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Deadpool 2, un trionfo autoreferenziale che spiazza e diverte

Deadpool 2, un trionfo autoreferenziale che spiazza e diverte

Di Lorenzo Pedrazzi

Il cinecomic, in quanto genere ormai codificato, tende sempre di più a riflettere su se stesso: prodotti come Legion, Logan e il primo Deadpool – seppure con modalità diverse – sottolineano l’esigenza di ripensare la narrazione supereroistica sul grande e piccolo schermo, sovvertendone o dileggiandone gli schemi tradizionali. D’altra parte, i supereroi hanno creato una mitologia popolare completamente autonoma (una delle poche ancora possibili al giorno d’oggi) che rischia di diventare sempre più egoriferita, nonostante i fumetti Marvel e DC si esprimano al meglio quando intercettano ansie, tematiche e problemi della contemporaneità. Alcuni cinecomic non hanno rinunciato a questa ambizione, mentre altri scelgono di chiudersi interamente nel proprio universo, con risultati altalenanti.

Di quest’ultima categoria, Deadpool 2 incarna l’emblema più compiuto ed esasperato. L’inatteso successo del primo capitolo, infatti, permette agli sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick di correre a briglie sciolte, aumentando il livello di autoreferenzialità fino al parossismo. Il risultato è molto simile a quel pastiche postmoderno che Mark Fisher individua come la logica culturale dominante: l’ironia e l’autocoscienza, così radicate in un prodotto del genere, impongono una “spettacolarità distaccata” che sostituisce “la partecipazione e il coinvolgimento”, suggerendo quindi una fruizione disillusa, consapevole dei meccanismi che agiscono fuori scena. Insomma, Deadpool 2 è tutto un fragoroso scherzo, dove l’antieroe ci ricorda di essere sempre un passo avanti a noi nel metaracconto delle sue avventure, e i risvolti drammatici – invece di suscitare l’empatia del pubblico – svolgono la mera funzione di cornice narrativa. I limiti dell’operazione sono piuttosto chiari (soprattutto per l’onanismo compiaciuto che delinea questo approccio), ma è lo stesso Deadpool a richiederlo: se si esclude la She-Hulk di John Byrne, il Mercenario Chiacchierone è l’unico personaggio della Marvel che sfonda la quarta parete e si rivolge direttamente al pubblico, essendo consapevole della sua natura fittizia; di conseguenza, sa bene di appartenere a un ampio immaginario collettivo, evocato ripetutamente per deridere sia i “fratelli” mutanti sia i “cugini” del Marvel Cinematic Universe, ma anche i rivali della DC Comics.

Il merito di Reese e Wernick, coadiuvati da Ryan Reynolds in fase di scrittura, è di accettare questa responsabilità senza alcun pudore, portando a compimento ciò che il prequel aveva solo accennato. Qualunque dettaglio troppo specifico sarebbe uno spoiler, quindi è meglio riassumere la trama in poche battute: Wade Wilson (Reynolds) sta vivendo il suo sogno d’amore con Vanessa (Morena Baccarin), mentre svolge incarichi su commissione ai quattro angoli del globo; quando il misterioso Cable (Josh Brolin) giunge dal futuro per uccidere un giovane mutante chiamato Russel (Julian Dennison), Wade è costretto a formare un supergruppo per salvarlo, alternativo agli X-Men: lui stesso lo battezza X-Force, in onore della parità di genere. La rabbia del ragazzino e la caparbietà di Cable, però, complicano la missione, soprattutto quando Deadpool e i suoi alleati scoprono che in ballo c’è il destino del mondo.

Per quanto generica e un po’ anonima, questa sintesi tutela le moltissime sorprese di Deadpool 2, abilmente nascoste da una campagna promozionale che non svela nemmeno l’identità del vero antagonista. Il Mercenario Chiacchierone si aggira in un mondo di cui conosce ogni regola, sottolineandone i cliché con commenti metatestuali che strizzano l’occhio agli spettatori più smaliziati, in particolare quando i riferimenti pop e gli inside joke si fanno più contorti (e anche più soddisfacenti da cogliere). Questa stratificazione di senso, pur privilegiando i “pochi eletti”, è uno dei maggiori pregi del film, che peraltro ha il merito di proseguire la rivisitazione estetica già operata da Tim Miller: reso algido e impersonale dallo sguardo di Bryan Singer, l’universo degli X-Men ritrova finalmente il suo calore originario, in un tripudio di palette cromatiche, uniformi e fisicità riconoscibili. Anche l’azione è più efficace, poiché il regista David Leitch ripropone il gusto per la plasticità dei fumetti, valorizzando la misura iconica dei personaggi. Il gioco è fine a se stesso, ma la brillante sceneggiatura trova il modo di rinnovarlo per tutto l’arco della narrazione, spiazzando le aspettative del pubblico – fan compresi – con un piglio iconoclasta che travolge anche la stessa X-Force. Così, se Deadpool è il nucleo umoristico del film, gli altri personaggi svolgono comunque una notevole funzione comica, che lavora in opposizione all’antieroe (esemplari i casi di Testata Mutante Negasonica, Cable e Colosso) o in armonia col suo spirito caustico (come Weasel, Dopinder e Domino, interpretata dall’ottima Zazie Beetz di Atlanta).

Ciò che ne deriva è un cinecomic magmatico e imprevedibile, un virus impazzito nel sistema immunitario dei blockbuster contemporanei, che finisce paradossalmente per esaltarne le caratteristiche essenziali: ritmo indiavolato, citazionismo postmoderno, struttura modulabile, potenzialità cross-mediali e riconoscibilità immediata dei personaggi. La differenza è che Deadpool 2 gioca a carte scoperte e lo dichiara apertamente, soprattutto quando cita le tendenze politically correct degli studios (la varietà etnica dell’X-Force) e le costanti tecnico-formali dei colossal hollywoodiani (gli scontri in CGI). Le scorribande di Deadpool sconfinano ben oltre i margini del grande schermo, e l’autoironia di Ryan Reynolds ne simboleggia il tono satirico, rendendo sempre più sfumata la barriera che separa il personaggio dal suo interprete. Ci si diverte moltissimo, ma il vero miracolo è l’operazione di marketing.

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