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18 maggio 2018 • 15:45 • Scritto da Roberto Recchioni

Dogman è una pellicola semplicemente imperdibile, la recensione di Roberto Recchioni

Dogman è un film clamoroso di un autore del tutto maturo, pienamente consapevole e con una voce unica. Una pellicola, semplicemente, imperdibile.
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La vicenda “der Canaro” in Italia, e specie a Roma, ha il fascino di una sanguinolenta leggenda metropolitana. Pietro De Negri, criminale romano di mezza tacca del quartiere Portuense proprietario di una toeletta per cani, nel 1988 segregò nel suo negozio l’ex-amico e sodale Giancarlo Ricci, un pugile amatoriale dal brutto carattere e dalle cattive abitudini, torturandolo per ore, prima di ucciderlo. All’epoca dei fatti, quotidiani e telegiornali ci andarono a nozze con i particolari macabri: Ricci era stato chiuso in una gabbia e poi gli erano state mozzate le dita, ustionata la faccia, amputati naso, orecchie, lingua e genitali, la scatola cranica aperta e il cervello lavato con lo shampoo per i cani. Un supplizio di oltre sette ore in cui, secondo la ricostruzione dello stesso De Negri, l’omicida trovò anche il tempo di andare a prendere sua figlia a scuola, come se niente stesse succedendo.
Le indagini successive, in realtà, dimostrarono che nulla di tutto questo era realmente accaduto: Ricci era entrato nella toeletta per animali, De Negri lo aveva colpito alla testa con una spranga di ferra sei o sette volte e l’uomo era morto praticamente subito. Le menomazioni riscontrate sul cadavere dalla scientifica erano avvenute post-mortem e non erano nemmeno lontanamente estese come i giornalisti riportavano. Inoltre, l’assassino non era mai andato a prendere la figlia a scuola ma ci aveva mandato la cognata.
L’unica cosa reale era che De Negri aveva ucciso Ricci, tutto il resto era un delirio paranoide dell’omicida, il desiderio di quello che avrebbe voluto fare a quel bullo che da troppi anni gli rovinava la vita, non quello che gli aveva fatto davvero.
Ma il danno di comunicazione era ormai fatto e la storia del Canaro, nonostante le successive e precise ricostruzioni di esperti criminologi, è continuata a crescere nella coscienza popolare, arricchendosi via, via, di particolari sempre più truculenti.
Perché tra la verità e la leggenda, la gente preferisce la leggenda.

A meno che non ti chiami Matteo Garrone e non sei un regista che da anni porta avanti un discorso sulla smitizzazione del racconto.

Partiamo dall’inizio: Dogman è un film sul Canaro?
No. I personaggi non hanno gli stessi nomi, il setting è diverso, gli anni sono diversi, i rapporti tra i personaggi e le loro storie sono differenti. Dogman è un film che prende spunto dalla vicenda del Canaro per raccontare qualcosa di universale sull’animo umano.
Per farlo, costruisce un set che è simile al proscenio del teatro, un semicerchio racchiuso tra i palazzi di un quartiere immaginario che è a mezza via tra la Magliana, la Portuense, Ostia e Fiumicino. Come scenografia, una vecchia giostra abbandonata (che, se non erro, è il mostro di Loch Ness recuperato dalle vecchie giostre del Luneur), un Compro Oro, la toeletta per animali, e una sala slot a chiudere la quinta. Su questo palco, porta in scena due protagonisti, due amici, una vittima e un carnefice, disperati, complementari e dicotomici, legati da un rapporto di dominio e sottomissione. Attorno a loro, un coro greco in salsa amatriciana, un piccolo gruppo di personaggi secondari, di derivazione fortemente shakespeariana, che rappresentano l’unica società in qualche maniera funzionale, con cui i protagonisti sono chiamati a rapportarsi, a cui possono sperare di appartenere o che possono rifiutare. 
È un film essenziale questo Dogman, nella messa in scena come nella struttura narrativa, nelle parole come nelle immagini. Garrone scarnifica la storia, spogliandola di tutto quello che non è necessario, di tutto quello che è artificio drammatico, di tutto quello che è leggenda, per portare in scena quella natura umana che è tanto bella quanto bestia, tanto gentile quanto brutale, tanto pietosa quanto mostruosa. Ad aiutarlo, un comparto attoriale fuori scala per intensità e naturalezza, con un Marcello Fonte a svettare su tutti (come è logico visto che ha uno screen time da record) ma anche con un Edoardo Pesce che, di pura fisicità, porta a casa l’interpretazione della vita.
La fotografia di Nicolai Brüel (ma come mai la Danimarca sforna a getto continuo questi direttori della fotografia così bravi?) fa il resto, sposandosi alla perfezione con la visione neorealista estetizzata di Garrone, e trasformando la periferia suburbana in un livido scenario apocalittico degno di Cormac McCarthy.
Dogman è un film rigoroso, misurato, che scegle programmaticamente di andare in direzione opposta e contraria alle aspettative del pubblico. Un film che rifiuta qualsiasi spettacolarizzazione manifesta (operando nel senso di una spettacolarizzazione implicita) e che ci mette quasi un’ora e cinquanta per arrivare a quel punto nodale che lo spettatore, entrando in sala, poteva supporre fosse invece il centro narrativo della pellicola. E quando ci arriva, serve in tutto con un anticlimax degno del miglior Eastwood (quello de Gli Spietati, per capirci), non condendo assolutamente nulla e poi chiudendo in maniera netta e dolorosissima.
Sono uscito dalla sala perplesso, quasi infastidito per non aver trovato quello che mi aspettavo ma ho deciso di aspettare ventiquattr’ore per scrivere questa recensione perché con Garrone mi è successo sempre così e ogni volta ho cambiato radicalmente idea rispetto al primo impatto negativo.
Adesso sono pronto: Dogman è un film clamoroso di un autore del tutto maturo, pienamente consapevole e con una voce unica.
Una pellicola, semplicemente, imperdibile.

E ora, permettetemi una riflessione a latere.
in questo momento, nelle sale, abbiamo in contemporanea lo yin e lo yang del nostro cinema:
 da una parte Sorrentino, un autore dotato di uno straordinario talento, piacione, affabulatore, compiaciuto, romantico, ironico, decadente e sublime, dall’altra parte, Garrone, un autore dotato di uno straordinario talento, schivo, chiuso, calvinista, severamente austero, essenziale.
 E già così sarebbe un momento storico eccezionale.
Se poi a questi due nomi, a questi due maestri, ci aggiungiamo il talento di Guadagnino, Rovere, Mainetti, Fabio & Fabio, Sibilia, Genovese, io credo che il cinema italiano sia una forma così buona come non si vedeva da tanti, tanti anni. Mancano ancora gli incassi importanti, ma questo spetta a voi.

Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

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