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21 giugno 2018 • 19:00 • Scritto da Andrea Suatoni

Da Lost a Westworld: quando guardare una serie tv diventa un lavoro a tempo pieno

Quando la singola visione non è più abbastanza: qual è il giusto equilibrio fra una esperienza seriale che non si limita alla sola tv e la necessità di offrire prodotti di alto livello?
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Ho amato a dismisura la prima stagione di Westworld. In un panorama seriale che era stato fagocitato dal successo e dalla fattura di Game of Thrones, che iniziava già da allora a mostrare i primi segnali di cedimento, la nuova serie di HBO creata da Johnathan Nolan e Lisa Joy imponeva un nuovo modello di riferimento, dove l’epicità lasciava spazio ad introspezione e mistero.
Non che mi approcciassi alla serie con delle basse aspettative: in effetti, pur se allenato da anni di giudizio critico, i trailer di Westworld mi avevano portato a covarne di talmente elevate da poter riuscire a togliere sapore anche ai migliori prodotti televisivi o cinematografici. E invece no: Westworld mi conquistò da subito, dalla morte di quella mosca nel finale del primo episodio (che in realtà notai quasi per caso, e a cui soltanto riflettendo a posteriori riuscii ad attribuire l’immenso significato) alla rivelazione, purtroppo spoilerata in sede di elucubrazioni mentali su vari forum con colleghi Westworld-addicted, del dualismo – o della sua mancanza – fra William e l’Uomo in Nero.

Proprio a causa di quella mosca, uccisa da una Dolores che non avrebbe dovuto essere in grado di farlo, ho capito che l’approccio – da spettatore – ad una serie come Westworld non poteva e non doveva essere “normale”: il viaggio alla scoperta del labirinto non poteva fermarsi alla pura e semplice visione, aveva bisogno di essere esplorato anche all’esterno di essa per essere compreso appieno.

Mi ero trovato per la prima volta in una situazione simile con Lost, quando durante e dopo la prima stagione (in realtà la mia presa di coscienza è stata tardiva, forse addirittura dopo la quinta) ancora lo consideravo un capolavoro assoluto, mentre ora è classificato nella mia memoria come la più grande delusione televisiva con la quale abbia mai avuto a che fare.
Divagazioni a parte, con l’eccezione di Twin Peaks che ha però fatto proprie dinamiche differenti, Lost è forse da annoverare fra i capostipiti di un nuovo genere di serialità, per i più diversi motivi non alla portata di tutti, che necessita di un impegno più profondo di quello riservato alla visione convenzionale. Rapito da Lost, iniziai a vagare fra i vari siti, a pontificare sui forum e con gli amici le mie teorie (Lost era diventato ormai un fenomeno culturale inarrestabile), a riguardare gli episodi e addirittura in alcuni momenti ad esaminare alcuni fotogrammi al fermo immagine o ad ascoltare l’audio di alcuni episodi isolando alcune sezioni (ricordate i famosi “sussurri” nel bosco?). La produzione stessa aveva iniziato a creare delle esperienze legate alla serie che si muovevano al di fuori dei confini della tv (le cosidette Lost Experiences) riversandosi sul mondo reale, mandando in onda falsi messaggi pubblicitari, creando falsi siti virali in internet o ingaggiando un’attrice per impersonare una donna ad una convention pronta ad accusare i creatori Abrams e Lindelof di cospirazione.

Con il senno di poi, tutto l’impegno profuso si rivelò inutile alla luce del fatto che la maggior parte dei misteri di Lost rimasero tali anche al termine della stagione (e forse sarebbe stato meglio rimanessero tali anche quelli invece che hanno avuto una spiegazione), ed è forse anche in seguito al fallimento – solamente morale, e neanche per tutti – di Lost che produzioni del genere oggi si contano sulle dita di una mano: insieme a Westworld, possiamo forse annoverare fra gli show che necessitano un impegno del genere The OA, Legion, The Leftovers, Dark, le prime stagioni di Game of Thrones e pochi altri prodotti televisivi.

Westworld mi riportò due anni fa indietro di 10 anni. Ancor più che con Lost, la ricerca esterna era ora quasi necessaria: sicuramente Westworld è godibile anche agli occhi dello spettatore dell’ultimo minuto, che perderebbe però le decine di sottotesti, riferimenti, rimandi e spiegazioni velate inseriti nella trama. Uno spettatore casuale medio vedrebbe Westworld credendolo forse un prodotto ben confezionato ma sostanzialmente poco più che mediocre, a tratti noioso, magari neanche degno di essere approfondito con il prossimo episodio. Ed è qui che sta la sua forza ed anche il suo maggior difetto.
Devo aprire una parantesi: forse apparentemente manifesto un qualche tipo di snobismo affermando “Westworld non è per tutti“; anche se è vero che nel profondo le mie parole sembrano voler sottointendere che chi non ama Westworld sia sostanzialmente un cretino, non è l’affermazione di una mia o altrui condizione elitaria riguardo la capacità di comprendere serie di alto livello che voglio sottolineare, quanto invece la concezione alla base della serie stessa, che riserva solamente ad una fetta di pubblico la totalità degli input che genera.

Ricollegandomi finalmente al mio incipit, ho letteralmente adorato la prima stagione di Westworld. Difficile da comprendere in ogni sua sfaccettatura senza una adeguata e prolungata riflessione, arricchita dal confronto – stavolta più virtuale, a sottolineare l’incapacità ma anche il disinteresse di apertura ad un pubblico mainstream – con gli altri spettatori e da nuove esperienze paragonabili agli “alternative reality games” di Lost (uno per tutti, il sito della Delos). Ho atteso per mesi interminabili la seconda stagione, che finalmente è arrivata, ma alla quale non ho potuto dedicarmi appieno.
Sono stato ovviamente in prima fila ogni settimana per gustare ogni nuovo episodio prima che arrivassero gli immancabili spoiler nella rete, ma per questioni di tempo non ho potuto approfondire Westworld su altri versanti, di fatto vivendo stavolta una esperienza troncata a metà.

Il risultato è che la seconda stagione di Westworld, per quanto fossi preparato ad un calo inevitabilmente fisiologico, mi ha deluso. Gli ultimi due o tre episodi hanno sicuramente ravvivato un interesse che nel corso della prima metà della stagione si era praticamente spento (ammetto anche di essermi – due volte – addormentato), ma ho percepito chiaramente la mancanza di qualcosa, ho sentito il peso della mia impossibilità di travalicare i confini della pura visione.
Devo considerarlo probabilmente (non potendo sapere se – o quanto – la stagione mi avrebbe ad ogni modo deluso o meno) un problema personale, dal mio punto di vista però di spettatore. Ma si tratta anche di un problema di concept. Sicuramente esiste anche chi tramite una singola visione sia in grado di cogliere ogni aspetto della narrazione, ma quella persona non è il destinatario finale di questo prodotto: il target ideale cui Westworld è indirizzato è invece quel folto gruppo di spettatori che ogni settimana intraprende un viaggio, che sia personale, di gruppo o puramente social, alla ricerca di ciò che ogni episodio velatamente o meno nasconde.
L’impossibilità di intraprendere tale viaggio svilisce l’esperienza di tutti gli altri, ed è qui che si pone la questione, con i suoi pro ed i suoi contro. Per alcuni versi è ingiusto (se non anche controproducente) limitare l’esperienza di una parte degli spettatori, impossibilitati a seguire il filo delle teorie online, a ricevere un aiuto per decifrare i significati nascosti o intrinsechi, ad analizzare in maniera approfondita la discontinuità temporale (magari con una seconda visione) e così via dicendo. Dall’altra però sarebbe ingiusto limitare la serie stessa, che riportata ad un livello “popolare” perderebbe gran parte del suo fascino.
Ci troviamo di fronte ad un nuovo modo di fare televisione,  che ne trascende i limiti e ne esaspera (in senso positivo) le possibilità, cui non tutti riescono a stare al passo (a malincuore, me compreso) ed i cui limiti ne evidenziano un’esistenza effimera ed intermittente al soldo di pochi sparuti e coraggiosi produttori. Purtroppo. O per fortuna.

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