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18 maggio 2018 • 14:30 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Dogman, la morte dell’orco e l’illusione del riscatto

Con Dogman, Matteo Garrone reinventa gli spazi e trasfigura la cronaca per isolare gli elementi del "mito", costruendo un brillante ibrido tra fiaba nera e western suburbano.
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Caso raro nel cinema italiano contemporaneo, lo sguardo di Matteo Garrone reinventa gli spazi e trasfigura la realtà, sviluppandosi da un dato concreto – un fatto di cronaca, un corpus sociale – solo per distaccarsene e imboccare una strada autonoma. Dogman non fa eccezione, anzi, per certi aspetti rappresenta la summa della sua “poetica”. La vicenda del Canaro della Magliana, infatti, è per lui una mera fonte d’ispirazione, non un dogma storico-narrativo da rispettare: Garrone non è interessato a ricostruire pedissequamente la storia di Pietro De Negri, ma preferisce isolarne gli elementi fondamentali, quelli del “mito”. Si è parlato di un ritorno alle atmosfere de L’imbalsamatore, ed è vero, anche perché Garrone lavora nuovamente sulla contrapposizione fisica tra due corpi opposti e complementari; eppure, in Dogman c’è un livello di astrazione ben più elevato, una spinta propulsiva che lo allontana progressivamente dalle sue radici cronachistiche. Un’ambizione a farsi “mito”, per l’appunto.

Il protagonista è Marcello, titolare di un modestissimo negozio per la toelettatura dei cani, incastonato nella piazza di una disastrosa periferia suburbana. Minuto e ingobbito, Marcello ama moltissimo la figlia Alida ed è benvoluto dalla comunità, nonostante spacci occasionalmente cocaina. Tra i suoi clienti c’è Simoncino, energumeno prepotente e violento che causa problemi a tutto il vicinato, e che lo coinvolge in alcune imprese criminali. I due sono legati da una sorta di amicizia, ma è chiaro fin dall’inizio che il loro rapporto è sbilanciato in favore di Simoncino, capace di incutere timore con la sua sola presenza. Il contrasto è palese, e Garrone lo costruisce accuratamente fin dall’inizio: Marcello e Simoncino non sono contrapposti solo in termini fisici, ma anche di empatia e di reputazione. Se il mite canaro ha grandi capacità empatiche (soprattutto verso i cani) ed è rispettato dai suoi vicini, Simoncino è invece preda di un grossolano egotismo, e gli abitanti del quartiere lo detestano. La crisi di questo status quo si verifica non appena Marcello – sotto la minaccia del – tradisce la fiducia dei suoi pari, vedendo crollare la sua amata reputazione.

Ciò che ne deriva è indubbiamente un western metropolitano, dove la topografia dell’ambientazione rispetta i codici del genere (i locali affacciati sullo stesso viale, gli spazi desolati, la piazza, il suolo terroso), mentre la regola dell’homo homini lupus imperversa all’ombra delle istituzioni. Al contempo, però, Dogman si avvicina moltissimo al modello della fiaba, tanto amato dal cineasta romano. In fondo, Simoncino è una sorta di “orco” che tiene sotto scacco il villaggio, pretendendo vari tributi dai suoi abitanti (per lo più denaro e cocaina) in cambio della loro incolumità. La dimensione di Dogman si esaurisce tutta in quella piazza, il mondo esterno è percepibile solo per vaghi frammenti, alimentando il clima sospeso – quasi atemporale, nonostante siano i giorni nostri – che avvolge tutto il film. L’eroe impossibile di questa fiaba è proprio Marcello, giustiziere involontario di Simoncino in mezzo a una folla pavida e ipocrita, che fa presto ad accusarlo di tradimento ma non ha il coraggio di prendersela con il vero responsabile. È qui che Garrone si allontana brillantemente dalla cronaca e sceglie una strada personale: Marcello, più che la vendetta, cerca un riscatto sociale dopo l’umiliazione pubblica ad opera di Simoncino, che lo riduce a un livello subumano (o, nello specifico, canino) davanti ai suoi vecchi amici.

Nei suoi sogni, Marcello è il paladino che riporta la pace al villaggio, ma nemmeno il cadavere dell’orco è sufficiente a garantirgli una riscossa: nella piazza del quartiere, mentre risuonano le onde di un mare invisibile, il canaro è solo. L’unico compagno è il cane Jack, testimone della violenza che si consuma tra gli uomini, e che gironzola attorno al padrone senza mai capire. D’altra parte, l’idea del film nasce proprio da questa suggestione visiva: l’immagine dei cani in gabbia «che assistono all’esplodere della bestialità umana», per citare lo stesso Garrone. Il suo “eroe” è un uomo stritolato dall’esigenza di essere accettato, legato alla comunità dallo stesso rapporto che intercorre fra un cane e il suo padrone; di conseguenza, a farlo scattare non è il desiderio di punire un torto subìto, ma la possibilità di redimersi agli occhi dei vicini, i quali però sono ormai sordi al suo richiamo. Come un cane che porta a casa un animale morto, il suo destino è di essere scacciato.

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