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Schiavi di New York #15: Il principe della città

Schiavi di New York #15: Il principe della città

Di Adriano Ercolani

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Se c’è stato un autore che ha mostrato senza pietà il sistema che regola la giustizia in America, quello è stato senza mezzi termini Sidney Lumet. Dall’esordio cinematografico de La parola ai giurati (12 Angry Men, 1957), passando per altri capolavori come Serpico (id., 1973), Il verdetto (The Verdict, 1982) o Vivere in fuga (Running on Empty, 1988), Lumet ha mostrato al pubblico quanto sia complesso definire il concetto di “giusto”, e ancor più complicato fonderlo con la legge morale applicata al singolo individuo.

Il principe della città (Prince of the City, 1981) è uno dei lavoro più complicati da analizzare quando inserito in tale contesto, in quanto racconta entrambi i lati della medaglia con una verità molto spesso impossibile da decifrare con un giudizio netto. La storia del polizotto corrotto Daniel Ciello (Treat Williams), che decide di collaborare con la legge sotto copertura per incastrare molti suoi colleghi, è messa in scena con l’intento preciso di mostrare la mastodontica e disumana macchina rappresentata dalla “Giustizia”, che si muove pachidermica e inarrestabile travolgendo tutto e tutti, anche coloro che Danny vorrebbe tenere al riparo. Al tempo stesso Lumet non tenta di inquadrare il protagonista del film come un eroe pentito, tutt’altro. Nell’arco narrativo che il personaggio percorre molte sono le contraddizioni, le ambiguità, gli errori commessi. Come nella realtà dei fatti, cuore pulsante e desolato de Il principe della città.

L’inizio del film è folgorante: l’inquadratura in chiaroscuro mostra Danny che si sveglia da un incubo, presagio di quello che sarà il suo futuro. Lo stile avido di realismo di Lumet impone però di tornare alla verità dei fatti, subito mostrando al pubblico i documenti identificativi dei cinque poliziotti protagonisti del film. Un espediente che scandirà te tappe dell’enorme indagine investigativa che compone l’ossatura del lungometraggio. Quando si passa all’azione Lume dimostra di essere un cineasta come nessun altro nel coniugare verità e tensione: il tempismo cinematografico della preparazione della retata illegale mette in scena prima di tutto l’affiatamento della squadra di poliziotti. Lumet usa gli spazi poveri della città, in questo caso il cortile spoglio di un palazzo, per settare il tono del film.

Dopo molti tentennamenti Daniel Ciello decide di collaborare con la commissione investigativa, inserendo Il principe della città nella miglior tradizione del poliziesco newyorkese, quello ambientati in uffici mal tenuti, in aule di tribunale dimesse. Il primo incontro di Daniel con il si svolge infatti in una stanza con i pacchi, con tanto di macchinetta per il caffè fornelletto piazzati in un angolo. Immediatamente dopo Lumet parte con il descrivere la normalità del senso di appartenenza che il gruppo di poliziotti/criminali ha sviluppato, e che è esteso anche alle proprie, devote donne. Il confronto con il fratello Ronnie impone la forza e l’autorità di Danny con una violenza prima di tutto simbolica, che si trasforma in reale quando il ragazzo chiama in causa loro padre. Ecco che allora la psiche già instabile di Daniel esplode. La vita interiore dell’uomo è ferita dal dolore della sua quotidianità fatta di fratelli tossicodipendenti, procuratori che gli stanno sul fiato sul collo e con cui vorrebbe in realtà collaborare, informatori che lo svegliano alle tre del mattino perché si prenda cura di loro. Lumet vuole mostrare tutta l’ambivalenza dell’uomo: non perdona il fratello drogato ma corre a rimediare una dose nel mezzo della notte al suo informatore in astinenza. Ecco che in dolorosi spazi aperti, notturni e piovosi, si svolge l’inseguimento per ottenere la droga. Lumet dipinge New York come un posto desolato, senza però renderlo anche romantico. Chi è Danny Ciello? Impossibile da definire: quando l’altro tossicomane a cui ha dato la caccia si rivela un povero diavolo come il suo informatore, la sua umanità prevale: sistemato l’altro uno con un paio di bustine, si prende cura di quello che ha appena rapinato. Lo accompagna a casa, dove inizia l’uomo picchia selvaggiamente la fidanzata che ha scaricato la droga nel cesso vedendolo arrivare con un poliziotto. L’umanità con cui Danny deve fare i conti ogni singolo giorno è persa. Come lui.

Nell’esplorazione di un meccanismo mentale contorto e autodistruttivo il procuratore ben presto diventa per Danny una sorta di psicologo, qualcuno con cui deve potersi confidare, sfogare. La scena in cui Danny esterna la sua frustrazione con l’altro procuratore Brooks Paige quando gli viene presentato è esplicativa a tale riguardo. L’uomo esterna la sua rabbia contro i “ricchi”, quelli che diventeranno giudici pagandosi scuole privilegiate quando lui è costretto a combattere nel fango delle strade, nel “barrio”. Bellissimo e viscerale il monologo di Williams, ripreso in maniera pressoché integrale da Lumet. Straordinario momento di scrittura quando poi il crollo emotivo si rivela una disturbante messa in scena: con una dissolvenza incrociata vediamo Daniel che racconta tutto ai suoi compagni. Ma il pubblico simbolicamente può intuirne solo la sagoma, in quanto sono avvolti dall’oscurità della notte.

La prima vera confessione di Ciello si tiene in un palazzo in disuso, metafora dello stato sia del personaggio che della città corrotta. L’uomo minaccia il procuratore, legandolo al proprio destino. L’interpretazione febbrile di Williams ci mostra come detto una personalità rabbiosa, che ama essere sul filo del rasoio, in netto contrasto con l’ambiente in cui adesso si muove, il quale è invece normale, monotono, fatto di registrazioni e schedari. Come fatto con Al Pacino in Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975), Lumet sfrutta il suo stile sopra le righe in un’altra scena di enorme spessore emotivo in cui esplode con i procuratori, seguendolo in un piano-sequenza. Il principe della città è un’opera quasi interamente costruita su dialoghi e situazioni, dentro ristoranti di secondo livello e stanze fumose. Ancora una volta folgorante nel suo realismo è la scena in cui Danny arresta due dei suoi colleghi dentro un ristorante italiano: sono i tempi del racconto, i dettagli sulle azioni goffe dei personaggi a rendere il film diverso da tutti gli altri. Il principe della città è puro Sidney Lumet, addirittura spinto agli estremi: lo sviluppo della storia non viene mai piegato alle necessità del racconto cinematografico o al suo ritmo, come dimostrano le due ore e quaranta della durata. La sceneggiatura scritta dallo stesso Lumet insieme a Jay Presson Allen immerge il protagonista in un labirinto di pressione e macchinazioni politiche che trova il suo primo picco drammatico nel suicidio dell’amico e collega Gino Mascone (Carmine Caridi).

Lumet affronta sempre microcosmi sociali molto specifici, come dimostra la scena di gruppo in cui Danny chiede l’assoluzione ai suoi compagni poliziotti, lo stesso gruppo di amici fedeli che vuole tenere al sicuro dalle indagini interne. La chiacchierata si tiene dentro un capanno, all’ombra, come fosse un vero confessionale. Lumet mette in scena un universo maschile, in cui le donne partecipano soltanto finché non si parla di cose serie. Danny partecipa a questo codice maschilista quando è in gruppo, mentre invece solo con sua moglie Carla la rende partecipe di tutti i suoi dilemmi interiori. Ancora una volta la psicologia del personaggio è tanto contraddittoria quanto reale.

La nuova vita di Daniel Ciello inizia quando viene messo sotto protezione, dopo che la stampa ha pubblicato un articolo in cui lo smaschera come agente sotto copertura. Lumet mette in scena la quotidianità del processo, la normalità di situazioni speciali: c’è un filo rosso che collega Il principe della città con una serie di rottura come The Wire (id., 2002), o con il velenoso finale di Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) di Martin Scorsese. Per la famiglia Ciello inizia infatti la routine desolante, anonima e monotona dei testimoni speciali. In mezzo alla brutale monotonia della macchina legislativa a lavoro ci sono però anche sprazzi di umanità, come l’incontro sul battello con il cugino Nick (Ronald Maccone). Lo stesso il cui cadavere verrà poi trovato in un bidone della spazzatura. L’emarginazione umana di Danny viene testimoniata passo dopo passo, scena dopo scena, fino al momento in cui la famiglia non lo vuole al funerale di Nick.

Come già scritto la progressione della gigantesca inchiesta viene scandita dalle tessere degli indagati. Ecco che alla fine tocca anche a quelle degli amici di Danny, gli stessi che con lui hanno condiviso il lavoro sulla strada…In un film che vuole raccontare anche la solitudine di chi deve fare la cosa giusta, Lumet esplicita la sua visione negativa dell’apparato legislativo che non sempre ricorda di tenere in considerazione l’umanità delle persone: illuminante è la scena in cui il procuratore Polito (James Tolkan) lascia che un criminale sputi in faccia a Danny, prima di tentare di incastrarlo. Dopo che Ciello ha deciso di confessare e tradire i suoi compagni, Lumet sintetizza la sua solitudine con una straordinaria inquadratura in lontananza di lui e i “suoi” procuratori che salgono le scale vuote del tribunale, destinati alla deposizione. Danny confesserà il furto di droga e denaro che abbiamo visto all’inizio del film. Nel percorso di svuotamento morale del protagonista è essenziale il momento in cui telefona all’amico per chiedergli di confessare: la sua voce è ormai atona, quella di un automa spersonalizzato, una congegno al servizio del sistema. Alla fine ha tradito anche sé stesso. Il principe della città è in qualche modo un film antitetico al precedente Serpico, che mostrava la lotta di un poliziotto pulito contro un sistema corrotto. Stavolta Lumet mette in scena il travaglio di chi invece non ha saputo resistere alla tentazione…

Le sequenze che chiudono Il principe della città rappresentano un vortice di rappresentazioni spesso antitetiche tra loro, un compendio ferocemente vero di cosa significhi applicare la giustizia nel mondo reale. Impossibilitato a sopportare il suicidio dell’amico Bill Danny fugge, si immerge nelle strade e poi nella metropolitana. La New York che Lumet sceglie di mettere in scena è spesso desolata, fatta di ampi spazi quasi sempre vuoti. Quando poi Gus (Jerry Orbach) gli sputa in faccia che lui non collaborerà mai e poi mai, Danny ha uno scatto d’orgoglio: almeno uno di loro terrà duro contro il sistema! Ancora una volta la psicologia dilaniata dell’uomo lo rende di una verità spiazzante.

La riunione finale per decidere se incriminare anche Ciello, alternata nel montaggio con la testimonianza finale dell’uomo, è una perfetta rappresentazione dei due volti della giustizia, una straordinaria idea di sceneggiatura che consente di mettere in scena le due facce della medaglia. Cos’è la giustizia in America? Questa sequenza si avvicina molto a spiegarlo per intero. Il principe della città si chiude con Danny che, evitata la persecuzione, viene riammesso nel corpo come istruttore (ancora una volta l’ambiguità del sistema regna). Ma come vediamo è stato riabilitato dal sistema, non dagli uomini…

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