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The House That Jack Built, la recensione dell’horror di Lars Von Trier che sta sconvolgendo Cannes #SWCannes

The House That Jack Built, la recensione dell’horror di Lars Von Trier che sta sconvolgendo Cannes #SWCannes

Di Andrea D'Addio

Chissà se il significato di Verge, il nome del personaggio a cui il serial killer Jack confessa i suoi più di 60 omicidi, sia stato scelto per il suo significato inglese, limite, per quello francese iarda (l’unità di misura di lunghezza sassone), come originale diminutivo di Virgilio (risposta più probabile) o per altri ancora. Ciò che è sicuro è che rappresenta quel confine tra umanità e inferi già abbondantemente superato sia narrativamente che visivamente da Lars von Trier con il suo The House That Jack Built. Tutto ciò, o quasi, che in un corso di sceneggiatura ti viene detto “non lo fare mai, neanche in un horror” è presente e mostrato: dalla tortura agli animali alla profanazione di cadaveri di bambini. Che sia stato fatto per dispetto, o semplicemente perché Lars Von Trier ci vuole portare oltre ciò che siamo abituati a pensare e vedere, complice una società che non vuole agire anche quando le grida d’aiuto provengono dal pianerottolo di fronte

The House That Jack Built sta all’omicidio seriale come Nymphoniac sta all’ossessione del sesso. Gli impianti narrativi dei due film sono molto simili così come i rispettivi protagonisti, persone che con le loro dipendenze socialmente non accettate mettono a nudo l’ipocrisia dei valori su cui è fondata la nostra società per costruirsi una “casa”, anche solo metaforica, in cui sentirsi a proprio agio e raccontarsi all’ascoltatore di turno, Bruno Ganz o Stellan Skarsgård che sia. Di diverso tra i due film, c’è che del passato di Jack non sappiamo quasi nulla. La sua cattiveria non nasce da traumi infantili o da affetti mancanti: è un fatto a sé stante. Stando così le premesse, viene naturale considerarlo una figura a suo modo epica, un dio del male che non può che avere un finale altrettanto mitologica.

Immagini repellenti? Vero. E non è una colpa lasciare la sala se chiudere gli occhi non basta. Il presupposto concettuale dietro a sequenze così forti giustifica però il tutto. La potenza dello sguardo di Von Trier (che addirittura si autocita in un momento del racconto) è tale che anche se disturbante il suo cinema riappacifica con il cinema. C’è una splendida performance attoriale (Matt Dillon), c’è intrattenimento, c’è provocazione, c’è una voce fuori dal coro che vale la pena ascoltare anche per poi dire “ha torto” e convincersi ancora di più delle proprie opposte motivazioni. Difficile che del film, passato fuori concorso al Festival di Cannes, non se ne parlerà molto nei prossimi mesi.

The House That Jack Built arriverà nelle nostre sale distribuito da Videa.

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