield o Will Ferrell che allenano squadre di ragazzini, ed era sempre più frequente nei film mainstream il cliché della sana famiglia media con figlia campionessa di “soccer” scolastico (gli esempi più recenti che ricordo: Fast & Furious 8, il remake del Giustiziere della notte).
I numeri sono comunque in costante aumento e, se il campionato locale rimane ancora una parata di ex-star in cerca di pensione d’oro, l’attenzione di Hollywood è in crescita.
Avrei potuto quindi parlarvi della famigerata trilogia Goal!, partita con le migliori intenzioni e conclusasi tragicamente, ma ho trovato di peggio: la spudorata agiografia della FIFA.
Pensato per uscire alla vigilia dei mondiali 2014, il progetto raccoglie un budget di circa $30 milioni e un cast che include l’inglese Tim Roth nel ruolo dello svizzero Sepp Blatter, l’americano Fisher Stevens nel ruolo dell’olandese Carl Hirschmann, l’australiano Sam Neill nel ruolo del brasiliano João Havelange e, se non altro, Gerard Depardieu che fa Jules Rimet.
Dirige l’esperto Frédéric Auburtin.
Titolo: United Passions.

Come descriverlo?
United Passions è il tipo di film che prende lo sport più popolare del pianeta e lo racconta dal punto di vista di… gli atleti di cui tutti ricordano le gesta? Gli allenatori che hanno ottenuto vittorie memorabili? Squadre storiche, tifosi dalla storia strappalacrime, eroi sottovalutati che hanno compiuto imprese? Quelli che ne hanno inventato le regole? No: uhm, la FIFA, ovvero i manager che hanno fiutato il business (scena fuori campo) e messo in piedi la struttura burocratico/finanziaria che ne organizza i maggiori tornei internazionali.
Hanno almeno una storia particolare dietro, aneddoti che ben si prestano a un racconto epico, avventure emozionanti?
No: di base l’unica cosa per cui sono generalmente conosciuti è la reputazione di corrotti rimasti impuniti per decenni. Materiale eccellente per un film di mafia alla Scorsese o di denuncia alla Oliver Stone, ma lascia perplessi
United Passions è un chiaro vanity project che pare concepito come versione moderna delle statue in bronzo o dei megaritratti in olio su tela come usava ai tempi dei grandi monarchi, e in quanto tale più adatto ad essere proiettato ai meeting aziendali che in una sala cinematografica pubblica.
Non c’è una storia dietro: la sceneggiatura è una presentazione in Power Point dei momenti salienti nella storia della FIFA, convertiti in linguaggio hollywoodiano in scenette di gentiluomini in giacca e cravatta che prendono decisioni solenni e si congratulano a vicenda, legate insieme dalla cornice metaforica di una partita a calcio tra bambini poveri che è allegra quando le cose vanno bene e concitata quando vanno male.
Non c’è neanche modo di presentare dei veri personaggi: si divide lo spazio in modo pressoché uguale fra la gestione Rimet, quella di Havelange e quella di Blatter, e per tutti e tre vengono infilate le decisioni più importanti, tipo, uhm, “il campionato del ’50 va giocato in Brasile!”. Non c’è un vero collante al di là del generico sentimento espresso dal titolo, e anche quest’ultimo è ok finché hai in campo attori esuberanti come Fisher Stevens o Depardieu, meno ok quando ti affidi al sempre posatissimo Sam Neill (che sofferenza il suo accento neutro, frutto dello sforzo immane di passare per brasiliano senza vergognarsi) o al solito ingrugnito Tim Roth.
Tim Roth, nei panni di Sepp Blatter, è ovviamente la figura più controversa. Nel 2014 la FIFA è ancora sotto Blatter, per cui è lui che comanda e che verosimilmente ha supervisionato il progetto. Impossibile non parlare delle accuse di corruzione, ma altrettanto impossibile parlarne in modo onesto e approfondito in un progetto glorificante come questo. Sia Auburtin che Roth erano coscienti del dilemma e hanno avuto occasione di dichiarare pubblicamente la loro frustrazione nel non poterlo rappresentare con un minimo di sostanza. Tutto ciò che la sceneggiatura offre loro è il personaggio di un giornalista che formula accuse generiche, confidenti preoccupati, Blatter che fa il pugno duro dichiarando “non voglio gente corrotta nella mia federazione”, consiglieri anonimi che si indignano con aria colpevole, Blatter che fa la figura del capo della resistenza che alla fine viene eroicamente rieletto. E allora, col permesso del regista, Roth (che in quel periodo aveva bisogno dello stipendio, temo come tutti gli altri coinvolti) tira subdolamente fuori la sua migliore aria losca e interpreta il suo personaggio come un uomo che sulla carta non sembra aver fatto nulla di male, anzi, ma che dietro l’atteggiamento controllato, gli occhi sottili e la bocca pare perfettamente capace di qualsiasi cosa. È questo l’unico aspetto vagamente divertente di United Passions: Roth che, sotto la facciata di un’interpretazione modesta, controllata, “umana”, presenta in scena un “buono” che potrebbe benissimo essere in realtà un cattivo bravo a non farsi scoprire.
Il film si chiude “trionfalmente” con l’assegnazione dei mondiali 2010 al Sudafrica, chiusura di un cerchio che era stato aperto un’oretta prima con una scena di Havelange al telefono che dice “non vi accetto nella federazione finché non risolvete questa cosa dell’Apartheid” e riattacca.

Comunque: nonostante tutto, con notevole faccia tosta (probabilmente uno sfizio di facciata che Blatter voleva togliersi a tutti i costi), il film viene presentato con puntualità a Cannes il 18 maggio 2014, e deriso praticamente da tutti. La distribuzione seguente è misera: il film esce in un pugno di paesi minori, mentre in Francia esce direttamente in dvd e in Italia – tra l’altro l’unico paese vittima nel film dell’unica accusa di corruzione specifica, ovvero quella di aver rubato la coppa del ’34 – addirittura dritto in tv.
Nel 2015 infine scoppia la bomba: le multiple accuse di corruzione vengono formalizzate. Il processo porterà alla condanna di diciotto persone tra cui nove ufficiali FIFA. Blatter non è formalmente tra questi, ma il suo coinvolgimento è ovvio, la sua posizione è insostenibile e – seppur con fatica – lo si costringe alle dimissioni.
E la situazione per il film è talmente tragicomica che, al grido di “una pubblicità cattiva gratis è pur sempre pubblicità gratis”, si sceglie proprio questo periodo per distribuire finalmente il film negli USA, il mercato in cui si sperava nonostante tutto fin dall’inizio di sfondare, pur sapendo che si tratta del momento più imbarazzante in assoluto per mostrarlo.
La mossa non paga e, con $918 incassati in 10 sale (una media di tre spettatori al giorno) è a tutt’oggi uno dei film che hanno incassato di meno nella storia del cinema (uscite tecniche escluse).

IL VERDETTO: l’unico a cui può piacere un film del genere è Sepp Blatter, che probabilmente in questi giorni di pensione forzata ogni tanto se lo riguarda provando sentimenti contrastanti.

COS’HO IMPARATO: tante cose, onestamente. Ho ideato questa rubrica sostenendo che a volte si impara più da un film fatto male che da uno fatto bene, e United Passions è un ottimo esempio: è il tipo di film talmente sbagliato fin dal concetto che ogni volenteroso e spesso disperato tentativo, meccanismo, espediente per rendere la sua non-storia sufficientemente cinematografica diventa trasparente. Potrebbe essere quasi un esercizio da proporre nelle scuole: che ne so, “siete costretti a tirare fuori un momento emozionante da una scena che prevede alcuni uomini ricchi riunirsi e decidere che per loro ciò che manca per rendere il calcio uno sport vincente è maggiore organizzazione burocratica fra diverse nazioni, e che la loro federazione internazionale di calcio si chiamerà Fédération Internationale de Football Association”, e vedere se qualcuno è in grado di fare meglio del povero Auburtin.

LEGGI TUTTI I POST DELLA RUBRICA “SECONDA OCCASIONE”
Vi invitiamo a scaricare la nostra APP gratuita di ScreenWeek Blog (per iOS e Android) per non perdervi tutte le news sul mondo del cinema, senza dimenticarvi di seguire il nostro canale ScreenWeek TV.

ScreenWEEK è anche su Facebook, Twitter e Instagram.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *