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15 maggio 2018 • 18:12 • Scritto da Andrea D'Addio

BlacKkKlansman, ovvero come Spike Lee è tornato a fare Spike Lee ed è un piacere goderselo #SWCannes

La recensione da Cannes di BLACKkKLANSMAN, il nuovo film di Spike Lee, l'assurda, ma vera storia di un detective afro-americano che riuscì ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
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Spike Lee è tornato a fare Spike Lee. E lo fa senza ripetersi. E’ arrabbiato, il suo BLACKkKLANSMAN lo dimostra, a partire dal finale, uno dei più potenti visti negli ultimi anni al cinema. Il suo risentimento però si accompagna, stavolta, da una forte componente di speranza e buon umore. Lo dimostra che il tono del suo poliziesco – a parte i già citati ultimi due minuti – è la commedia e che, oltre a sottolineare come il razzismo faccia ancora parte della società – una soluzione c’è e le persone “buone” sono molte più delle cattive, anche nella tante volte bistrattata polizia statunitense.

BLACKkKLANSMAN racconta di Ron Stallworth, agente di polizia a Colorado Spings che, nel 1972, riuscì a tesserarsi per il Ku Klux Klan. Il come non vogliamo svelarlo, sappiate però che per quanto assurda, la storia è realmente accaduta ed è stata a lungo tenuta segreta perché la polizia distrusse il dossier e quando il protagonista pubblicò  la propria biografia nel 2014 ci sono voluti mesi di indagine per confermare la sua veridicità. Chiaramente questo straordinario e assurdo materiale di partenza diventa per Spike Lee l’occasione per parlare del razzismo di oggi, con, addirittura, personaggi che parlano esattamente come Donald Trump. Il regista newyorkese (che ha scritto la sceneggiatura assieme a David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Willmott) si prende ogni libertà che il canovaccio gli offre per lanciare espliciti messaggi sul presente. Il suo è un discorso diretto allo spettatore, a volte semplicistico nella rappresentazione della contrapposizione del bene e del male (il montaggio incrociato tra gli slogan del Ku Klux Klan vs i nobili racconti dei vecchi attivisti neri), ma avvolgente, fatto con tutti i crismi del buon intrattenimento e per questo, probabilmente, capace anche di attirare – speriamo – pubblico da numeri importanti.

Ciò che viene da chiedersi guardando BLACKkKLANSMAN, è perché Spike Lee si fosse praticamente fermato a Inside Man (stendiamo un velo pietoso su Miracolo a St. Anna). La sua maestria alla macchina da presa, che si tratti di cinema impegnato o più leggero (qui, come detto, riesce a combinare perfettamente entrambi) è quasi unica come dimostrano l’irresistibile scena del ballo su musica soul, la scelta dei volti dei suoi protagonisti (che scoperta John David Washington, foglio di Denzel, Adam Driver invece è una conferma), i dialoghi e tanti altri dettagli.

BLACKkKLANSMAN è un film importante che ha senso vedere ora per ricordarci da dove veniamo e dove stiamo andando. La speranza è che il Festival di Cannes, dove il film è passato in concorso, decida di dargli un premio attirandogli, se possibile, ancora di più i riflettori.

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