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Seconda Occasione: i valorosi Explorers (1985)

Seconda Occasione: i valorosi Explorers (1985)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: l’estate del 1985 fu l’estate in cui chiunque provò a copiare Spielberg e non c’era verso di distinguere le chicche dalle bufale.

SVOLGIMENTO.
Leggi i social media oggi e, soprattutto fra quelli che se ne lamentano, pare che la nostalgia sia stata inventata ieri. Poi gli chiedi qual è il loro film preferito, e magari ti rispondono “Ritorno al Futuro“. E quanti altri esempi devo fare di film anni ’80 che, esattamente come capita oggi, sono in realtà megaomaggi a roba di almeno 30 anni prima? Indiana Jones, I Goonies, Dirty Dancing, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Ammazzavampiri… potrei andare avanti tutto il giorno. La nostalgia è una parte fisiologica del crescere. E il Re della nostalgia, l’uomo dalla citazione incontrollabile, negli anni ’80 era Mr. Joe Dante.
Si potrebbe probabilmente fare qualche parallelismo tra Joe Dante e qualcuno come, che ne so, Edgar Wright: entrambi registi dal talento grande tanto quanto la loro cultura pop/cinematografica, entrambi capacissimi di dirigere film originali che si reggono da soli, ma geneticamente incapaci di non riempirli di citazioni e easter eggs sulla qualsiasi. Stili, sensibilità e carriere diversissimi, a parte questo.
Dante inizia grazie alla factory di Roger Corman, di cui era già un enorme fan in partenza: gli ci vuole pochissimo per infilare un paio di classici come Piranha e L’ululato, poi Spielberg gli affida la regia di Gremlins e da un potenzialmente fragile esercizio di equilibrismo tra il film per famiglie e l’horror più bastardo ne esce un capolavoro che fa pure una valanga di soldi.
Joe Dante prende quindi fra le sue mani Explorers dopo che la Paramount l’aveva levato da quelle di Wolfgang Petersen, regista della Storia Infinita, che voleva girarlo in Germania. Il finale non lo convince, la Paramount gli dice che ha fretta, Dante dice che non ha problemi a riscriverlo intanto che gira il resto (nello script rimane che uno dei protagonisti si chiama Wolfgang, ma non è dato sapere se per coincidenza o meno).
In materia di casting azzecca un bingo incredibile ingaggiando River Phoenix ed Ethan Hawke, entrambi esordienti al cinema, quest’ultimo addirittura con zero esperienze di recitazione in assoluto – la classica favola del tizio che accompagna un amico, fa il provino tanto per sport e 33 anni dopo è ancora uno dei pilastri di Hollywood.
I problemi spuntano quando a un certo punto Dante, che aveva in mano un primo workprint di oltre tre ore, fa vedere un montaggio accorciato provvisorio alla produzione e questi gli dicono “Sai cosa? A noi va bene così e ne approfittiamo per farlo uscire subito, grazie, ciao” lasciando il povero Joe di sasso. A quel punto c’erano diversi ritocchi ancora in sospeso, montaggio da rifinire, sottotrame da sistemare, forse persino qualcosa da rigirare, ma non ci fu verso: la lavorazione del film era ufficialmente finita.
E messa così può suonare come un capriccio, ma guardate cos’altro girava nel 1985: tra giugno e luglio, in poco più di un mese erano usciti due film prodotti da Steven Spielberg (I Goonies e Ritorno al futuro) e due platealmente ispirati da lui (Cocoon e appunto Explorers); neanche un mese dopo invece sarebbero usciti altri tre film che, come Explorers, univano ragazzini ed esperimenti scientifici: Ritorno dalla quarta dimensione, Scuola di geni, La donna esplosiva. Non si può biasimare troppo un produttore che faceva del suo meglio per cercare lo spiraglio meno tragico per farsi notare.
Il risultato purtroppo è che il pubblico ormai aveva già fatto overdose: Explorers, in tutta la sua permanenza in sala, porta a casa 9 milioni su 25 di budget.
Tra parentesi: spiace per chi incassò poco puntando esattamente alla stessa cosa nello stesso momento, ma quanto era bello essere giovani aspiranti nerd nell’85?
Praticamente tutto il pubblico ideale di Ready Player One subì l’imprinting in quei 60 giorni.

Ma il film com’è?
Io non lo rivedevo da quando avevo tipo 10 anni, e i miei ricordi confusi mi narrano di un film bellissimo per oltre un’ora ma incomprensibile nel terzo atto.
Anzi, diciamocelo chiaramente: la prima parte era quanto di più motivante un moccioso come me potesse vedere all’epoca insieme agli allenamenti di Rocky. Era l’allenamento del cervello.
Erano tre ragazzini a cui una forza misteriosa aveva dato uno spunto, un punto di partenza, ma che da lì in poi dovevano ingegnarsi da soli, ragionare, capire cosa dovevano fare e come, e costruirsi un’astronave da soli. Costruirsi una cazzo di astronave da soli. Non trovarla già pronta come in Navigator. Non trovarsi gli alieni già nel giardino di casa come in E.T. l’extraterrestre, o che ti passano a prendere di persona come Giochi stellari. No: un pezzo di tecnologia chiave era stato dato loro in sogno, ok, per forza, ma dovevano assemblarlo, testarlo, comprenderne le potenzialità, capire cosa mancava e aggiungerlo analizzando, saldando, programmando, facendo. E tutto ciò senza neanche sapere bene perché.
Ricordavo che montava un’attesa incredibile, e che poi la soluzione era deludente.

Rivisto oggi la prima parte è talmente perfetta che ci si chiede come non sia il film più amato di tutti i tempi.
Ci sono tre ragazzini: Ben il sognatore, Wolfgang lo scienziato e Darren l’emarginato indurito da una situazione famigliare difficile. E il modo in cui vengono trattati è splendido: rispettoso, empatico, mai furbo o condiscendente. Gli stereotipi vengono sfiorati ma mai calcati. Si tiene conto dei loro sogni e dei loro problemi, e gli bastano piccoli tocchi per farlo, come Darren che porta le birre per festeggiare e, dopo il retrogusto di malinconia con cui dice di averle fregate al padre che chiaramente ne beve troppe, ognuno si spara un sorso senza pensarci troppo.
La pseudo-scienza ovviamente non ha il minimo senso, a partire da un Apple che va a batterie, ma è il procedimento con cui lavorano i ragazzini a conquistare, la pazienza con cui scoprono un pezzo alla volta, il perfetto equilibrio fra lo spettacolo dei primi test e preoccupazioni quali la scorta di ossigeno e di provviste.
È tutto molto semplificato e universale, ma c’è tutta la passione e la chiara, sincera immedesimazione che serve per crederci insieme a lui.
È, a suo modo, Arrival per ragazzini: il piacere della lunga rincorsa per svelare l’ignoto.
Dante poi ovviamente innaffia tutto di citazioni e easter eggs: Ben è un appassionato di sci-fi che guarda La guerra dei mondi e ha in camera vari poster del genere tipo Destinazione Terra, c’è un giornale visto di sfuggita che cita gli avvenimenti di Gremlins e c’è una scena ambientata in un drive-in nel quale compaiono sequenze di un film immaginario girato appositamente che è una chiara imitazione dei rip-off nostrani di Guerre stellari alla Star Crash. E c’è ovviamente Dick Miller, faccia ricorrente nei film di Corman che Joe usava come specie di portafortuna in ogni suo film.
Poi arriva il terzo atto, quello più difficile.
Già è dura di per sé soddisfare un hype cresciuto grazie a una prima ora praticamente perfetta, la faccenda effettivamente si complica nel momento in cui Dante opta per una soluzione volutamente straniante e teorica, selvaggiamente citazionista (ma con un senso) e in ultimo non affatto sbagliata, ma forse più affascinante per un adulto che per i ragazzini che fin lì avevano seguito col fiato sospeso. La chiusura imperfetta – a tutt’oggi il più grande rammarico del regista – non aiuta a lavare via il gusto di occasione semi-sprecata.

IL VERDETTO: a tanto così dall’essere il film più bello di tutti i tempi, perde probabilmente per “troppo amore” verso la materia trattata.

COS’HO IMPARATO: una grossa fetta della filosofia che ancora applico nella vita. Tra cui: MAI portarsi gli amici ai provini.

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