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Schiavi di New York #14 – Blue Steel

Schiavi di New York #14 – Blue Steel

Di Adriano Ercolani

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Rivedere oggi uno dei film probabilmente meno conosciuti e apprezzati di Kathryn Bigelow è un’esperienza piuttosto spiazzante: in un presente purtroppo troppo spesso definito da storie di abuso sulle donne e di follia omicida incontrollata, Blue Steel (id., 1990) si rivela tristemente anticipatore. Il discorso in esso contenuto, ovviamente filtrato attraverso il cinema di genere, propone infatti una critica feroce a alla società del profitto, in cui la supremazia dell’uomo sulla donna può letteralmente generare mostri.

Per Kathryn Bigelow qualsiasi discorso sociale o politico però arriva dopo quello estetico. Prima di tutto c’è il cinema, e Blue Steel non fa eccezione: la prima inquadratura è semplicemente da antologia, con la macchina a mano che percorre nervosa il corridoio del palazzo insieme alla recluta Megan Turner (Jamie Lee Curtis). Lo scontro a fuoco con il folle che tiene in ostaggio la propria fidanzata è secco e insieme stilizzato, scandito dal ralenty sull’uomo che cade colpito. Lo stile di regia della Bigelow è già ben definito, adrenalinico e insieme leccato come gli stilemi del periodo richiedevano. Ecco però che i titoli di testa cambiano subito il tono: i movimenti di macchina suadenti sui dettagli della Smith & Wesson sono inquietanti ma impossibili da evitare. Le musiche di Brad Fiedel sottolineano poi con pienezza il senso di pericolo rappresentato dall’arma da fuoco.

Subito dopo assistiamo alla cerimonia di ammissione al corpo della polizia di New York, un momento già fondamentale per il discorso ideologico del film: il senso di appartenenza e di attaccamento al simbolo della divisa, con le responsabilità che vestirla comporta, sono espressi con pochi tratti precisi. Il montaggio alterna il primo piano di Megan con i quadri familiari dei cadetti festosi insieme alle proprie famiglie. Non è un caso se tra i produttori del film figura Oliver Stone, cineasta da sempre focalizzato a mostrare il senso di comunione tra coloro che devono combattere fianco a fianco. In questo caso non si tratta del Vietnam ma delle strade di New York, ma come già scritto nell’analisi de L’anno del dragone (The Year of the Dragon, 1985), a lui davvero poco importa…

Ed è proprio nelle strade affollate e imprevedibili di New York che Megan si immerge con la sua nuova, sgargiante divisa. La Bigelow intende settare immediatamente l’universo maschilista e retrogrado in cui la protagonista deve muoversi, ed ecco che la porta immediatamente casa dei genitori per definire il conflitto con il padre (Philip Bosco), il quale non condivide la sua scelta di diventare poliziotto, mentre la madre (Louise Fletcher) viene rappresentata attraverso la passività di una donna d’altri tempi, molto spesso costretta in silenzio a subire gli abusi domestici. Quando Megan esce dalla casa paterna Blue Steel propone subito una variazione molto interessante: se pochi secondi prima New York alla luce del sole era dipinta come vitale e vagamente “folle”, di notte invece si trasforma in un caos di luci accecanti e segnali di degrado umano. Ed è in questo inferno urbano che una pattuglia di poliziotti – non a caso composta da una donna e un afroamericano – deve confrontarsi con l’ignoto che la città propone. L’azione nasce infatti all’improvviso, mentre i due si sono fermati a prendere un caffè e Megan vede il tentativo di rapina dall’altra parte della strada. La Bigelow con pochi tratti determina le necessità dell’azione e la configurazione dello spazio attraverso un uso specifico del montaggio e dei set che la cineasta condividerà negli anni con un altro grande regista di genere come Michael Mann. Nello svolgere il suo dovere la recluta Turner rivela la sua umanità: ha paura come una persona reale, tanto che rovescia il caffè.

Il cinema sempre elegante della Bigelow diventa feroce quando si passa all’azione: la sparatoria con il rapinatore (Tom Sizemore) è visivamente potente, pur nella sua consueta stilizzazione. Ma la cineasta di saper produrre enorme tensione cinematografica anche e oltre il semplice agire, come nel momento in cui Eugene (Ron Silver) di appropria della pistola. Il primo ritratto dello psicopatico è emblematico nella semplice rivelazione dello stato sociale più elevato con l’arrivo nel palazzo elegante dove abita. La psicologia deviata è suggerita attraverso le luci in chiaroscuro che ricoprono la casa vuota. La Bigelow lavora anche sui contrasti, in quanto la scena successiva nell’ufficio della polizia è piena di luce del sole che entra tagliente attraverso le finestre. La cifra stilistica dominante della fotografia di Blue Steel è l’effetto contrastato tra ombra e bagliore, una costante già espressa ne Il buio si avvicina (Near Dark, 1987).

Megan è la sola a ribellarsi a uno status quo in cui gli uomini esercitano il controllo assoluto, più o meno esplicitamente. Nel voler raccontare il contrasto tra i due universi il primo confronto con il detective Mann (Clancy Brown) si rivela una vera e propria battaglia tra i sessi, o meglio tra la razionalità calcolata dell’uomo e l’istinto della ragazza. Dietro il thriller c’è anche un discorso sotterraneo di critica socio-psicologica: Eugene è un broker di Wall Street, folle come il mondo in cui lavora. E proprio specchiandosi dentro il bagno della Borsa, in una scena che richiama quella di Taxi Driver (id., 1976), Eugene inizia a dare voce la sua follia. Al contrario nella scena successiva la vita “normale” di periferia di Megan e della sua amica Tracy (Elizabeth Peña) rappresenta la normalità della classe lavoratrice. Blue Steel è in fondo un film sula follia e sulla divisione delle classi sociali a New York. La sequenza in cui Megan viene sospesa, con successiva consegna di distintivo e pistola d’ordinanza, non fa che confermare nel discorso della Bigelow la supremazia coercitiva di una società patriarcale e maschilista.

Il primo assassinio di Eugene per strada è casuale, implacabile, spaventoso e tristemente attuale. La violenza arriva con la pioggia, i colori diventano grigi. Jamie Lee Curtis e Ron Silver scelgono fin dall’inizio dello sviluppo dei propri personaggi a lavorare sulla loro differenza di estrazione socio-economica, usando non solo i costumi ma soprattutto il linguaggio del corpo: gesti normali e spontanei quelli di Megan, trattenuti ed eleganti quelli di Eugene. La sceneggiatura propone poi dei risvolti piuttosto inaspettati nella definizione delle psicologie: mentre ad esempio lo psicopatico tratta Megan con gentilezza, almeno all’inizio del loro rapporto la fa sentire amata, Mann invece è diretto, psicologicamente violento nell’imporre il suo volere su di lei. In queste sottigliezze si nasconde molto del disincanto con cui la Bigelow tratteggia la figura maschile in questo film, con un pessimismo che ad esempio nel successivo Point Break (id., 1991) non verrà percepito. Se pensiamo che Blue Steel uscì nello stesso anno di Pretty Woman (id., 1990), potremmo osservare che ne rappresenta sotto alcuni aspetti il contraltare, con il “Principe azzurro” che in questo caso è un maniaco assassino.

L’incubo di Megan che precipita dall’elicottero lasciata cadere da Eugene racconta in maniera subliminale dell’inconscio femminile capace di fiutare il pericolo, e nello sviluppo della trama introduce la seconda parte del film, quella dello svelamento della verità. Nel successivo monologo della voce interiore di Eugene assistiamo al delirio di onnipotenza della mente impazzita dell’uomo. Ma non si tratta forse dell’estremizzazione della visione dell’uomo che la Bigelow propone nel film? Il detective Mann è così lontano da Eugene in questa New York dominata dagli uomini? E’ poi così diverso il modo in cui i due uomini trattano e si pongono nei confronti di Megan? Il momento della rivelazione, con Eugene si consegna a Megan, è in qualche modo precursore di quello in cui John Doe/Kevin Spacey si costituirà cinque anni dopo in Seven (Se7en, 1995) di David Fincher, capolavoro che a Blue Steel deve molto più di quanto non si veda in superficie.

Un altro momento fondamentale nel film a proposito del messaggio di critici socio-psicologica che la Bigelow inserisce nel suo film arriva nella scena in cui Megan scopre gli abusi che il padre perpetra ai danni della moglie. Quando lo sta portando in prigione l’uomo rivela tutta la sua debolezza, quella che lo porta a essere manesco. Questa sembra essere l’idea di fondo della cineasta: gli uomini adoperano la violenza perché non conoscono altro modo per venire a patti con la propria natura. Le donne invece ne accettano maggiormente la loro parte nascosta, istintiva. Un’altra scena domestica conferma poi come la Bigelow sia capace di creare atmosfere serrate senza bisogno necessariamente di azione: la bellissima sequenza proprio a casa dei genitori di lei, dove la presenza dell’assassino impone un duello tutto giocato sugli sguardi e l’attesa che qualcosa accada. Lo stesso avviene subito a Central Park, quando l’uomo cede agli istinti più bestiali e cerca nuovamente la pistola sotterrata in precedenza.

Il finale espanso di Blue Steel si apre con una prima sparatoria ai bordi di Central Park, dove la tensione costruita fino ad ora esplode in azione assordante, adrenalinica. La caccia all’uomo nel film della Bigelow viene dilatata, sviluppata a sprazzi, come succederà poi con metodologie totalmente diverse in Zero Dark Thirty (id., 2012). L’inizio dello showdown conclusivo a casa di Megan è brutale, con Eugene ormai tramutato in una bestia sanguinaria. Anche qui la resa dei conti non è repentina ma protratta nel tempo. Per chiudere definitivamente i conti con il stalker psicopatico Megan si riappropria metaforicamente della divisa, del suo senso di appartenenza a un gruppo di “soldati”. Il senso di gruppo come scritto all’inizio dell’articolo appartiene sia a Kathryn Bigelow che al produttore Stone. La donna vaga per la città, aspettando sicura che sia Eugene ad assalirla. Il discorso del film è chiarissimo: in questa città, in questa società, il “mostro” può essere ovunque, o meglio in ogni uomo. La sparatoria comincia infatti in una stazione della metropolitana. Per concludersi in mezzo alla strada, nel momento in cui Blue Steel diventa un vero e proprio western metropolitano. E Megan si erge a vero e proprio giustiziere…Ma chi sarà a prendersi cura di lei una volta eliminato l’irrazionale, il nemico sbucato dal nulla? A portarla fuori dall’auto sono altri poliziotti, quindi non tanto uomini quanto altri esseri umani in divisa. La stessa da lei indossata. Perché alla resa dei conti Blue Steel è un film di guerra: contro il pericolo che può sbucare ignoto in ogni momento; contro la violenza che esplode quando si ha in mano una pistola; contro un sistema in cui la donna viene vista e trattata come inferiore rispetto all’uomo. Kathryn Bigelow ha messo in scena tutto questo quasi vent’anni fa…

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