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Schiavi di New York #12 – He Got Game

Schiavi di New York #12 – He Got Game

Di Adriano Ercolani

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Per celebrare in qualche modo la stagione NBA appena conclusasi con l’ennesimo successo dei Golden State Warriors abbiamo scelto quello che consideriamo fino a oggi il miglior film sul basket. E a realizzarlo non poteva che essere Spike Lee, cineasta che ha legato in maniera indelebile la sua immagine – e una parte consistente della sua carriera – a questo sport da lui tanto amato.

Presentato al Festival di Venezia 1998, He Got Game celebra l’arte e lo spirito della pallacanestro ma allo stesso modo ne svela le ambiguità profonde per quanto riguarda le strategie di reclutamento dei giocatori. A metà degli anni ’90 infatti si iniziò ad intensificare in maniera preoccupante il passaggio di talenti dal liceo direttamente all’NBA, un mondo pieno di denaro e tentazioni in cui spesso quegli stessi giovani dissipavano le loro potenzialità a causa della mancanza della necessaria preparazione umana e mentale. Con He Got Game Lee mette in scena i pericoli di tale processo spezzato di maturazione raccontando la storia di Jesus Shuttlesworth (Ray Allen), stella di un liceo di Brooklyn che ancora non ha deciso quale università frequentare ma viene letteralmente assalito da tutti coloro che vogliono una fetta del denaro e della fama che lo aspettano. Compreso suo padre Jake (Denzel Washington), fatto temporaneamente uscire di prigione apposta per convincerlo a scegliere la Big State University. C’è un solo problema: Jake è stato condannato aver assassinato Martha (Lonette McKee), sua moglie e madre di Jesus. E da quel giorno suo figlio ha messo una croce sul rapporto col padre.

Come sempre capita nel cinema di Spike Lee i titoli di testa segnano il tema e il tono del film. Ovunque nella campagna americana giovani di ogni età, sesso ed estrazione sociale prendono un pallone e sfidano la gravità per andare a canestro. Sulle musiche suadenti e vigorose di Aaron Copland questo inno d’amore al gioco si avvicina sempre più a New York, fino a terminare nei playground dei project di Coney Island, dove He Got Game è interamente ambientato.

Il montato iniziale procede subito ad avvicinare concettualmente Jake e Jesus, separati dalle sbarre della prigione ma uniti dalla stessa tecnica di tiro in sospensione. Lee continua il suo discorso sulla famiglia nera americana e le tensioni che la vessano dall’interno e dall’esterno, e al tempo stesso non esita a mettere in scena la coercizione razziale che Jake deve subire piegandosi al ricatto del direttore della prigione, il quale a sua volta parla per conto del governatore dello stato di New York. Come già scritto, tutti vogliono una fetta della torta preparata per Jesus…

He got Game è un film che si allinea con molti titoli precedenti del cineasta ma al tempo stesso li smentisce attraverso un’idea di cinema radicalmente diversa: i projects in cui è ambientato non sono così distanti da quelli di Clockers ad esempio, ma stavolta Lee sceglie di mostrarne il lato “pulito”, come nelle solari e gioiose partite dei playground. Lo stile dei movimenti di macchina e il ritmo del montaggio si fanno enormemente più delicati, addirittura fluidi rispetto ai capolavori precedenti: questo è senza dubbio il primo film veramente “classico” di Spike Lee, sotto certi aspetti un aggiornamenti del tentativo fatto in precedenza con Mo’ Better Blues. E infatti come in quei film anche in He Got Game i primi flashback sull’infanzia di Jesus sono dolci, caldi, così come i brevi spaccati familiari tra il ragazzo e sua sorella Mary.

Eppure il mondo che Lee indaga è sempre lo stesso, quello della periferia e degli alberghi di terza categoria, delle fermate degli autobus e dei licei poveri e cadenti. Gli zii che si prendono cura di Jesus e della sorellina rappresentano la parte migliore della società afroamericana, ma che non rimane esente dal miraggio dei dollari: anche lo zio Bubba (Bill Nunn) vuole essere coinvolto nel guadagno economico che si prospetta al ragazzo.

Nell’anima He Got Game racconta anche il confronto tra due generazioni di afroamericani di New York, quelli che in passato non ce l’hanno fatta perché troppo legati alle proprie debolezze e quelli che invece rappresentano il futuro, la volontà e la tenacia di eccellere. La rivalità tra Jake e Jesus esplicita in parte anche la gelosia di un padre verso il figlio che sa essere più forte e deciso di quanto lui non sia stato. Lo sguardo di Jake si accende quando Mary insinua che adesso Jesus potrebbe batterlo sul campo. E dopo che l’uomo viene cacciato di casa Jesus, ecco che il primo, durissimo dialogo tra i due avviene proprio su un campetto di basket, preludio a quello che sarà il confronto finale tra padre e figlio. Tra due generazioni.

Nelle tappe che scandiscono la narrazione del film di Lee ci sono anche svariati omaggi al grande basket degli anni ’90: nella finta news che al telegiornale locale racconta il prodigio di Jesus gli appassionati di basket potranno riconoscere alcuni dei volti più noti dello sport, dal mitico coach di North Carolina Dan Smith fino ovviamente al più grande di tutti, Michael Jordan, amico e partner commerciale di Spike Lee che alla fine della news sentenzia “He Got game”, ovvero “possiede le chiavi del gioco”.

Per delineare con maggiore delicatezza la figura dell’uxoricida Jake Spike Lee inserisce nella sceneggiatura il personaggio della prostituta dal cuore d’oro Dakota (Milla Jovovich), attraverso la quale sceglie di prendersi una pausa dalla narrazione principale soprattutto nella sequenza in cui i due fanno amicizia. Con lei Jake riesce ad aprirsi, confessare l’assassinio della moglie e fare psicologicamente ammenda per il crimine commesso. Più avanti i due reciteranno la scena probabilmente più commovente dell’intero film, il momento di umanità lacerata in cui lui le chiede di essere vera e lei si toglie la parrucca bionda per mostrarsi nella sua fragilità. Nel suo essere un uomo perfettibile Jake rimane però anche un personaggio emblematico, poiché rappresenta l’afroamericano che si è lasciato opprimere dall’abuso, un tema che negli anni ’90 Lee aveva già mostrato in Jungle Fever e Clockers. A questo proposito la scena quasi surreale in cui Big Time scarrozza Jesus in macchina e gli si pone come una sorta di “Grillo Parlante” è il momento in cui Spike Lee alza metaforicamente la voce per spronare la sua gente. A trasformare Jake è la bottiglia: la severità diventa abuso, perpetrato fino alla rottura psicologica del figlio Jesus, che abbandona l’allenamento troppo duro. E la violenza psicologica si trasforma poi in domestica, fino alla tragedia dell’assassinio accidentale di Martha.

Uno dei momenti fondamentali di He Got game è rappresentato dal primo confronto umano tra padre e figlio, sul molo di Coney Island: nella toccante spiegazione sul perché Jack abbia deciso di chiamare il ragazzo scopriamo uno dei grandi amori cestistici di Spike Lee: Black Jesus era infatti il soprannome del grande Earl “The Pearl” Monroe, negli anni in cui ogni estate si esibiva nei più rinomati playground di Philadelphia, ai tempi del suo gioco scintillante con i Baltimore Bullets. Non quello che poi venne ingabbiato da schemi e tattiche quando si trasferì ai New York Knicks di Red Holtzman, aiutandoli comunque a vincere il loro secondo titolo nel 1973. Alla fine Jake decide di giocare a carte scoperte col figlio e gli rivela il ricatto di cui è vittima. Almeno lui è sincero con Jesus, quando tutti gli altri invece tentano di manipolarlo per ottenere ciò che vogliono. Compresa la sua amata Lala (Rosario Dawson). Strepitoso a riguardo arriva poco dopo il cammeo di John Turturro nella parte del coach di Tech U che tenta di convincere Jesus a frequentare la loro università. Nel college il ragazzo sperimenta anche il miraggio sessuale della “donna bianca”, uno dei leit-motiv del discorso socio-psicologico del cinema di Lee (Malcom X e Jungle Fever ne sono gli esempi principali). La chiacchierata a pranzo con l’altro giocatore del college Chick, interpretato da Rick Fox, è pienamente esplicativa.

Ed ecco che alla fine arriva il confronto tra Jake e Jesus. Sul campo. A carte scoperte, senza scuse. Ma è proprio nella sfida anche brutale che i due trovano un terreno comune su cui riunirsi: l’amore per il gioco. E se alla fine è il figlio a vendicarsi del padre abusandone fisicamente, forse è Jake a vincere la partita più importante perché capisce di aver riconquistato almeno il rispetto di suo figlio. L’occhiata finale di Denzel Washington verso Ray Allen, mentre viene ammanettato per tornare in prigione, ci conferma ancora una volta la grandezza di questo attore.

Non spenderemo invece parole per raccontarvi la sequenza che chiude He Got Game: semplicemente dovete vederla. Anzi ammirarla. Un momento di metaforico ricongiungimento tra figlio e padre che segna al tempo stesso la raggiunta “classicità” del cinema di Spike Lee. Da antologia.

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