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Chi ha incastrato Roger Rabbit compie 30 anni, ed è ancora un film incredibile

Chi ha incastrato Roger Rabbit compie 30 anni, ed è ancora un film incredibile

Di Lorenzo Pedrazzi

A volte, quando rivedo un film del passato, mi chiedo come sia possibile che qualcuno abbia trovato le risorse creative, tecniche e finanziarie per realizzarlo. È un pensiero che mi ha sfiorato ieri sera, mentre riguardavo Chi ha incastrato Roger Rabbit dopo molti anni di colpevole lontananza, pur avendone ripassato qualche scena durante un passaggio televisivo abbastanza recente. Ebbene, oggi il film di Robert Zemeckis compie 30 anni (fu distribuito il 22 giugno 1988 negli Stati Uniti), e lo stupore che provo davanti alle sue immagini – quel sense of wonder tipico dei capolavori, capace di sfuggire a ogni retorica – è sempre lo stesso.

Per la generazione degli anni Ottanta e Novanta, Chi ha incastrato Roger Rabbit è stato il primo esempio di “cortocircuito” generazionale, il film che ci ha permesso di trovare un punto d’incontro fra i nostri gusti e quelli dei nostri genitori, spesso costretti a visioni per loro insopportabili pur di farci contenti (alzino la mano tutti quelli che hanno trascinato i parenti a vedere Street Fighter o Mortal Kombat tra il ’94 e il ’95… sì, ci sono anch’io). Ma con Roger Rabbit era diverso: per quanto potessimo amarlo da bambini, il film si rivolgeva soprattutto a loro, i nostri genitori, evocando e rielaborando l’immaginario cartoonesco della loro infanzia. Certo, anche noi siamo cresciuti guardando Looney Tunes, Silly Symphonies, Merry Melodies e i cartoon di Tex Avery e Chuck Jones, ma solo di rimando, poiché quei prodotti erano figli di uno Zeitgeist ormai lontano, del quale eravamo solo vagamente consapevoli. Di fatto, Roger Rabbit ha ereditato da Tex Avery (ma anche dai Fratelli Fleischer) l’idea di un intrattenimento stratificato, la cui lettura dipende dall’età e dalla preparazione del fruitore, traslando questo concetto nella dimensione dei blockbuster: non un film pensato per i bambini, ma che piace anche ai bambini. Al contempo, è uno dei più fulgidi esempi di cinema postmoderno nella storia di Hollywood, consapevole dei meccanismi che regolano il suo mondo, basato sulla logica del riconoscimento e sulla condivisione del medesimo immaginario tra autori e spettatori. Non a caso, chi sono gli artefici dell’impresa? Robert Zemeckis e Steven Spielberg, che appartengono alla generazione dei nostri padri.

Il progetto, in realtà, nacque prima del loro coinvolgimento, quando la Disney acquistò i diritti del romanzo Who Censored Roger Rabbit? di Gary K. Wolf nel 1981. Dopo quattro anni di stesure e test animati, la Amblin Entertainment di Spielberg fu coinvolta come co-produttrice, e la regia fu offerta a Terry Gilliam, che rifiutò perché intimorito dalla sfida tecnica; più tardi, però, il cineasta ebbe modo di pentirsene, incolpando la sua “pigrizia” per quella infausta decisione. Zemeckis, forte dei successi di Alla ricerca della pietra verde e Ritorno al futuro, aveva ormai acquisito abbastanza prestigio per un’opera così ambiziosa, e la Disney accettò di affidargli la guida del film, lasciando inoltre grande libertà creativa a Spielberg. Il casting di Eddie Valiant fu abbastanza complesso: Harrison Ford – prima scelta del produttore – era troppo costoso, mentre Bill Murray – che tuttora non ha un agente, ma solo una segreteria telefonica – risultava irreperibile. Alla fine, il ruolo andò a Bob Hoskins, scelta meno glamour ma vincente, come dimostra l’esito finale. La sua presenza fisica e la sua brusca ironia incarnano l’essenza dell’hard boiled, piacevolmente in contrasto con la follia magmatica e variopinta dei personaggi animati.

In effetti, la dissonanza è uno dei maggiori pregi di Chi ha incastrato Roger Rabbit, fonte inesauribile di grottesco: Baby Herman, ad esempio, è un bebè che fuma il sigaro, ha la voce rauca e rifila sonore pacche sul sedere alla sua tata («Il problema è che ho le voglie di un cinquantenne e il pisellino di tre anni!» dice a Valiant tra una boccata e l’altra); mentre Roger Rabbit è un coniglio antropomorfo, buffo e ridicolo, che sta con una bomba sexy dai tratti umani. Quest’ultima, l’immortale Jessica Rabbit, è la caricatura delle femme fatale del cinema noir, esagerata fino al parossismo nella sua smaccata sensualità: d’altra parte, si sa, “la disegnano così”, quindi è il frutto di una fantasia irrealistica tipicamente maschile. Questi paradossi sono comprensibili anche dagli spettatori più giovani, ma i sottotesti erotici e alcuni riferimenti storico-culturali recano un’impronta ben più adulta, come capita in certi capolavori di Tex Avery (basti pensare al bellissimo Red Hot Riding Hood). A tal proposito, è interessante notare come gli sceneggiatori Jeffrey Price e Peter S. Seaman decidano di calare la vicenda del film in un contesto storico credibile, imbastendo la sottotrama della Cloverleaf per rievocare il clima corrotto che gravava su Los Angeles negli anni Quaranta: la società di trasporti Pacific Electric (soprannominata “Red Cars” per il colore dei suoi tram) fu davvero estromessa dal mercato a causa dell’alleanza tra produttori di automobili e di copertoni, come si evince dalla scena in cui Eddie simpatizza con un manovratore che è stato appena licenziato dai nuovi proprietari della compagnia, la suddetta Cloverleaf Industries. Dietro quest’ultima c’è la sconcertante banalità del male, personificata dal Giudice Morton. Nessuno si ricorda di lui quando vengono stilate le liste dei cattivi più terrificanti della storia del cinema, eppure Morton è davvero spaventoso nella sua gelida disumanità, cui il grande Christopher Lloyd presta una commistione di mimica, voce e gestualità maniacali.

Il punto è che Morton non vuole affatto conquistare il mondo, non ha obiettivi grandiosi o utopistici: vuole costruire una misera autostrada, nient’altro. Il suo scopo è asfaltare Cartoonia per trasformarla in un non-luogo, simile a quei sobborghi cementificati e commerciali che deperiscono lentamente ai margini delle nostre città. È il paladino di un capitalismo ignorante e fordista, convinto che sia necessario sopprimere i sogni per alimentare il Sogno, quello Americano; distruggere l’irrazionale, il nonsense, per spianare la strada a un freddo e calcolato pragmatismo, rigido e conformista. Se possibile, questo lo rende ancor più spaventoso. Inutile dire che, nello scontro finale con Eddie, la rivelazione della sua vera natura contribuisce a imprimerlo definitivamente nei nostri incubi. Quando scopriamo che Morton è in realtà un cartoon, la sua figura sfiora il perturbante freudiano, dando corpo a un orrore parossistico che compie il peccato più grave di tutti: applicare la violenza dei cartoon – già osservata con sgomento da Eddie nella baruffa tra Duffy Duck e Paperino – al mondo reale, dove la carne muore sul serio. La Salamoia, ovvero la sua “soluzione finale” d’ispirazione hitleriana, non è altro che un sistema per introdurre la morte anche nell’universo dei cartoon, e la sua composizione non è certo casuale: una miscela di trementina, acetone e benzene, tre diluenti per vernici che hanno il potere di cancellare un disegno (per quanto animato) dall’esistenza. Devo essere sincero, trovo che l’esecuzione della scarpetta sia una delle scene più strazianti mai viste in un film “per famiglie”, ammesso che Roger Rabbit appartenga davvero a questa categoria.

In effetti, è impossibile relegarlo a un singolo genere o un unico target: l’impressione è che si tratti di una monade, seppur legata a un immaginario ricco e preesistente come quello dei cartoon, e che sia figlia di un’epoca irripetibile per il grande cinema fantastico, quando il citazionismo e il postmoderno erano ancora delle risorse creative, non necessariamente autocompiaciute. Fatevi un bel regalo e riguardatelo, riuscirete ad apprezzarlo ancora di più.

Miscellanea:

– La pazzia febbricitante di Cartoonia è un incubo allucinato e surrealista, in pieno contrasto con gli algidi piani di Morton.

– Prima di Christopher Lloyd, per il ruolo del Giudice fu provinato anche Tim Curry, ma la produzione lo scartò perché faceva troppa paura… cioè, sul serio?

– Lo stesso Lloyd adottò un accorgimento particolare nella sua interpretazione: ogni volta che veniva inquadrato senza gli occhiali da sole, recitava la scena con gli occhi sbarrati, senza mai sbattere le palpebre. Fateci caso.

– A livello di diritti, Spielberg fece un miracolo: convinse Warner Bros., Fleischer Studios, King Features Syndicate, Felix the Cat Productions, Turner Entertainment e Universal Pictures/Walter Lantz Productions a concedere l’utilizzo dei rispettivi personaggi, stipulando vari accordi per decidere come sarebbero stati rappresentati; ad esempio, la Warner chiese che Duffy Duck e Bugs Bunny avessero lo stesso screen time di Topolino e Paperino. Purtroppo, non riuscì ad acquisire i diritti per altri personaggi celebri Braccio di Ferro, Tom & Jerry e Casper.

– Gli oggetti reali che i cartoon tengono in mano durante il film (come le pistole) sono mossi dall’alto con dei fili, manovrati da esperti burattinai.

– «Ma cosa ci trovi in quel tipo?» chiede Eddie a Jessica Rabbit, stupito che sia sposata con Roger. La risposta: «Mi fa ridere.»

– In una delle scene più memorabili del film – la mia preferita – vediamo Betty Boop, bellissima e dimenticata, che vende sigarette all’Ink and Paint Club. «But I still got it, Eddie» dice Betty al detective, poco prima di mostrargli il suo vecchio numero. Nello sguardo intenerito e compassionevole di Bob Hoskins passano le ombre di un mondo intero, ormai perduto per sempre.

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