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16 maggio 2018 • 12:35 • Scritto da Andrea D'Addio

Solo: A Star Wars Story, la recensione del nuovo film della saga #SWCannes

La recensione dell'atteso nuovo film della saga Star Wars: le origini del mito di Han Solo, il suo primo amore, l'incontro con Chewbecca e come è diventato il "migliore pilota della galassia".
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Da quando Han ha preso il cognome Solo? Come è stato il primo incontro con Chewbecca?  E con Lando? In che occasione ha guidato per la prima volta il Millennium Falcon e quando ne ha preso “ufficialmente” possesso? Da quali cicatrici sentimentali nasce quel carattere così burbero che lo contraddistingueva nella prima trilogia? A queste e ad altre domande risponde Solo: A Star Wars Story, il decimo film della saga che, a livello cronologico, si colloca più o meno in contemporanea ad Episodio 2.

Han è un ragazzo che si arrangia come può. Vorrebbe diventare pilota, “il migliore della galassia”, ma per farlo deve prima di tutto lasciare il suo pianeta natio, Corellia, dove vive con la sua ragazza. Hanno bisogno di soldi e cercano di ingannare uno dei criminali della città per farlo. Non tutto, logicamente, va secondo i piani. La fuga è improvvisata e li costringe a dividersi. Stacco. Tre anni dopo Han è un soldato di trincea impegnato in una guerra in cui non crede quando si imbatte casualmente in un gruppo di mercenari che gli cambieranno la vita…

Scitto da Lawrence Kasdan e suo figlio Jon e passato in corso d’opera dalla regia di Phil Lord e Chris Miller (Lego Movie) a quella più rassicurante, almeno secondo la produttrice Kathleen Kennedy, di Ron Howard, Solo: A Star Wars Story racconta forse la meno importante delle storie dell’universo Star Wars. La “leggenda” di Han Solo nasce con l’incontro con Leila e Luke, prima  – per quanto avventurosa sia stata la sua vita – poco o nulla ha avuto a che fare con la Resistenza e il futuro dell’umanità. Quest’assenza di “epicità” (invece presente, ad esempio, in Rogue One) è forse l’unico, ma purtroppo importante, difetto di una pellicola altrimenti godibile e capace di rievocare visivamente il vintage dei primi Star Wars. Ci sono inseguimenti spaziali, tradimenti, colpi di scena, un fido droide (al femminile e che si batte per i diritti dei robot, la trovata migliore del film) e tutto ciò che ci si potrebbe aspettare dall’universo creato da George Lucas, ma nulla che faccia pensare “di questo film c’era bisogno”. E c’è anche la concreta possibilità che ci sarà un sequel.

Doveroso dire qualcosa su Alden Ehrenreich: la somiglianza con Harrison Ford è  – complice il trucco – forte, un po’ meno l’interpretazione. Che sia colpa sua o della sceneggiatura, poco si avverte della naturalezza con cui il suo predecessore emanava scontrosità e cinismo. Peggio se la cava purtroppo Emilia Clarke nei panni dell’ambigua amante. È l’unico personaggio con un dilemma interiore, lasciarsi andare all’amore o alla sua nuova vita? Le scelte che prende sembrano quasi casuali, non si avvertono né sofferenza né, per opposto, capacità da abile manipolatrice. Molto più interessante la performance di Donald Glover (che, quando fa musica, si fa chiamare Childish Gambino) nei panni di Lando: lui sì che sembra avere il talento per riempire una scena, che si tratti di abbracciare un droide o barare ad una partita di Sabacc. Woody Harrelson fa, come al solito, il suo, per quanto in un ruolo che sembra troppo cucitogli addosso per regalare qualche sorpresa.

Insomma, di Solo: A Star Wars Story ci si ricorderà soprattutto per essere passato – prima volta nella storia della saga – al Festival di Cannes (sezione Fuori Concorso) che per un qualche particolare merito. Il film è atteso nelle sale italiane il 23 maggio 2018.

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