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La Storia dietro un Frame: L’ultima tentazione di Cristo (e di Martin Scorsese)

La Storia dietro un Frame: L’ultima tentazione di Cristo (e di Martin Scorsese)

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso dell’ultima tentazione di Cristo (e di Martin Scorsese).

Per Martin Scorsese è stato molto difficile realizzare L’ultima tentazione di Cristo. E questa, in realtà, è una prerogativa di gran parte delle pellicole di cui abbiamo parlato nella nostra rubrica. Film che, per un motivo o per l’altro, nessuno voleva fare. E in questo caso è facile intuire perché.
Portare sul grande schermo l’omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis, voleva dire anche prendersi un bel bagaglio di responsabilità in omaggio, aprire l’ombrello per mettersi al riparo da una pioggia di critiche e accuse varie che sicuramente sarebbero arrivate, molto probabilmente da chi quel film neanche l’aveva visto ma aveva deciso di odiarlo a priori.
Proteste che sono arrivate e anche in maniera pensante. Come ad esempio in Francia, dove alcuni gruppi di cattolici fondamentalisti decisero di scagliarsi contro quest’opera dimenticando la “carità cristiana” e incendiando alcune sale cinematografiche.

Martin Scorsese, però, aveva questo sogno (e ovviamente non aveva idea di quello che sarebbe successo). Voleva portare sul grande schermo una versione inedita di Gesù Cristo, in grado di riflettere il connubio tra umano e divino lasciando però più spazio alla componente umana.
Martin Scorsese voleva fare quello che le altre pellicole a sfondo biblico non avevano mai osato: farci entrare nella mente del Messia, farci sentire i suoi pensieri, renderlo una figura lontana dalle rappresentazioni solenni, per certi versi schematiche, che erano state portate sul grande schermo. Perché gli uomini sono tormentati da dubbi, sono soggetti a tentazioni, fuggono istintivamente di fronte alla paura. E Gesù era anche un uomo.

Questo, più o meno, era il pensiero di Martin Scorsese. Il frutto di una riflessione non superficiale, fatta da un uomo che prima di diventare regista aveva deciso di diventare prete ma che durante la sua esperienza come seminarista era stato espulso due volte perché “indisciplinato“.
Un reazionario, insomma, proprio come il suo Gesù, magnificamene interpretato da Willem Dafoe. Un sognatore, tentato dall’idea di una vita normale, che sulla croce decide di non sacrificarsi, di lasciar perdere tutto, di sposarsi, di creare una famiglia.

L’ultimo atto del film non è altro che uno “Sliding Doors in salsa mistica“, dove il protagonista sceglie di intraprendere un percorso alternativo per capire se un’altra vita è possibile.
Ormai vecchio, sul punto di morire, Gesù comprende il suo errore e chiede perdono al Signore, implorandolo di farlo tornare il Messia, di affidargli nuovamente quel ruolo per cui era venuto il mondo.
Di nuovo sulla croce, Gesù accetta il suo destino. Pronuncia le parole “tutto si è compiuto” e muore, mentre lo schermo viene invaso da un’esplosione di colori e arrivano i titoli di coda.

Un finale potentissimo, con quei colori che intervengono, quasi a distruggere la pellicola che ha immortalato quel doloroso momento. Immaginate di guardare quella scena proprio in questo preciso istante. Bene, è arrivato il momento di premere il tasto pausa e tornare indietro nel tempo.

È il 1987 e Martin Scorsese è finalmente riuscito a coronare il suo sogno: girare L’ultima tentazione di Cristo. Ha sempre voluto portare sul grande schermo la vita di Gesù e ha incontrato parecchi ostacoli lungo il suo cammino. Nel 1983 era pronto per iniziare le riprese, era vicinissimo al via, ma le proteste avevano spinto la Paramount a rinunciare al progetto.
Poco importa, perché la seconda occasione è arrivata con la Universal, che ha dimezzato il budget, è vero, ma ha accettato.

E Martin Scorsese è contento. Le riprese sono ormai finite. Hanno girato l’ultima scena. Soprattutto hanno girato la parte più importante del film: la morte di Gesù, interpretato da un sofferto Willem Dafoe.
La (grandissima) montatrice Thelma Schoonmaker si appresta ad “assemblare” il film. Controlla il girato e nota subito qualcosa. Gli ultimi secondi della storia sono completamente rovinati. La pellicola, non si sa come, deve essere stata esposta alla luce. È inutilizzabile. Un momento bellissimo, da buttare.

Ma come dirlo a Martin? Come reagirà il regista nel momento in cui capirà di non avere un finale per il suo film? Thelma è terrorizzata ma deve diglielo. Fa vedere quel pasticcio a Scorsese ma lui reagisce in un modo del tutto inaspettato.
La pellicola è rovinata? Meglio, perché quell’errore, quell’esplosione di luce, rende il film ancora più potente, rende quel momento immenso. Thelma non capisce, osserva quel frammento e vede solo metri di pellicola da buttare ed è proprio Martin Scorsese a convincerla del contrario. “Fidati” dice, “È perfetto così, non c’è bisogno di girarlo di nuovo. Lasciamolo“.

Il più perfetto degli errori, capitato al momento giusto e sfruttato nel migliore dei modi.
Martin Scorsese aveva due strade di fronte: tornare sul set per rigirare la scena o affidarsi al caso, che aveva deciso di intervenire proprio in quel preciso istante.
Fortunatamente anche lui, come il suo Gesù, non ha ceduto alla tentazione.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

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